• Loretta Emiri – Il linguaggio dell’altro e l’immagine di sé

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    Coscientizzazione *

    Loretta Emiri **

     Appena giunta in foresta, un missionario le regalò alcuni libri di Paulo Freire, che lei non conosceva ancora. Affascinata dalle concezioni politico-pedagogiche del grande educatore brasiliano, in seguito Fiammetta acquistò tutti i titoli che potette e, lasciando il Brasile, si portò dietro l’intera collezione. Come punta di freccia che gli yanomami utilizzano per infilzare uccelli e pesci, la parola conscientização penetrò nella sua carne e non ci fu più verso di estrarla. Quando cominciò a scrivere in italiano, dette per scontato che la traduzione fosse coscientizzazione; poi si rese conto che nel dizionario questa parola non figura, ma non l’ha mai sostituita con una più nazionalista.

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    Di fronte alla drammatica situazione di contatto che stava assediando e decimando gli yanomami, urgente divenne la loro coscientizzazione. L’equipe di cui Fiammetta faceva parte elaborò un piano di lavoro che venne intitolato Educazione Globale, o Piano di Coscientizzazione, e l’alfabetizzazione di adulti nella lingua materna ne faceva parte.  Due corsi di linguistica la introdussero allo studio-codificazione della lingua, cui seguirono esercitazioni per scoprire fonemica, morfologia, sintassi. Lavorando con informanti yanomami raccolse dati e brevi racconti, che organizzò in uno schedario di parole e morfemi significativi, in paradigmi, in una raccolta di frasi verbali classificate, in quadri comparativi. Riunì e studiò abbecedari, metodi, articoli e libri specializzati sull’argomento. Mise insieme materiali vari da utilizzare quando l’alfabetizzazione fosse iniziata. In quel periodo Fiammetta lesse esclusivamente lavori tecnici, manuali, monografie, saggi, certamente aridi ma non sterili; infatti la misero in condizione di partorire una sintesi delle ricerche e studi fatti, sintesi che risultò nella pubblicazione di una grammatica, un abbecedario, un libro di letture, un dizionario.

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    Nel gennaio del 1980, un giovane di diciannove anni prese l’iniziativa e chiese di essere alfabetizzato. Aveva vissuto vari mesi tra i bianchi, si atteggiava a bianco, rigettava alcuni dei valori della sua cultura sostituendoli con pseudovalori della società occidentale. É evidente che, volendo imparare a leggere e scrivere, cercava di avvicinarsi culturalmente all’uomo bianco, voleva imitarlo. Atriyãno Hewenahipitheri partecipò attivamente e costantemente alle lezioni, stabilendosi nel Catrimâni. Quando le tematiche abbordate cominciarono a metterlo in discussione decise di tornare nel suo villaggio di origine, dove si reinserì perfettamente. Quando cominciava a essere addestrato per divenire sciamano, sapeva ormai leggere e scrivere nella sua lingua: rispettando il ritmo della sua vita sociale, l’esperienza si era protratta per quattordici mesi; concretamente, però, gli erano bastate settanta lezioni per alfabetizzarsi. Solo lui portò a compimento l’avventura, probabilmente perché era il più motivato dei tre adulti coinvolti in quella prima fase del progetto. L’esultanza di Fiammetta per la vittoria riportata da lei e Atriyãno fu offuscata dai dubbi che nel frattempo le erano venuti quanto alla validità dell’alfabetizzazione come mezzo di coscientizzazione.

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    La proiezione di diapositive, che documentavano la situazione di contatto e il grado di organizzazione di altre etnie, era anch’essa attività contemplata nel piano di lavoro. Poiché coinvolgeva gruppi di persone e non singoli individui, l’esperienza raggiunse meglio e più rapidamente l’obiettivo della coscientizzazione; anche perché quanti vi assistevano si incaricavano spontaneamente di far arrivare le informazioni fino ai villaggi più lontani, non raggiungibili dall’equipe di lavoro. Fiammetta ricorda con piacere la preparazione di quelle serate, il ronzio del generatore di corrente, i commenti degli indios, le esclamazioni di stupore, le risate contagiose. Una volta, però, le arrivò addosso lo sputo del bel ragazzo di cui aveva proiettato una foto. Ci stesse male a lungo, sentendosi la causa dell’indignata reazione dell’uomo. L’incidente alimentò la riflessione sulle differenze culturali esistenti tra i popoli. Nella cultura yanomami, tutto ciò che è appartenuto al morto deve essere distrutto. Il giovane dello sputo deve aver pensato che, se l’inafferrabile immagine fosse rimasta in circolazione quando lui fosse morto, il suo spirito non avrebbe potuto raggiungere la “terra di sopra”.

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    Mesi indietro, Fiammetta ha saputo che a San Paolo del Brasile, in un cassonetto dei rifiuti, è stato rinvenuto un corposo album con foto scattate nel 1995 durante un’assemblea yanomami. Sbandierata con chiasso ai quattro venti, la notizia era che l’album sarebbe stato portato in area yanomami per finire nel fuoco cerimoniale. L’idea che simile prezioso documento storico-etnografico fosse stato buttato tra i rifiuti, prima, e venisse bruciato, poi, la turbò alquanto. Lei personalmente aveva deciso di andare a operare tra gli yanomami dopo essere stata sedotta da artistiche, intriganti diapositive che li riguardavano. Non si deve essere antropologi o etnologi per intuire la preziosità dell’album fotografico: chi sarà l’imbecille che l’ha trattato come un rifiuto? Ormai avanti negli anni, Fiammetta sta cercando di organizzarsi per scongiurare che il materiale, anche fotografico raccolto tra gli yanomami, alla sua morte non finisca nella spazzatura.

    Prima di terminare questo brano, la scrittrice ha letto che sarebbero state consegnate solo le foto degli yanomami morti affinché i famigliari potessero bruciarle, mentre le altre sarebbero state conservate nella sede di una associazione yanomami. Ha letto anche che, a partire dall’album rinvenuto, è stato realizzato un cortometraggio e un altro è in fase di produzione. La speranza è l’ultima a morire, dice il proverbio: Fiammetta spera che ai famigliari dei morti sia stata consegnata una copia delle fotografie altrimenti, progressivamente e inesorabilmente gli originali dovranno essere tutti inceneriti. E le migliaia di altri conservati nei più disparati luoghi del mondo? E le foto scattate da artisti di fama internazionale, saranno anch’esse ritirate dagli spazi prestigiosi in cui sono esposte, o la produzione dei vip merita un trattamento differente?

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    * Il brano “Coscientizzazione” è uno dei capitoli dell’inedito Romanzo indigenista.

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    **Loretta Emiri è nata in Umbria nel 1947. Nel 1977 si è stabilita in Roraima (Brasile) dove ha vissuto per anni con gli indios Yanomami. In seguito, organizzando corsi e incontri per maestri indigeni, ha avuto contatti con varie etnie e i loro leader. Ha pubblicato il Dicionário Yãnomamè-Português, il libro etno-fotografico Yanomami para brasileiro ver, la raccolta poetica Mulher entre três culturas, i libri di racconti Amazzonia portatile, Amazzone in tempo reale (premio speciale della giuria per la Saggistica, del Premio Franz Kafka Italia 2013) e A passo di tartaruga – Storie di una latinoamericana per scelta, il romanzo breve Quando le amazzoni diventano nonne. È anche autrice dell’inedito Romanzo indigenista, mentre del libro Se si riesce a sopravvivere a questa guerra non si muore più, anch’esso inedito, è la curatrice. Suoi testi appaiono in blogs e riviste on-line, tra cui Sagarana, La macchina sognante, Fili d’aquilone, El ghibli, I giorni e le notti.

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