• Parigi 13 novembre: eroi, martiri, nichilisti (Lettera)

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    21 novembre 2017-

    Dopo due anni esatti ripubblichiamo questa lettera in occasione dell’uscita nelle librerie del libro di Marco Belpoliti, perché in qualche modo questa missiva fu una anticipazione visionaria

    Descrizione copiata da Ibs.it
    «Ci si può mettere nella testa di un giovane terrorista islamico e immaginare le ragioni che lo inducono a morire per uccidere? Questo prova a fare Marco Belpoliti in “Chi sono i terroristi suicidi”. Ripercorrendo gli ultimi terribili sedici anni, dall’epocale attacco alle Torri gemelle alle stragi che da allora si sono succedute, l’autore cerca di capire perché il martirio sia diventato un’attrattiva possibile per giovani uomini e donne: è la giovinezza, infatti, uno degli elementi che accomunano gli attentatori, sempre più spesso adolescenti, manipolati da predicatori più anziani di loro e indotti con la promessa del paradiso, di un’esistenza ultraterrena migliore, a sacrificare la loro vita per la causa della jihad islamica. Di questo gesto estremo, che sfugge al pensiero razionale, Belpoliti indaga le motivazioni recondite, annidate in un credo religioso o ideologico e pronte all’uso per quella parte di popolazione musulmana che, nelle periferie urbane di Londra, Parigi, Bruxelles, Nizza, vive un senso di inferiorità. “Chi sono i terroristi suicidi” è un libro che, per inquadrare e scandagliare un fenomeno decisivo e traumatico del nostro tempo, mette in campo tutti gli strumenti del sapere a nostra disposizione: la letteratura (Albert Camus, Salman Rushdie, Michel Houellebecq), la storia, la psicologia sociale, la psicoanalisi, l’antropologia. Un libro scritto in modo chiaro e semplice, che dialoga con il lettore nello sforzo di comprendere quello che per noi occidentali è l’incomprensibile: morire per un ideale religioso.»

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    La lettera

    In questi giorni mi sono imbattuta in molti articoli in cui i terroristi di Parigi venivano definiti martiri dell’Islam. In altri articoli erano le vittime del terrorismo ad essere definite con quell’aggettivo. So anche che molte persone considerano i terroristi del 13 novembre degli eroi.


    Voler definire in modo corretto questi giovani assassini suicidi e le loro vittime potrebbe sembrare una questione secondaria. Io non lo credo perché usare le parole giuste serve a capire quanto è accaduto, serve a comprendere la natura delle cose, serve a far chiarezza nella mente.


    Pochi cercano di dare un nome e quindi una fisionomia a quanto è accaduto in modo corretto. C’è chi scrive “La mia preghiera per i martiri di Parigi” e c’è chi ha il cattivo gusto di pubblicargliela con accanto la foto del “poeta” tutto sorridente e spensierato.
    Le vittime non sono martiri, sono solo persone che per loro sfortuna si trovavano in quel luogo e in quel momento, troppo vicino ai loro carnefici.


    I carnefici non sono eroi perché gli eroi muoiono per realizzare se stessi in rapporto con gli altri. Eroe è chi tentando di salvare una o più persone muore, per esempio.

    Mi è capitato di leggere un interessante articolo di Marco Belpoliti sul sito Doppio Zero “Cosa c’è nella testa degli assassini di Parigi?”. Il giornalista scrittore si pone la domanda: i carnefici di Parigi sono “persone come noi”, appartengono “al genere umano”. Risponde con Primo Levi: si appartengono alla nostra stessa razza umana.


    Belpoliti non si ferma qui e cerca nella religione la genesi dell’orrore. Lo fa ricordando il 20 marzo 1995 quando cinque adepti della setta religiosa giapponese Aum, aprirono della metropolitana di Tokyo un gas potentissimo, il sarin, creato dai tedeschi nel 1938, oggi noto come gas nervino. Ci furono 3796 feriti e 12 morti. «Un gesto pazzesco. Immotivato. – scrive Belpoliti – Non c’è a sostenerli nessuna idea di guerra santa, di affermazione di una religione sull’altra. Qualcosa di religioso è però in gioco, dato che sono membri della setta Aum guidata da un santone, Shoko Asahara. Questi tiene conferenze, afferma di praticare la levitazione, appare in televisione, crea intorno a sé una struttura militante. Ha anche scritto un testo apocalittico, Il giorno della distruzione, pubblicato sei anni prima.»


    Poi scavando giunge a una conclusione illuminante perché non solo può spiegare cosa c’è nella testa di questi pazzi religiosi, ma anche la genesi della fede religiosa: il religioso, a vari livelli di malattia mentale, cerca un ordine, vuole eliminare ogni contraddizione, e lo fa aderendo a una religione che sarà tanto più fondamentalistica quanto più lo sarà il livello di confusione mentale del soggetto che cerca nell’ordine ideologico e/o religioso la pace interiore. Il terrorista nihilista crede che ingabbiando il suo pensiero disarticolato in una religione o in una ideologia potrà disciplinare la mente.


    L’articolo (copio alcune frasi adattandole) dice molto chiaramente che questi religiosi, in particolare, e i credenti in generale, “pensano” in modo schematico perché hanno rinunciato a pensare con la propria testa. Si sono affidati, rinunciando per sempre alla ricerca di una propria identità umana, a una fede, a dei maestri ben contenti di avere tra le mani malati di mente da usare come carne da macello. I carnefici di Parigi anziché affrontare la realtà sociale e la loro realtà umana, sicuramente malata, hanno preferito annullare il proprio pensiero. In questo modo scrive Belpoliti hanno «smesso di arrovellarsi su qualsiasi questione, e in particolare quella del controllo sul (proprio) Io.»

    Non è quello che fa il credente ogni giorno? E perché? Perché, dice il giornalista, «Il linguaggio e la logica non realistica sono molto più forti e non tengono conto di quella che chiamiamo “realtà”. Si oppongono alla realtà, la vogliono rovesciare, eliminare, in nome di un’altra realtà più reale ai loro occhi.»

    Esther L.

     

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    Cara Esther ho letto il tuo scritto e l’articolo di Marco Belpoliti. Mi sono piaciuti entrambi. L’articolo di Belpoliti mi è piaciuto anche se ho individuato alcune piccole ombre che appartengono ad una cultura pervasiva e asfissiante alla quale è difficile essere completamente impermeabili. Una cultura che penetra nel nostro essere capillarmente; una cultura che troppo spesso, inconsapevolmente, coltiviamo e diffondiamo. Forse, come dici tu, si dovrebbero condividere le parole in modo corretto.

     … fondamentalisti, martiri e nichilisti

    Qualche giorno fa un nostro lettore ci rimproverava per avere legato l’aggettivo nichilista ai carnefici di Parigi. Nel suo commento inseriva la frase di Renzo Novatore “Sono individualista perché anarchico, e sono anarchico perché sono nichilista. Ma anche il nichilismo lo intendo a modo mio…” Ecco questo mi sembra un modo di usare le parole non per condividerle ma per escludere. Il nichilismo è una dottrina che aspira al niente. Il nichilista è un delirante che vuole realizzare fuori di sé il niente che ha dentro di sé. I terroristi di Parigi che uccidono innocenti inneggiando alla Jihād sono nichilisti anche se, come ci scrive Antonio, questa parola nell’ottocento fu usata da rivoluzionari russi con ideali di giustizia e di libertà.


    Come scrive Belpolititi nel suo articolo (leggi qui) negli “anni di piombo”, alcuni «giovani erano decisi a creare le basi per una rivoluzione in Italia: far sì che la classe operaia fosse il cardine di un nuovo sistema sociale e politico, infinitamente più giusto di quello dell’epoca. Sono diventati tutti, o quasi, degli assassini. Hanno ucciso a sangue freddo altri uomini, (…) in nome del nuovo ordine da creare, contro il disordine del capitalismo e delle multinazionali.» Chi erano i terroristi italiani ed europei degli “anni di piombo”? Erano per caso eroi? Erano martiri? O forse erano soltanto delle persone molto malate che avevano scelto di aderire a un ordine ideologico che, con quattro parole d’ordine da recitare come fosse un rosario, li avrebbe “curati” dalla confusione mentale? Quest’ultima secondo me è l’ipotesi che si avvicina di più alla realtà umana dei terroristi di quel periodo storico.


    I credenti nelle religioni salvifiche, quelle che prevedono per l’anima un’ulteriore vita dopo la morte, inconsapevolmente sono nichilisti perché non esistendo l’oggetto pensato, paradiso, reincarnazione ecc. ecc., essi aspirano al nulla. Infatti il nichilismo è, primariamente, una dottrina che vorrebbe annullare il senso dell’esistenza terrena. E per le religioni monoteistiche la vera vita, quella che ha senso, è quella dopo la morte. Per il nichilista l’esistenza umana è priva di senso, scopo, valore etico, la vita stessa è senza senso.

    Si può quindi usare l’aggettivo martire per definire le vittime degli attentati di Parigi come fa Vincenzo Salemme (leggi qui) ? Direi di no visto che come dice Esther «le vittime non sono martiri, sono solo persone che per loro sfortuna si trovavano in quel luogo in quel momento vicino ai loro carnefici.» e inoltre non lo erano perché il martire come il nichilista rinuncia a realizzare la propria esistenza terrena perché aspirando alla salvezza eterna ne annulla il senso. I ragazzi ammazzati a Parigi non avevano rinunciato alla loro vita terrena. Quella gli è stata orribilmente rubata da dei malati di mente.

    Umberto Folena in un articolo pubblicato sull’Avvenire “I terroristi di Parigi: non diteli martiri” scrive «Quando i terroristi – che dicono di ispirarsi all’islam e di agire nel nome del Profeta – si definiscono martiri e affermano di essere disposti al martirio, anzi di cercarlo, occorre dire no. Non è vero, non sono martiri. Non nell’accezione nostra, occidentale.»

    Forse Folena non conosce l’accezione occidentale della parola martire:
    Martire è una parola occidentale, greca, Martys (μάρτυς) e significa testimone. Originariamente, cioè prima che la cultura cristiana se ne impadronisse definendo il martire come “colui che ha testimoniato la propria fede o ideale nonostante la persecuzione, senza quindi abiurarla, anche a costo di eventuali pene corporali o morte”, la parola veniva usato in ambito giuridico e stava a indicare un testimone che garantiva la verità degli avvenimenti e che normalmente prendeva le difese dell’accusato. Il termine è stato usato anche in ambito filosofico (soprattutto in ambito stoico) inteso come testimonianza della verità), per passare successivamente a un significato di testimonianza di un avvenimento religioso di cui il credente, con la sua vita e la sua predicazione era testimone.
    Con l’avvento delle persecuzioni dei cristiani, il termine è stato riservato, dal IV secolo, in modo praticamente esclusivo alla testimonianza estrema fino alla morte dei Cristiani che, pur di non rinunciare alla propria testimonianza che doveva inverare l’esistenza del loro dio, si facevano scannare. In questa accezione è stata assunta nell’Islam.
    Quindi se sono martiri coloro che a loro modo hanno testimoniato e testimoniano l’esistenza del Dio cristiano rinunciando alla propria esistenza terrena, lo sono anche i carnefici di Parigi che hanno testimoniato l’esistenza del loro Dio mussulmano attuando un massacro di innocenti al grido di “Hallauh Akbar” è grande” e poi hanno rinunciato, come i loro cugini cristiani, alla propria esistenza terrena. Questo perché, con buona pace del giornalista dell’Avvenire, la parola martire non indica il modo in cui il martire testimonia l’esistenza del suo dio, ma solo il suo essere testimonianza incarnata.

    Infine l’eroe. L’eroe epico non è un eroe morale. È eroe perché non mette nessun credenza e nessuna ideologia tra pensiero e atto. L’eroe moderno non è parte di un ingranaggio o di un alveare che funziona perché lui adempie a una funzione. Quello è il martire, non l’eroe. L’eroe realizza se stesso e la sua realizzazione spinge gli altri a cercare la propria. Il martire rinuncia a se stesso e annullandosi crea il nulla …

    Gian Carlo Zanon

    21 novembre 2015

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    Il nichilismo dei convertiti alla jihad

    Olivier Roy

    intervista di Stefano Montefiori

    PARIGI Olivier Roy, grande orientalista francese docente all’Istituto universitario europeo di Fiesole, offre un’analisi originale del fenomeno jihadista in Europa. Prodotto, secondo lui, di due fattori: il nichilismo di alcuni giovani, e il conflitto generazionale tra genitori e figli.
    Alcuni immigrati di seconda generazione, nati in Francia, si distaccano dall’Islam pacifico dei padri arrivati dal Marocco o dall’Algeria; vivono alcuni anni all’occidentale, si secolarizzano e poi tornano all’Islam — nella sua versione jihadista — perché «è l’unica causa radicale sul mercato».
    Lo stesso accade ai non pochi europei che si convertono: innanzitutto sono in rivolta contro la società, nichilisti e radicalmente antagonisti. Poi esprimono questa ribellione abbracciando le idee jihadiste, quelle che garantiscono oggi il maggiore grado di rifiuto del sistema.


    Professor Roy, intanto che cosa pensa della risposta militare della Francia in Siria?
    «Sradicare l’Isis porterà un colpo al terrorismo, senza dubbio. Attaccare lo Stato Islamico in Siria e Iraq va bene, può essere utile. Ma ho due dubbi. Intanto manca una strategia per il dopo. Che cosa faremo poi a Mosul, a Falluja? Ce ne andiamo? Torneranno. Restiamo? Buona fortuna».


    E poi?
    «Poi resterà il problema della radicalizzazione dei giovani. I giovani non si rivoltano contro la società francese a causa dell’Isis. Sono vent’anni che i giovani francesi e più in generale europei si rivolgono al terrorismo islamista, e l’Isis esiste da soli due anni. Prima i giovani si radicalizzavano per il Gia algerino, poi per Al Qaeda, poi per la guerra in Bosnia. Dopo l’Isis ci sarà qualcun altro».
    Dipende anche dai continui problemi del Medio Oriente, dall’instabilità, dalle questioni irrisolte come quella israelo-palestinese?
    «No, niente a che vedere. C’è tutta una teoria in Europa secondo la quale i giovani passano al terrorismo a causa delle ferite mai rimarginate, della questione palestinese… Non è vero. Questa gente non parla quasi mai della Palestina, non attacca ambasciate o consolati israeliani, se si rivolge contro una sinagoga lo fa per antisemitismo, non contro Israele per antisionismo. La mobilitazione pro palestinese e anti israeliana, per esempio il movimento BDS, o la Flottiglia per Gaza, non ha niente a che vedere con gli ambienti jihadisti, sono due bacini completamente differenti».


    Qual è il movente ?
    «Alla base c’è un nichilismo, una repulsione per la società, che si ritrova anche a Columbine e nelle altre stragi di massa negli Stati Uniti, o in Norvegia con il massacro di Anders Breivik che fece 77 morti a Oslo e Utoya. C’è una descrizione degli assassini del Bataclan che ricorda Breivik in modo impressionante: uccidevano con sguardo freddo, con calma e metodo, senza neanche manifestare odio. Il nichilismo, la rivolta radicale e totale, è comune a tutti questi episodi, e in Europa prende la forma del jihadismo tra alcuni musulmani di origine o convertiti».


    Qual è il peso di questi convertiti?
    «Fondamentale, anche per spiegare la natura del jihadismo europeo. Nell’attacco di Parigi un ruolo importante nella logistica lo hanno giocato, dalla Siria, i fratelli Jean-Michel e Fabien Clain. Il fenomeno dei convertiti non è spiegabile se aderiamo alla diffusa analisi post coloniale della radicalizzazione. Alcuni miei amici progressisti, di sinistra o piuttosto estrema sinistra, mi dicono «questi giovani sono vittime di razzismo, di discriminazioni, è per questo che si ribellano». Non è vero. Nessuno ha discriminato i ragazzi francesi anche di buona famiglia che si convertono. Eppure vanno in Siria pensando di tornare per fare stragi».


    Oltre al nichilismo, l’altro elemento è il conflitto generazionale?
    «Sì, le famiglie sono spaccate. I genitori musulmani non se ne fanno una ragione, talvolta vanno in Turchia per tentare di riprendersi i loro ragazzi. Non abbiamo avuto alcun problema con gli immigrati musulmani arrivati nei decenni scorsi dal Maghreb. Ce l’abbiamo con alcuni dei loro figli, la seconda generazione, nati qui, che parlano il francese meglio dei padri e a un certo punto si sono secolarizzati. Le testimonianze coincidono: i futuri terroristi a un certo punto lasciano l’Islam dei padri e vivono all’occidentale, si dedicano al rap, bevono alcol, fumano spinelli, e poi all’improvviso cambiano, si lasciano crescere la barba, diventano islamisti, integralisti. Sempre in contrapposizione ai padri. Sono tanti i fratelli terroristi, dai Kouachi ai Clain agli Abdeslam entrati in azione a Parigi: la dimensione generazionale è evidente».


    Paradossalmente la secolarizzazione non aiuta?
    «È così. La secolarizzazione, la mancata trasmissione dell’Islam dei padri, favorisce l’islamismo. Islam dei padri che peraltro i convertiti non hanno mai conosciuto. Quindi, non si tratta di radicalizzazione dell’Islam. Ma di islamizzazione del radicalismo».

    Corriere 26.22.15

    • ciao giancarlo ,ci sarebbero tante , troppe cose ,scritte nel tuo articolo a cui rispondere, ma stasera ho una sola premura: dirti chi era,come visse, e come mori,l’anarchico individualista e nichilista ,renzo novatore, e lo faccio con una breve ricordo che alcuni compagni hanno scritto l’anno scorso per commemorarne la morte.
      ps
      la frase che citi nell’articolo fa parte di un testo che ho inviato ad un commento all’articolo di giulia e se qualcuno dei lettori ha il tempo e la voglia di leggerlo, penso che capirà da quel breve scritto che novatore era forse un folle si ………………ma folle di libertà!!
      e non negava assolutamente la vita anzi il contrario, lo dimostra la sua breve e ribelle esistenza , come la visse e come la concluse ,in un’epoca di vigliaccheria e tirannia,armi in pugno a difesa della propria ed altrui libertà!!
      faceva parte di quelli che a testa vivono e si buttano senza tentennamenti ” NELL’INFERNO DELLA VITA entra la parte piu nobile dell’umanità. gli altri stanno sulla soglia e si scaldano” hebbel
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      “IO NON RINNEGO LA VITA. LA SUBLIMO E LA CANTO.” renzo novatore

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      Novant’anni fa, il 29 novembre 1922, in un conflitto a fuoco con i Regi Carabinieri veniva ucciso a Teglia (Ge) l’anarchico individualista Abele Ricieri Ferrari, più noto come Renzo Novatore. Giovane iconoclasta al tempo delle proteste contro la persecuzione di Francisco Ferrer, antimilitarista condannato a morte per diserzione durante la prima guerra mondiale, ladro e rapinatore, assalitore di polveriere durante il «biennio rosso», attentatore di fascisti e dinamitardo delle loro sedi, Novatore non si rassegnò mai ad «un mondo in cui l’azione non è sorella del sogno». Autore di moltissimi testi, la sua opera ha sempre fatto storcere il naso sia ai militanti della prassi politica che ai cultori del cicisbeo letterario. Gli uni, inorriditi di fronte a chi non credeva nella suprema elevazione delle folle e perciò negava la realizzazione dell’anarchia intesa come forma sociale di umana convivenza; gli altri, indignati per le ridondanti incursioni in ambito poetico e filosofico da parte di un semplice autodidatta figlio di contadini.

      In occasione dell’anniversario della sua morte, rendiamo omaggio a questo poeta della canaglia che si batté fino alla fine a favore di un’anarchia che fosse nettare per l’individuo, non droga per la collettività. Perché, che senso ha conquistare il pane, se non possiamo inebriarci con le rose?

      • Ciao Antonio, mi sembra che siamo d’accordo su tutto tranne che sulle parole per definire i carnefici di stato, nel senso più ampio, e quelli che credendo di combattere questo stato divengono a loro volta carnefici. Quando metto un brano del tuo commento all’articolo di Giulia D.B. lo faccio per far notare un modo di esprimersi a mio parere “stolido” o quanto meno poco aderente alla realtà. (l’articolo e il commento lo potete leggere qui http://www.igiornielenotti.it/?p=30312) .

        Ma questa è una mia sensazione che dovrebbe essere suffragata da una lettura più attenta della vita e dell’opera di Novatore. Quante cose che mi dai da leggere!

        Ti chiedo e mi chiedo, ma perché chi vuole salvare vite umane e menti umane non prova a afre il medico, lo psichiatra, o cose così? Perché tante persone anche animate da grandi ideali non trovano meglio da fare che ammazzare chi si oppone ad essi o peggio degli innocenti.
        Hanno cambiato in meglio la civiltà o dato più libertà gli attentati a regnanti et similia?

        Forse sarebbe il caso di indirizzare le nostre energie vitali verso un nuovo tipo di società in cui non è prevista la violenza, una civiltà di , Pane, di Rose e di ricerca del senso del rapporto interumano. Gli ideali bolscevichi contenevano un veleno: l’annullamento della realtà umana , pensare che una volta mangiato i rapporti umani si risolvono da soli significa accecarsi sulla realtà immateriale che è propria del genere umano.
        Le tue sollecitazioni Antonio mi farebbero scrivere per settimane intere, ma per ora basta così.

        Un infinito grazie per i tuoi interventi

        Gian Carlo
        P.S. – Mi rileggerò I Demoni

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