• La ladra di libri di Himmelstrasse: la Strada del Paradiso dove passavano le marce della morte

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    Leni-Riefenstahl

    di Giulia De Baudi

     

    Ci sono libri disperanti e libri salvano dalla disperazione: La bambina che salvava i libri di Markus Zusak è della seconda specie. L’autore dedica la sua opera  a Elisabeth e Helmut Zusak, suoi genitori. La madre dell’autore è tedesca, il padre austriaco. Nei ringraziamenti Zusak scrive: «… un grazie speciale a Liesel e a Helmut Zusak, per le storie che stentiamo a credere, per l’allegria e per avermi mostrato un altro lato della realtà».

    Leggendo queste parole si può intuire che i genitori dell’autore – soprattutto la madre che molto probabilmente è la protagonista del romanzo – hanno saputo raccontare al piccolo  Markus, con la giusta affettività, i loro ricordi velati dal tempo. Zusak, grazie alla conoscenza di «un altro lato della realtà», ha ricreato quei ricordi nella propria memoria inconscia, riuscendo, con una scrittura intensa e poetica, a restituire ai lettori le immagini drammatiche di quegli anni crudeli che hanno visto la Germania hitleriana preda di una profonda anaffettività pulsionale capace di annullare la realtà umana dell’altro uguale a sé.

     

    Come viene scritto sul risvolto di copertina, il narratore fuori campo è la Morte «curiosa, amabile, partecipe, chiacchierona» sempre accanto, quando il tempo di un essere umano finisce, a chi rimane. Il romanzo è la storia di una bambina semianalfabeta che si innamora di quei piccoli segni fonetici di cui intuisce il mistero ma che non sa decifrare. L’incontro con un nuovo padre buono che sostituirà il primo, un comunista scomparso nelle celle della Gestapo, le aprirà lentamente le porte d’oro che imprigionano il senso delle parole.

     

    Un libro importante, perché rivela come anche in mezzo all’orrore sociale che aveva dato i natali al nazismo, esistessero delle piccole isole di resistenza intensamente umana che rifiutavano organicamente la disumanità travestita da ciò che si è soliti chiamare “ragione utilitaristica”. Ragione utilitaristica ribadita e portata al massimo della disumanità dal sistema filosofico di Heidegger che vedeva in chi non aderiva perfettamente al modello ariano, un essere inferiore da utilizzare o da abbattere.

     

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    Liesel Meminger, la protagonista del romanzo, perduti i genitori e il fratellino, viene affidata ad una famiglia che vive in una via dal nome risonante: Himmelstrasse, letteralmente “la via del paradiso”. La strada, essendo uno dei luoghi più poveri di Molking , una cittadina nei pressi di Monaco, non avrebbe potuto ambire a tal nome … se non fosse per la presenza di alcuni “angeli terreni” che la bambina ha la sorte di incontrare: Hans Hubermann il padre affidatario, uno dei pochi a non avere in tasca la tessera del Partito Nazional-socialista. Un imbianchino gran fumatore e suonatore di fisarmonica squattrinato e dolce che, grazie alla sua presenza costante e rassicurante, insegnerà a Liesel i segreti delle parole.

     

    Poi c’è Rudy Steiner, un ragazzetto vivace chiamato Jesse Owens, perché il giorno in cui l’atleta americano di colore, e quindi non ariano, vinse ben quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi di Berlino del 1936, facendo venire al Führer un attacco di mal di fegato, si dipinse con un pezzo di carbone interamente di nero e andò a correre nello stadio di Molking, dove il padre molto preoccupato lo andò a prelevare prima che i fedeli del Terzo Reich lo facessero a pezzi.

     

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    Nella Himmelstrasse Liesel incontra anche Max Venderburg, un boxeur de rue ebreo, che i genitori addottivi della bambina, rischiando la propria vita, nascondono in cantina per molti mesi. L’incontro tra Liesel e Max che ormai prigioniero dei nazisti attraversa, durante una delle tante marce della morte, la cittadina tedesca è uno dei momenti più strazianti del libro di Zusak.

     

    La memoria di quella marcia, e di altre che per mesi attraversano la Himmelstrasse e lo sguardo di Liesel, e del suo amichetto Rudy, che senza perdersi mai d’animo chiede e richiede un bacio alla ragazzetta recalcitrante, trovano riscontro storico nel libro di Marco Ansaldo Il falsario Italiano di Schindler.

     

    Il libro del giornalista italiano che per primo ha potuto entrare nell’archivio di Bad Arolsen dove, in una ex caserma delle Ss, sono custoditi in ben 27 chilometri di scaffali, tutti i documenti che i zelanti addetti dei campi di concentramento stilavano giornalmente, ora per ora, è un testo importante per capire la storia della Shoah.

     

    In questo un libro, pubblicato nell’ottobre 2012 da Rizzoli, l’autore,narra la sua dolorosa ricerca fatta in quei sterminati  archivi, dove, solo dal 2007, è consentito l’accesso ai pochi protagonisti sopravvissuti, ai loro familiari e ai ricercatori. I sigilli censori dell’archivio sono stati eliminati sessant’anni dopo la fine della guerra a causa di un estenuante braccio di ferro diplomatico tra gli undici Paesi firmatari di un accordo sull’archivio. L’Italia e la Grecia sono stati gli ultimi a dare il proprio assenso all’apertura. No comment.

     

    Gary Mokotoff, a Jewish genealogist from New Jersey, and Sallyann Sack from Bethesda, Md, take a look at name registers of victims of the Nazi regime at the International Tracing Service in Bad Arolsen, central Germany, Thursday, May 8, 2008. For decades after World War II, the files were only used to help find missing persons or document atrocities to support compensation claims. But in November, the last of the 11 countries that govern the archive under the auspices of the International Committee of the Red Cross, cleared the way for public access to the more than 50 million documents. Next month, a conference of historians is to meet here to map out the archive's unexplored contents and help determine how to best use the information in the future. (AP Photo/Michael Probst)

     

    Nel capitolo Il massacro finale: le marce della morte, l’autore, dopo aver passato al setaccio centinaia di documenti, racconta dettagliatamente, anche attraverso i ricordi di alcuni sopravvissuti, quest’altra modalità di sterminio finora praticamente sconosciuta.

    Accompagnati da feroci aguzzini i prigionieri dei Lager di raccolta e dei campi di sterminio verranno fatti marciare per le strade della Germania fino allo sfinimento . «Marschieren, immer nur marschieren» marciare sempre solo marciare ricorderà il detenuto 33527 Wolfgang Szepansky.

     

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    Nei primi mesi del 1945, mentre la Germania è stretta tra il fuoco incrociato degli alleati e dei sovietici, i zelanti comandanti delle Ss e della Gestapo, portano avanti  il programma deciso il  20 gennaio 1942, dai comandanti delle Ss e dai membri del Partito nazionalsocialista nella conferenza tenutasi a Wannsee, un quartiere di Berlino: la “soluzione finale”, vale a dire l’eliminazione di almeno undici milioni di persone. In primo luogo gli ebrei e i prigionieri , militari e civili, sovietici.

     

    Non sapendo che fare dei milioni di prigionieri ancora in vita, i satrapi nazisti decisero di nascondere le loro nefandezze ordinando l’evacuazione dei Lager. Dai Konzentrationslager partirono innumerevoli marce in cui i prigionieri già provati e affamati, avanzarono per mesi verso la morte. Lo scopo criminale fu quello di far morire per sfinimento quanti più testimoni possibili dell’orrore  nazista.

    La documentazione di questa marce copre dodici scaffali dell’archivio di Bad Arolsen. Le carte ritrovate consentono di individuare i percorsi in cui i detenuti venivano picchiati a morte dai civili e dalla Hitlerjugend, la famigerata gioventù del Führer, di cui faceva parte, fino a diciotto anni, Ratzinger.

    Durante le marce ne morirono circa un milione: giustiziati al primo segno di insubordinazione – che comprendeva anche chiedere del cibo o dell’acqua o un fuoco per non morire di freddo – o solo perché ci si accasciava sfiniti. A pagina 211 del libro di Ansaldo inizia la descrizione della macia a cui prese parte Wolfgang Szepansky che sopravvisse miracolosamente a una di quelle marce mortali.

     

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    Le marce della morte sono uno dei tanti macabri capitoli della Shoah. Un criminale giro di vite voluto da Himmler, firmatario dell’ordine di evacuazione dei campi, che aveva deciso quest’ultima atrocità perché «nessun prigioniero doveva cader vivo nelle mani del nemico.»

     

    È importante che questa modalità di annientamento della seconda guerra mondiale, semisconosciuta, si possa incontrare sia in un saggio ben documentato sia in un romanzo. Le fonti documentarie e le testimonianze ci danno la certezza storica degli accadimenti.

    Il romanzo ci fa entrare nella pasta di quella storia  e attraverso gli occhi puliti di Liesel ci fa vedere tutta la crudeltà degli aguzzini e la complicità di tutti i cittadini di Molking che ai lati delle strade insultano e picchiano quegli uomini già sfiniti dalla fame e dal freddo che marciano da giorni verso la morte che li attende dietro l’angolo.

     

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    Tutti tranne Liesel, che viene picchiata dalla guardia perché vuole tenere per mano il suo amico Max Venderburg, il boxeur de rue ebreo; tutti tranne Hans Hubermann, l’imbianchino squattrinato e dolce che viene frustato a sangue perché dà un tozzo di pane a un prigioniero sfinito.  Tutti tranne Rudy- che dopo aver gettato il pane a quegli esseri umani fugge come il vento … come Jesse Owens, realizzando così la propria realtà umana salvata a stento da quell’abominio sociale che fu il Terzo Reich.

    16 gennaio 2013

    Gli altri articoli sulla Shoah li potete leggere qui

     

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    • articolo molto bello, complimenti. Anche se in realtà la drammatica storia delle marce della morte è ben conosciuta fino dai tempi del processo Eichmann (cfr. http://www.olokaustos.org/geo/ungheria/ungheria24.htm)

      Un altro punto che, provocatoriamente, sarebbe interessante chiarire è la lunga frase: “Ragione utilitaristica ribadita e portata al massimo della disumanità dal sistema filosofico di Heidegger che vedeva in chi non aderiva perfettamente al modello ariano un animale da utilizzare o da abbattere”.

      Dove “aderire al modello ariano” è una definizione che rimanda alla teoria razziale. Ma gli storici della Shoah non ritengono l’ideologia razziale sufficiente a spiegare lo sterminio di milioni di persone (con tutto lo “sforzo” che comportava). Allora c’è altro ancora da scoprire in questo ‘modello ariano’; qualcosa che spieghi in maniera esaustiva la “diversità” da eliminare. In particolare la diversità ebraica: se non è la razza e se non è la religione (di cui poco importava ai nazisti) allora dove sta questa diversità ?

      • Grazie Fabio, soprattutto per questa interessante domanda sulla caratteristica della diversità che milioni di persone hanno percepito negli individui di religione ebraica. La prima risposta che viene in mente è che questa “percezione” sia viziata da un presupposto culturale “gli ebrei hanno ucciso il figlio di dio”. Ma mi sembra troppo poco ci devess’essere ben altro. Studieremo, studieremo …
        Sul problema del “modello ariano” direi che certamente c’era un ideologia delirante che voleva trasformare l’idea della perfezione della razza ariana, non solo in un fatto culturale ma anche in un fatto materiale. Sappiamo ad esempio che facevano dei veri e propri esperimenti di “selezione della razza” come si fa negli allevamenti equini per esempio. E se due più due fa quattro, e se il modello di essere umano che questi pazzi avevano in mente era alto, biondo, e con gli occhi azzurri, più si era lontani da quel modello e più non si apparteneva al genere umano. Per i nazisti gli ebrei erano una anomalia della specie al pari delle persone con sindrome di Down. Infatti i portatori di handicap, tra qui le persone con sindrome di Down, furono i primi ad essere eliminati. I nazisti avevano il terrore della contaminazione “razziale” perché erano convinti che anche la mente e il pensiero attingesse dal genoma.

        Poi mi vado a vedere il link che hai inviato
        Grazie
        GDB

    • ovviamente, lo davo per scontato, non ho alcun dubbio invece sull’inizio della frase: la razionalità di Heidegger porta al massimo della disumanità…

    • Le vittime erano certamente ‘diversi’ da un modello antropologico precostituito. Ma la ‘diversità’ variava: gli zingari lo erano perché nomadi e improduttivi in una società fondata sulla stanzialità e la produttività di ognuno a favore della grandezza dello stato, i malati di mente perché “incapaci di intendere e volere” laddove, nella logica tedesca dell’epoca, intendere e volere era l’essenza fondamentale dell’essere umano; e gli omosessuali non erano perseguitati per la loro omosessualità in sé, ma, secondo il Paragrafo 175 del codice penale tedesco, erano puniti i “rapporti omosessuali”. Si potrebbe ipotizzare perché sterili, mentre ogni atto sessuale doveva essere finalizzato alla riproduzione. Resta la domanda (ma se la fanno tuttora gli storici in ogni convegno sulla Shoah): perché gli ebrei ? Qual’era la loro diversità ? Quando saremo in grado di rispondere a questa domanda avremo finalmente chiarito uno degli aspetti più tragici della storia umana. Forse la risposta sta in Heidegger, di cui abbiamo recentemente sentito e letto approfondimenti importanti, o forse la risposta sta nella tradizione culturale ebraica, che non si conosce poi molto. Scusa la prolissità, ma l’argomento è intrigante. Buon lavoro. FDP

    • …per non essere “sterilizzati” e “castrati” da una cultura dominante…. non solo “Studieremo…. studieremo….”, ma “Scopriremo…. scopriremo!”… “Scoperta”… come “obbligo storico” per la ricerca della verità, non solo storica, ma umana! …per la ricostruzione-ricreazione di un nuovo umanesimo!

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