• Albert Camus – Gli articoli di Combat: “Né vittime né carnefici”

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     Il 4 novembre 2013, Avvenire pubblicò questo articolo definendolo, nonostante la pubblicazione di Bompiani nel 2010, “inedito”.  Lo ripubblichiamo anche noi dopo che G.C. Zanon ha scritto questa lettera al giornale cattolico:

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    Ho visto che avete pubblicato un articolo  “Camus, punti fermi per evitare lo scontro di civiltà” . L’articolo, il cui titolo originale era “Democrazie e dittature internazionali”,  era inserito in una serie di articoli dal titolo “Né vittime Né carnefici” pubblicati su Combat dal 19 al 30 novembre 1946.


    Non capisco il motivo per cui definite articolo “inedito” dato che Bompiani lo ha inserito nel suo volume edito nel 2010 “Albert Camus – Questa lotta vi riguarda – Corrispondenze per Combat 1944-1947″


    Inoltre scrivete in calce “Riproduzione riservata” come se voi foste i proprietari del Copyright. Il che non mi risulta.

    Mi chiedo se il non indiririzzare i lettori verso la fonte di questo libro non sia per caso dovuto al timore che nel libro essi leggano altri articoli di Camus , come ad esempio quello, del 26 dicembre 1944, in cui incolpava Pio XII del suo silenzio durante la II Guerra mondiale:

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    «Da anni (scriveva Camus) aspettavamo che la massima autorità spirituale del nostro tempo si decidesse a condannare in termini espliciti i misfatti dei dittatori. Dico “in termini espliciti”.(…) Il Fatto che avvenga oggi, quando ormai la forza delle dittature va declinando nel mondo, non ci deve comunque trattenere dall’esprimere il nostro compiacimento. Tuttavia non volevamo soltanto rallegrarci, volevamo anche credere e ammirare. Volevamo che la mente dimostrasse la propria forza prima che arrivasse il braccio ad appoggiarla e a darle ragione.

    Questo messaggio che sconfessa Franco avremmo voluto sentirlo già nel 1936, così Georges Bernanos non avrebbe alzare la voce né maledire. 

    Questa voce (quella di Pio XII N.d.R.) che ha appena indicato al mondo cattolico la direzione da prendere era la sola che avrebbe potuto parlare già allora, in mezzo alle torture e alle grida di dolore, la sola che potesse rinnegare tranquillamente e senza timore la cieca forza dei blindati.

    Diciamolo chiaramente, avremmo voluto che il Papa prendesse partito nel cuore stesso di quegli anni vergognosi, e denunciasse quanto andava denunciato.

    È duro pensare che la Chiesa abbia lasciato questo compito ad altri, sconosciuti, che non avevano la sua autorità, alcuni dei quali erano persino privi della speranza invincibile di cui essa vive. La Chiesa, infatti, non doveva allora preoccuparsi di sopravvivere o di salvare la pelle.»

     

    Vi ringrazio per la vostra attenzione , e attendo una risposta.

    (la risposta ovviamente non è mai arrivata)

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    Democrazia e dittature internazionali

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    26 novembre 1946

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    Oggi sappiamo che non ci sono più isole e che i confini sono effimeri. Sappiamo che in un mondo in accelerazione costante, nel quale si attraversa l’Atlantico in meno di un giorno, in cui Mosca parla con Washington in poche ore, siamo condannati alla solidarietà o, a seconda dei casi, alla complicità. Ciò che abbiamo imparato nel corso degli anni ‘40, è che l’ingiuria fatta ad uno studente di Praga colpiva contemporaneamente l’operaio di Clichy; che il sangue sparso da qualche parte lungo le rive di un fiume del Centro Europa avrebbe condotto un contadino del Texas a versare il proprio sul suolo di quelle Ardenne che vedeva per la prima volta. Non c’era e non c’è più in questo mondo, una sola sofferenza isolata, una sola tortura, che non si ripercuota sulla nostra vita di tutti i giorni.

    Molti Americani vorrebbero continuare a vivere chiusi nella loro società che trovano buona. Molti Russi vorrebbero, forse, continuare a proseguire l’esperienza statalistica prescindendo dal mondo occidentale. Non lo possono e non lo potranno fare mai più. Così come nessun problema economico, per quanto secondario possa apparire, può oggi essere risolto al di fuori della solidarietà internazionale. Il pane dell’Europa è a Buenos Aires e le macchine utensili della Siberia vengono fabbricate a Detroit. Oggi, la tragedia è collettiva.

    - g&n 1946La Conferenza dei 21

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    Sappiamo dunque tutti, senza ombra di dubbio, che il nuovo ordine di cui andiamo in cerca non può essere soltanto nazionale o continentale, né tantomeno occidentale o orientale. Dev’essere universale,  non è più possibile attendersi soluzioni parziali o concessioni. Quello che stiamo vivendo è uno stato di compromesso: in altri termini l’angoscia per l’oggi è l’omicidio per il domani. E nel frattempo la velocità della storia e del mondo accelera. I ventuno sordi, futuri criminali di guerra, che discutono oggi di pace* scambiano i loro monotoni dialoghi tranquillamente seduti al centro di uno rapido che li sta precipitando verso l’abisso, a mille chilometri all’ora. Si, l’ordine universale è il solo problema del momento: un problema che va ben oltre le dispute sulla costituzione e sulla legge elettorale, e che esige da noi tutte le risorse della nostra intelligenza e della nostra volontà.

     

    Quali sono oggi i modi per raggiungere l’unità del mondo, per realizzare questa rivoluzione internazionale per la quale le risorse in uomini, le materie prime, i mercati commerciali e le ricchezze spirituali potranno trovare una più equa distribuzione? Io ne vedo soltanto due, due modi che tracciano la nostra ultima alternativa. Il mondo può essere unificato, dall’alto, come ho detto ieri, (vedi il precedente articolo – N.d.R.) da un solo Stato più potente degli altri. La Russia o l’America possono aspirare a tale ruolo. Non ho nulla da obiettare, e nessuna delle persone che conosco ha nulla da obiettare in merito all’idea, difesa da molti, che la Russia o l’America abbiano i mezzi per dominare e unificare questo mondo secondo gli schemi della loro società. Mi oppongo però all’idea, in quanto francese, e più ancora in quanto mediterraneo. Ma non terrò alcun conto della mia ripulsa sentimentale.

    Ecco la nostra unica obiezione, così come l’ho delineata nel mio ultimo articolo: l’unificazione non può essere fatta senza la guerra o, perlomeno, senza un rischio estremo di guerra. E ammetterò ancora, anche se non ci credo, che la guerra possa non essere atomica. Cionondimeno la guerra di domani lascerebbe l’umanità talmente mutilata e a tal punto impoverita, che l’idea stessa di un ordine risulterebbe definitivamente anacronistica. Marx poteva giustificare, come ha fatto, la guerra del 1870, perché era la guerra del fucile Chassepot , ed era localizzata. Nelle prospettive del marxismo, centomila morti non sono niente, in effetti, in cambio della felicità di centinaia di milioni di persone. Ma la morte sicura di centinaia di milioni di persone, per la felicità supposta di coloro che restano, è un prezzo troppo alto. Il progresso vertiginoso degli armamenti, fatto storico ignorato da Marx, obbliga a porre in modo nuovo il problema dei fini e dei mezzi.

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    g&n atomic

     Rifugio antiatomico in America

     

    E il mezzo, qui, manderebbe in pezzi il fine. Qualunque sia il fine desiderato, per quanto elevato e necessario esso sia, che voglia o meno promuovere la felicità degli uomini, che voglia onorare la giustizia oppure la libertà, il mezzo impiegato per raggiungerlo rappresenta un rischio così definitivo, così sproporzionato come grandezza rispetto alle possibilità di successo, che ci rifiutiamo obbiettivamente di correrlo. Occorre dunque  ritornare al secondo modo idoneo ad assicurare l’ordine universale: il reciproco accordo di tutte le parti in causa. Non ci domanderemo se sia possibile, considerando qui che è per l’appunto l’unico possibile. Ci domanderemo piuttosto in che cosa consista.

    L’accordo di tutte parti ha un nome: democrazia internazionale. Tutti naturalmente ne parlano, all’O.N.U. Ma cos’è la democrazia internazionale? È una democrazia che è internazionale. Spero mi si perdoni qui il truismo, dato che le verità più evidenti sono anche le più mistificate.

    Che cos’è la democrazia nazionale o internazionale? È una forma di società in cui la legge è al di sopra dei governi, essendo a legge espressione della volontà di tutti e rappresentata da un corpo legislativo. È questo che cercano di istituire oggi? In effetti ci stanno preparando una legge internazionale. Ma questa legge è fatta o disfatta dai governi, vale a dire dall’esecutivo. Ci troviamo quindi a vivere in un regime di dittatura internazionale. L’unico modo per uscirne è porre la legge internazionale al di sopra dei governi, ossia fare una tale legge, disporre di un parlamento, formare questo parlamento attraverso elezioni mondiali alle quali parteciperanno tutti i popoli. E, dato che non abbiamo questo parlamento, l’unica via è quella di resistere alla dittatura internazionale su un piano internazionale e con mezzi che non siano in contraddizione con il fine perseguito.

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    Albert Camus

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    *Il 29 luglio del 1946 alle ore 16,30, si inaugura a Parigi, nel Palazzo del Lussemburgo, nelle sale dell’ex Senato Francese, la Conferenza dei 21, con un discorso inaugurale del Presidente del Consiglio francese, George Bidault, iniziato con un saluto a nome del popolo francese e del governo ai delegati delle Nazioni Unite ed amiche, convenuti a Parigi per la prima grande conferenza che deve discutere la sistemazione del mondo dopo la guerra.

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