• Storie della resistenza: “I denti di Ada” di Giorgio Caproni

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    Il testo che vi proponiamo è tratto dall’antologia di ricordi che Italo Poma e Domenico Gallo hanno raccolto in un volume, Storie della Resistenza, pubblicato per i tipi della Sellerio editore. Il libro è un piccolo scrigno, non saprei definirlo in altro modo, in cui sono racchiuse come pietre preziose le voci di molti uomini e donne che nei mesi della guerra civile, settembre ‘43 – aprile ‘45, vissero questa esperienza indimenticabile, estrema, tragica e gloriosa. Ci sarà tempo per parlarne ancora.

     

    Oggi pubblichiamo un racconto di Giorgio Caproni, I denti di Ada, inserito nel capitolo Prigionieri, esecuzioni e spie, in cui si narra della tragica esecuzione di una ragazza che con le sue delazioni aveva causato la morte di alcuni partigiani. In questo breve racconto Caproni riesce a dare l’immagine di una guerra civile e a narrare tutta l’angoscia di chi è in qualche modo costretto dalla disumana situazione storica a divenire attore di un atto “feroce”. Tutto il dolore e i dubbi del protagonista tracciano una netta separazione tra chi scelse, senza porsi nessun dubbio etico il nazifascismo, divenendo un marionetta senz’anima, e chi invece rimaneva straziato dal dolore per ogni proprio atto tragicamente giusto se riferito a quel periodo storico.

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    GianCarlo Zanon 

     

    Prigionieri, esecuzioni e spie

     

    «Con questo stesso spirito, creammo in seguito tutta una organizzazione enorme, militare e civile, che fu magnificamente democratica, mentre la mancanza assoluta di controllo superiore ci avrebbe permesso con una certa facilità di regnare sui territori in seguito occupati con un dispotismo e una irresponsabilità che avrebbero potuto d’altronde giustificare le pressanti necessità militari. Bisogna perciò ricercare nella vita di questo periodo, che fu una scuola di libertà e di ordine, di disciplina e di giustizia, le cause del nostro successo militare e politico, dell’avvenire degli uomini educati e dei metodi escogitati in quel regime di vita esemplare»

     

    Con queste parole Giovan Battista Lazagna descrive in Ponte rotto  la base del codice morale che i combattenti dovevano e volevano seguire. Le loro azioni coinvolgevano necessariamente la popolazione civile, sia perché era parte attiva della lotta, in montagna, per la logistica e il sostentamento, sia per il rischio di rappresaglia da parte di fascisti e tedeschi.

     

    Non deve quindi stupire l’attenzione e il rispetto che le formazioni partigiane hanno costantemente rivolto verso le popolazioni di montagna e la durezza con cui sono stati affrontati gli episodi di brigantaggio. I furti e gli atti di violenza verso i civili erano generalmente puniti con la pena di morte, condanne che, in taluni casi, vennero applicate con estrema durezza anche verso sbandati o partigiani inesperti. Si tratta di episodi che oggi sono al centro di una continua attenzione, soprattutto nell’ambito di opere di carattere revisionista che utilizzano la storia come strumento di immediata propaganda politica all’interno di un progetto più generale che tende a rivalutare l’autoritarismo fascista, a esagerarne i livelli di partecipazione e consenso, e a relativizzare gli orrori del fascismo e del nazismo.

     

    ln questo senso le fucilazioni di partigiani indisciplinati, le esecuzioni di infiltrati e di spie, la repressione del brigantaggio sono spesso diventate oggetto di operazioni meramente scandalistiche. L’attenzione ai testi storici, biografici e narrativi è certamente la strada per una valutazione appropriata di un aspetto delicato, controverso e doloroso del movimento partigiano,

     

    Non fu facile per gli scrittori partigiani fare i conti con la morte, e la prova ne è il racconto  I denti di Ada, pubblicato su Il settimanale, orga.no dell’ANPI di Milano, nel 1947. Giorgio Caproni non fa nulla per addolcire il dramma dei partigiani che devono giudicare e, infine, fucilare una ragazza. (…)

     

    11

     

    Giorgio Caproni

     

    I denti di Ada

     

    «Tu », mi diceva, «quando sarà presa dovrai fucilare quella ragazza. Perché tu sei come il tuo nome: Pietra».

     

    Passò davanti alla porta come una valanga un’auto e in un baleno si sparse una voce. Fummo gli ultimi a saperlo. Veniva sussurrata ai tavoli orecchio a orecchio giungendo alfine al nostro. «Hanno preso la spia. É passata nella macchina di Attilio ».  Gregorio aveva gli occhi in un lago di lacrime e totalmente avvolto nei fumi del vino non poteva capire.

     

    Mi staccai a forza da lui e cercai di inforcare la prima bicicletta trovata fuori dell’uscio; ma me l’impedì Boris che allora giungeva.

     

    «Andiamo presto », disse. «La ragazza l’hanno presa: ci sarà bisogno di te e di Gregorio. Chiama Gregorio, dov’è Gregorio ? ».

     

    «Gregorio è una spugna di vino », risposi. «Si riavrà domattina ».

     

    «Bisogna portarlo lo stesso: c’è bisogno di lui, forse si riavrà col gelo».

     

    Arrivammo al castello trascinando come meglio potemmo Gregorio. La luna gelida illuminava le mura del castello e i monti dov’era addossato il castello, battendo sulle nostre tempie come una moneta gelida. Al castello c’era grande calma e Dino, incontrato nell’andito, ci disse d’andare a dormire e di tenerci pronti per il processo e l’esecuzione.

     

    «E una ragazza magnifica, una perla: un vero delitto di Dio».

     

    Accanto a Boris mi buttai sulla paglia in un androne al buio, mentre sentivo finire i passi di Dino all’ultimo gradino della scala. Gregorio accanto a noi pareva un sacco vuoto ormai. Avevo le palpebre di piombo ma come dormire, come dormire aspettando quell’alba ?

     

    «Io ho conosciuto quella ragazza », inventai subito la bugia e volevo raccontare a Boris la storia

     

    della ragazza incontrata da me nella corriera, così somigliante a Ada, alla spia, ma coi denti tanto più radi. Sennonché Boris era totalmente occupato dal sonno, era pieno di sonno denso senza nemmeno uno spiraglio. E fu la mano di Dio sul mio capo quel sonno, perché con quella storia, con quella falsa identificazione tra la ragazza da me amata e una spia per caso a lei somigliante in tutto fuorché nei denti, dove sarei andato a finire ? Riuscii alfine a penetrare anche io nel sonno, il quale davvero fu disanimato fino all’alba.

     

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     All’alba, quando mi svegliai, Gregorio era seduto sulla paglia, il viso ancora un poco ebete, ma già duro lo sguardo. Con la lingua fuori Boris s’allacciava una scarpa.

     

    Venne Dino con una fetta di “pattona” per uno.

     

    «Stamani è festa », gridò allegro. «Andiamo su », si limitò a dire Gregorio.

     

    S’alzò stirandosi e sbadigliando e andò verso la fontanella gelata in un angolo dell’androne. Nell’androne c’era odore di aria fredda e di paglia, con qualche manciata di paglia accesa riuscì a liquefare il ghiaccio e a stemperare l’acqua. Io e Boris preferimmo lavarci nell’acqua cruda e corrente del rio presso il castello. Passò ancora Dino. «Fate presto, ci sarà il processo e l’esecuzione alla cascina dove accadde il fatto, avvertì. «Dobbiamo arrivarci per mezzogiorno con la ragazza ».

     

    Furono tutte parole un poco eccitate, ognuno cercando di regolare i propri gesti e la propria voce secondo l’ordinario. E proprio da questo scoperto studio si vedeva che non erano ore ordinarie. Nessuno tuttavia pareva sentire come me la morte che s’andava organizzando; il grande evento, il grande evento nel petto di una ragazza: la morte.

     

    «Io m’avvio », disse Gregorio. «Tu Pietra », disse a Boris e a me, «accompagnate la spia. Io voglio vederla soltanto là, a calpestare il nostro sangue ».

     

    Diventai pallido e se ne accorse Gregorio, cui era ormai passata del tutto l’unica sbornia della sua vita: la sbornia con cui aveva voluto soffocare la disperazione per non poter vendicare i compagni, credendo che la spia non si potesse acciuffare più.

     

    «Ho scelto proprio te » mi disse, «per metterti alla prova. Se te la lascerai sfuggire avrai il piombo per te ».

     

    Se ne andò a raggiungere i giudici, io e Boris restando muti ad aspettare la ragazza. Aveva udito il nostro colloquio una vecchia che andava a messa che mi si avvicinò all’orecchio.

     

    «Dovreste portarla nuda lassù a scudisciate come Gesù Cristo », disse.  «Io la stenderei prima nuda sulla neve e la farei pascolare dalle mani di tutti i tartari. Ammazzarla soltanto è poco». Guardai torvo la vecchia e anche Boris la guardò con odio.

     

    «Preferirei portar su te, vecchia barcaccia», le soffiò sul viso. «Vattene ». Poi a me: «Andiamo a prendere la ragazza », disse.

     

    Non avevo mai voluto accompagnare uno al supplizio, quelli essendo compiti di cui non m’ero voluto mai impicciare. Ora non ero ancora riuscito a staccare Ada dall’immagine della ragazza della corriera ed era come se accompagnassi al supplizio lei nella persona di Ada.

     

    La ragazza camminava tra noi docile sulla neve, non era poi tanto difficile accompagnare uno alla fucilazione.

     

    Aveva le palpebre un poco arrossate ma la fronte pura, le labbra quasi non si vedevano tant’erano pallide e serrate. Avrei pagato chissà cosa per constatare alla luce che davvero i suoi denti non erano radi.

     

    «Dove mi portate? », mi domandò. Ma non riuscii a vedere i suoi denti, serrò subito le labbra né io seppi trovate un pretesto per farla parlare. Non sapeva che la portavamo alla fossa, dentro alla terra fredda e bagnata della fossa. Le rispose Boris: «Alla fossa».

     

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    Ma forse lei non capì, pensò forse a una località con quel nome. Aveva le mani nude e livide e io pensai alla carità dei suoi guanti donati ad Alice prima di tradirlo e finiti sulle mani spaccate di Ivan anche lui tradito.

     

    Sentivo dentro le leggere dita di Ada tutto il dolore delle ossa spaccate di Ivan ma non m’orizzontavo nel dare giusto indirizzo alla mia pena. Dovevo soffrire per Ada, oppure per Ivan e Alice? Andavamo apposta dai giudici per sentir dire ch’io non dovevo soffrire ugualmente, per Ada e per i compagni da lei uccisi ?

     

    Dopo tre ore di marcia  dura e silenziosa Ada non si reggeva più. Chiese di potersi sedere un attimo e si sfregò le mani contro i fianchi; rimase con la bocca chiusa, ansante. Aveva i denti fitti e forti: ora non m’importava più- che parlasse: mi parve perfino che non somigliasse affatto alla ragazza della corriera.

     

    Aveva perduto tutto il suo calore, restando con la carnagione ghiaccia e un poco illividita e dilavata come se fosse passata su di lei una grande onda d’acqua fredda. Mi sentii  più libero giungendo perfino a sentirmi indifferente per la sofferenza  di lei. C’era soltanto in lei, ora, gelo e acqua. Assomigliava perfino a Alice morta: ad Alice che lei, la spia, aveva ucciso.

     

    «Dove mi portate ? », domandò ancora. Risposi io questa volta.

     

    «De-vi essere giudicata », le raccontai la verità. Le sue dita e le sue labbra cominciarono debolmente a tremare.

     

    «Mi fucilerete allora tra poco » disse.

     

    «Ti si deve fare il processo: io non ho detto che ti fucileranno », ma con quale superstite compassione?

     

    Le altre ore di marcia non fiatò. Io pensavo se sarebbe stato giusto sparare a bruciapelo a Boris, soltanto per ferirlo e disarmarlo e lasciare andare la ragazza. Mi sentivo arbitro della sua vita ma non riuscivo ad uscire dal labirinto. Forse se avesse avuto i denti radi … no, Ma erano pensieri venuti su dalla stanchezza come funghi. Io dovevo portare alla fucilazione Ada.

     

    Eravamo giunti a mezzogiorno alla cascina e c’era sulla radura Tredici, c’era Serpente, c’erano i giudici e per terra c’erano due vanghe e i mitra ammonticchiati. E le due vanghe, sulla radura, erano proprio accanto alle chiazze di sangue che, trapassatala neve, erano rimaste sul terreno spalato.

     

    Dalla cascina uscì anche Onorio. «Io la voglio vedere nuda », disse. Non facemmo in tempo a riparare la ragazza, con una mano Onorio le scompose la maglia e Ada rimase discinta mostrando il petto. Sennonché un pugno di Gregorio fece crollare Onorio. «Avrai la tua parte », disse. E mise la sua giacca alla ragazza la quale ora batteva i denti che non erano radi, li batteva per il freddo, non c’era altro segno che il freddo sul suo viso. Prima di rialzarsi Onorio sputò addosso alla ragazza imbucandosi poi come un topo nella cascina.

    Ora la ragazza tremava ma non diceva nulla.

     

    «I tuoi piedi sono sopra il nostro sangue », le disse Gregorio.

     

    «Devi essere condannata nel nome dei nostri morti ».

     

    E indicò i visi giovani di Bell, di Lucio, di Conti, i giudici. Ma Bell riportò la scena a un’aria meno melodrammatica. Fece sedere la ragazza e le si sedette e a fianco. E come la giacca di lei era male abbottonata, le si vedeva una medaglietta d’oro appesa a ana catenella tra i seni, la ragazza stando seduta su una pietra mentre Bell le parlava pacato. «Tu ci hai traditi », le aveva detto Bell. «Tu devi confessare che hai ucciso tu i nostri compagni ».

     

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    Ada guardava negli occhi Bell e guardava anche gli altri giudici, guardava Conti e Lucio. Conti con la camicia bianca che pareva ingiallisse sulla neve insieme ai suoi denti, i capelli di pece e disordinati, ritto a parlare con Lucio. Il quale, in divisa cachi, raccomandava la legalità, di fare il possibile perché si procedesse secondo la legalità, coi capelli biondi, la barbetta bionda, le mani fini.

     

    Dal cielo bianco e smorto, sporco a paragone della neve, giungeva lì sul pianoro un lieve vento che sapeva d’acqua. E il viso della ragazza era di scialba dilavata carne, sapeva anch’esso d’acqua.

     

    «I vostri compagni non li ho uccisi io », disse.

     

    «Nega la spia », s’udì la voce di Gregorio.

     

    I miei occhi erano fermi sulla gola e sul petto di Ada, cui si vedevano, attraverso la giacca male abbottonata, le mammelle indurite dal freddo. Si vedeva la medaglietta d’oro e doveva essere fredda sulla sua carne come sulle nostre tempie la luna trascorsa. Pareva fosse passata tanta acqua su quella carne.

     

    «Non nego io », disse la ragazza. «I vostri compagni non li ho uccisi io, li avete uccisi voi perché hanno voluto, quelli di là, che vi facessi fare così. Ora avete colpa anche voi ».

     

    I giudici si guardavano. «I compagni che hanno agito così meritano una punizione e l’avranno, grave. Ma tu, tu sai cosa meriti? ».

     

    «Fate presto », rispose appena Ada.

     

    Parlò ancora Bell. «Noi non possiamo condannarti se non confessi esplicitamente d’aver ucciso Alice e Ivan agendo da spia. O almeno se non confessi d’aver agito da spia. Noi non ti tormenteremo: se non lo confessi sarai vile ma non ti tormenteremo perché, ci conosci, noi non facciamo come quelli di là ».

     

    «Questo lo confesso », disse subito la ragazza.

     

    «Cosa, “questo” ? Spiegati ».

     

    «Confesso che mi hanno fatto agire da spia contro di voi, vi basta ? Coscientemente e volontariamente ho agito da spia. Ora fate presto, fate presto ».

     

    Si mise a battere forte i denti e tuttala sua persona era un convulso tremito.

     

    «Fate presto », quasi urlò.

     

    Bell aspettò che si calmasse un poco mentre Conti e Lucio si scaldavano col fiato le dita.

     

    «Qualunque altro tribunale ordinario avrebbe potuto tener conto della tua minore età », disse alfine Bell.

     

    «Ne terremo conto anche noi perché chi è giovane ha tempo per riabilitarsi. Sei una ragazza forte avvelenata dall’ambiente. È un peccato ucciderti, tuttavia noi non abbiamo altra alternativa: o ucciderti o lasciarti libera. Ti terremmo nel campo se non ci fosse il rastrellamento, lo sai ».

     

    Saltò su Onorio incontenibile. «C’è un altro modo perché si riabiliti prima di crepare, perché se ne

     

    vada riabilitata all’inferno. Dovete spogliarla nuda e darle una vanga che si scavi anche lei la fossettina, la verginuccia. Le diverrà davvero tanto stretta che non ci passerà un ago ». E si mise a far delle mossette oscene, fulminato all’istante da un nostro sguardo.

     

    «Smetti di insultarla » urlai. E anche Bell disse: «Smetti di insultarla, siamo in un’ora sacra ».

     

    Il cielo era sempre più bianco e si faceva piuttosto teso il vento. La cenere della cascina bruciata andava insudiciando la neve.

     

    «Va bene, va bene », disse Onorio. «Ma cosa aspettate ad ammazzarla?».

     

    «Chiedile ancora i nomi dei mandanti », disse Conti a Bell, «e sia finita ».

     

    «Nell’interrogatorio è già stato fatto », rispose Bell.

     

    Poi alla ragazza:

     «Tu come spia confessa, devi essere fucilata qui, in questo istante. E la nostra sentenza. Parla se hai qualcosa da dire. Sarai per la tua età fucilata nel petto ».

     

    Il viso della ragazza era un panno bianco ma la neve era più bianca e pareva, quella carne, un’illividita cera. Corse a prendere un mitra Onorio ma lo bloccò un nostro sguardo. «A te », disse Gregorio porgendo il suo Sten a Tredici, «e voi prendete le vanghe, che non ne rimanga fra mezz’ora nemmeno il lezzo », disse piano a me e a Boris.

     

    Mi sentii un vuoto nelle ossa.

     «Noi la nostra parte l’abbiamo fatta », risposi, «abbiamo assistito anche all’interrogatorio; siamo stanchi ».

     

    Allora presero le vanghe Onorio e un altro. La ragazza taceva con gli occhi totalmente aperti e teneva la bocca dischiusa, apparendo i denti duri e fitti. E avendo perduto dal viso tutto il sangue e come un sudore di cera scolorendole e appiccicandole i capelli, le labbra non si distinguevano più, lavate da un’acqua immensa.

     

    Ci ritirammo e la lasciammo sola con Tredici, mentre insieme a un improvviso sentore d’orina nell’aria grande e grigia di gelo si cominciavano a udire nei denti le lame agre delle vanghe affondare nella terra.

     

    La ragazza era con la nuca sulla neve e il petto squassato dalla raffica. Era rimasta a bocca aperta. I denti fitti e grandi e nel chiuderle gli occhi sentii sui polpastrelli gelati l’ultimo suo tepore. Un tepore che se ne andava senza che nessuna forza al mondo potesse ormai trattenerlo.

     

    Allo stesso modo se n’era andato il tepore d’Alice e di Ivan.

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