• Rwanda 1994 – 2014. Il saggio di Vania Lucia Gaito ricorda il genocidio dei Tutsi

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    di Nora Helmer

    Dove ero nel 1994? Cosa stavo facendo? È la prima domanda che mi sono posta quando ho iniziato a leggere il saggio di Vania Lucia Gaito Il genocidio del Rwanda – Il ruolo della Chiesa cattolica pubblicato per i tipi dell’Asino d’Oro edizioni.

    Il pensiero è andato immediatamente alle notizie di un altro genocidio che oggi sta accadendo in Cisgiordania e che i media nazionali chiamano guerra. Una strana guerra in cui si muore quasi esclusivamente da una sola parte.

    Su Micromega ho letto una recensione molto interessante di Giampaolo Petrucci, Dio e l’odio. Le colpe della Chiesa nel genocidio in RwandaLe origini del male, da cui si possono attingere notizie sul testo di V. L. Gaito.

    Io invece vorrei parlare dell’annullamento, della pulsione di annullamento[1]. E inizio da una frase dell’odierno presidente del Rwanda Paul Kagame riportata a pagina 118 del libro « … il genocidio è passato nell’indifferenza perché … “abbiamo la pelle nera”».

    Come racconta V. L. Gaito sul Rwanda si è abbattuta la peggior pestilenza che poteva colpire quel popolo. Il morbo si chiama cristianesimo e i ruandesi non avevano gli anticorpi culturali per proteggersi da questa epidemia. Nel mondo occidentale questo morbo si riproduce e vive con modalità “asintomatiche”. Vivo in una società che convive con questa malattia silente senza neppure rendersene conto. Pochi si salvano realmente da questo morbo che si incista nella mente sin dai primi mesi di vita attraverso i rapporti con gli altri che, non vedono l’ora di contaminare i sani. Parlo degli “untori” che vengono al tuo battesimo e ti regalano la catenina d’oro con un povero cristo agonizzante inchiodato su una croce.  Tranne qualche parente gravemente malato,  non è che ci credono veramente. Non ci pensano e ripetono i gesti dei padri e delle nonne perché, dicono, “è tradizione”. E così vivono e trasmettono il morbo ai bambini che imparano presto a credere e a non pensare e a non prendersi la responsabilità di essere. Come dicevo pochi si salvano, gli altri sopravvivono con questa “malattia invisibile” che si portano addosso e di cui per buona educazione non si parla.

    Per i ruandesi è stato molto diverso. A loro la religione cattolica gli è stata marcata a fuoco dai colonialisti. Lo potete leggere nella premessa che trovate qui. A loro è stata inserita a forza nella mente una divinità vincente, quella dei Padri bianchi. Una divinità estranea alla loro cultura e al loro modo di pensare i rapporti interumani. Ed è in questo disastro antropologico e culturale, gestito scientemente dalla Chiesa cattolica, che si devono cercare le origini della shoah ruandese. I moventi antropologici, culturali e storici  che hanno determinato quel genocidio iniziano nel momento in cui la Chiesa di Roma, aiutata dai colonialisti francesi e belgi, decide per proprio tornaconto di tracciare linee di demarcazioni sociali, prima inesistenti.

    «Non è lo stesso, un bambino battezzato o un bambino non battezzato: non è lo stesso. Non è lo stesso una persona battezzata o una persona non battezzata.» ha detto Bergoglio a gennaio. È in questo pensiero razzista delirante che esclude ciò che percepisce come diverso, che sta la matrice di tutte le shoah, di tutti i pogrom, di tutti i genocidi che si sono succeduti da quando la religione cristiana è divenuta religione di stato: era il 391 d.C. e regnava l’imperatore Teodosio I.

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    La pulsione di annullamento, che genera l’alienazione religiosa,  è uno dei fondamenti su cui poggia la struttura del sistema teo-filosofico cristiano e in Rwanda è stata devastante ed ha causato solo nel 1994 un milione di morti. Quella credenza del diverso ha armato la mano a centinaia di migliaia di hutu che incitati dalla Chiesa cattolica locale hanno violentato, massacrato, mutilato un milione di persone.

    Fermato l’eccidio è partita una campagna di disinformazione mediatica capitanata da Woytjla[2], e, come accadde con i nazisti aiutati dalle istituzioni cattoliche a fuggire in Sudamerica, iniziò opera di occultamento dei religiosi genocidiari che fuggirono dal Rwanda e andarono a vivere, spesso sotto falso nome, in monasteri e diocesi in Francia, Belgio e naturalmente in Italia.

    È il caso di fare un elenco dei clerici coinvolti nelle vicende ruandesi che si nascondono in Italia, così qualche devoto saprà a chi ha affidato la sua cura spirituale e i suoi segreti svelati e assolti in confessionale.

    Pergiorgio Lanaro che come dice un dossier dell’Onu «ha deliberatamente dirottato i fondi raccolti dall’organizzazione in Europa per aiutare la popolazione, per sostenere il Dflr[3] (…)».

    Jean-Berchmans Turikubwigenge,  anch’egli accusato di aver relazioni con la criminalità organizzata e  di aver partecipato  al genocidio, risiede nella diocesi di Lucca dove svolge mansioni di vicedirettore della pastorale missionaria.

    Athanase Seromba, condannato alla prigione a vita dal tribunale di Arusha, Tanzania, per genocidio rifugiatosi a Firenze sotto falso nome: «Era il 1997 e Seromba aveva cambiato nome, si faceva chiamare don Atanasio Samba Bura. Accolto dal cardinale Piovanelli all’interno della diocesi fu nominato viceparroco a San Martino a Montughi» scoperto, non dalla giustizia italiana ma dall’organizzazione African Rights, fu trasferito alla parrocchia di San Mauro a Signa. Poi, nel silenzio totale dei media italiani,  incalzato dai giornalisti stranieri scomparve e fu ritrovato mentre veniva nascosto nella sede arcivescovile di Firenze. Dopo cinque anni si riuscì ad arrestarlo e fu estradato nelle patrie galere della Tanzania.

    Emmnuel Uwayezu, trovato anch’egli in Toscana, «sempre tutelato dalla Chiesa», dall’organizzazione African Rights che lo ritiene responsabile del massacro di 80 giovani alunni del complesso scolastico Misericordia di Maria di cui era direttore a Kibeho, fatti a pezzi a colpi di machete. Nel gennaio 2010 la Corte d’Appello di Firenze negò l’estradizione e attualmente è parroco presso la chiesa di San Donato in Valdibotte presso Empoli.

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    Altri clerici coinvolti nel genocidio trovarono rifugio in Belgio. Nel gennaio del 1996 Suor Geltrude  e suor Kisito furono condannate da un giudice belga a 12 anni di carcere perché ritenute responsabili di aver fisicamente aiutato gli huto a bruciare vive 7000 persone che si erano rifugiate nel loro convento. Dopo la condanna «il portavoce del Vaticano (dell’Opus Dei N.d.R.) Joaquin Navarro-Vals, esprimeva la proria sorpresa e il proprio scetticismo nei confronti del verdetto. A quanto risulta, nessun provvedimento fu preso dalla Santa Sede nei confronti delle due monache.»

    … ma leggetevi il saggio di Vania Lucia Gaito, è un documento importante …  

    Roma – 28 luglio 2014

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    [1] 1) Pulsione di annullamento – Nel 2011 venne pubblicato in Germania Todestrieb und Erkenntnis, la traduzione del primo libro di Massimo Fagioli Istinto di morte e conoscenza pubblicato la prima volta in Italia nel 1972. In quell’occasione, alla fiera del libro di Lipsia, la psichiatra tedesca Hannelore Homberg, durante la presentazione del libro affermò: «Todestrieb und Erkenntnis offrirà, risposte inedite ai tanti che in Germania fanno ancora i conti con l’enorme problema del nazismo.  Le radici pulsionali dell’anaffettività scoperte da Fagioli potrebbero dare una risposta estremamente importante e innovativa alla loro domanda come è potuto accadere, evitando però ogni pessimismo su una natura umana sempre pensata come necessariamente malvagia ed aggressiva».

    Dubito che senza la scoperta dello psichiatra Massimo Fagioli che indica nell’anaffettività la ragione primaria della “distruzione pulsionale” dell’altro da sé, si possa decriptare la Shoah e le Shoah che si succedono senza fine. Dubito che senza questa scoperta si possa rispondere alle domande “come è potuto accadere? O meglio perché è accaduto?

    Dubito anche che senza la scoperta delle “radici pulsionali dell’anaffettività” si possano interpretare gli accadimenti politici e sociali contingenti che drammaticamente assomigliano, non strettamente nella forma, ma nei contenuti, a quella tragica porzione di storia … verrebbe da dire “da dimenticare” ma in realtà da tenere ben presente per non permettere che si ripeta.

    [2] V.L. Gaito dedica un capitolo a Giovanni Paolo II, evidenziando le colpe del papa polacco nella tragedia ruandese: pag. 94 – capitolo 3.11. Giovanni Paolo II. Inoltre a pag. 74 si può leggere la lettera di solidarietà che Woytjla inviò al vescovo Augustin Misago processato con «l’accusa di aver partecipato a riunioni di alto livello in cui venivano organizzati i massacri e di aver spedito personalmente dozzine di bambini in età scolare verso la morte (…)» .

    Nella sua lettera Woytjla scriveva a Misago: «… sento il dovere di rinnovarti ancora una volta, amato prete della cara diocesi di Ginkoro, tutta la mia solidarietà e quella di tutta la Chiesa»

    [3] Criminali organizzati che proteggono le multinazionali che estraggono illegalmente minerali preziosi in Rwanda.

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    https://www.terrelibere.org/7498-le-colpe-della-chiesa-nel-genocidio-del-rwanda/?fbclid=IwAR3W3g0_VWMlNjl59_eW3zoiHRtEhRp_Y407Amwm4vM6j8cw-QiVqL3byWM_aem_Af2tdAN16zeogUdH3_l5TX9d55GhHHwvJ8M7F-NeLo6Ms_UDXMQsj4Y63BVrG88UCBLQNG9tR1Oj9bOk6_DXGpt3

    • Carissima Nora,
      La ringrazio per l’articolo, importantissimo per ricostruire la verità storica.
      Io ritengo il cristianesimo la peggiore pestilenza che l’umanità abbia dovuto subire e affrontare, basata sulla colossale fandonia di Gesù e sdoganata da Costantino, ancor prima di Teodosio. Al pari dell’essere umano di Franz Kafka che nelle “Metamorfosi” diventa scarafaggio. Diversi anni fa vidi una puntata di “Spazio 1999”: un astronauta viene punto da un insetto immondo e un po’ alla volta si trasforma in quell’immondo insetto. È ciò che è accaduto all’Impero romano, e progressivamente all’umanità. La tragedia incombente la capì immediatamente Agostino d’Ippona che nei suoi scritti ha lanciato un potentissimo messaggio in bottiglia (“Message in a bottle” dei Police di Sting). Messaggio raccolto innanzitutto dal Protestantesimo e dalla Riforma,

      Conosco Giampaolo Petrucci e lo apprezzo come giornalista,
      Giusi

      (Hermes)

    • Buongiorno Norma,
      Le scrivo come collaboratrice della rivista “Adista”, avendo letto il suo articolo sul blog “Igiornielenotti”, ed essendo la redazione molto interessata al contenuto di tale articolo, vorremmo conoscerla meglio e sapere di cosa si occupa per eventualmente chiederle una collaborazione,

      Le fornisco altri 2 indirizzi di posta elettronica, oltre quello inserito nel format:
      giusidurso1@gmail.com
      giusifather@gmail.com

      Un Cordiale Saluto,
      Giuseppina D’Urso

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