• John Fitzgerald Kennedy – Un assassinio di stato

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     24 novembre 2015 –  DALLAS. – Delle scioccanti immagini che immortalano l’assassinio del presidente John Fitgerald Kennedy esiste il famoso filmato girato da Abraham Zapruder, citato anche nell’omonimo film, Jfk di Oliver Stone. Ma ce ne è anche un altro, speculare, perchè ripreso da un punto diametralmente opposto a quello di Zapruder. Pellicola di cui si sono inspiegabilmente perse le tracce e che proverebbero l’esistenza di un secondo cecchino. (Leggi qui) e (Leggi qui)

    Dopo cinquant’anni dall’omicidio del Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy, sembra sceso un definitivo silenzio sulla ricerca della verità di questo crimine. Kennedy è uno dei tanti “insepolti” della storia. Certamente il suo assassinio non fu un gesto isolato di un folle come sostennero prima la polizia e poi la commissione Warren.

     

    Leggendo questo lungo articolo, estratto dalla Commissione Warren, che pubblicheremo in tre parti, potrete farvi un’idea della dinamica e degli accadimenti dei giorni e mesi che seguirono questo delitto. Potrete anche conoscere gli attori di questo caso “irrisolto” di cui forse non si saprà mai la verità vera. A meno che gli archivi dell’FBI, che verranno aperti tra quattro anni, non svelino le dinamiche del complotto e i mandanti del crimine.

     

    L’assassinio del presidente Kennedy

    Estratto del rapporto della Commissione Warren

    Prima parte

     

    Venerdì 22 novembre 1963. John Fitzgerald Kennedy e la moglie hanno trascorso la notte a Fort-Worth, all’hotel Texas, nell’appartamento n. 850.

     

    Kennedy, in compagnia della moglie, sta compiendo un giro elettorale e ha cominciato proprio dalla parte più difficile del Paese: il Texas.

     

    Fort-Worth, il vecchio presidio militare, contende a Dallas e a Houston il primo posto tra le città del Texas. Ha sottratto a Chicago il primato dei più grandi mattatoi del mondo; i più capaci silos di grano sono suoi, i più grandi bombardieri del mondo, giganti da duecento tonnellate, escono dalle sue fabbriche aeronautiche.

     

     jfkLa mattina del 22 novembre

     

    Dopo la prima colazione, consumata in camera, John Kennedy scende nella sala del bar dell’hotel Texas, dove trova ad aspettarlo i dirigenti locali del Partito Democratico, per consumare con loro una colazione di lavoro offert4 dalla Camera di Commercio. Sono le 8.45.

     

    Al termine della colazione John Kennedy prende la parola, dichiarando fra l’altro: «Siamo più potenti che mai, e ferocemente determinati a difendere la pace e gli interessi vitali degli Stati Uniti. Il Texas e gli Stati Uniti hanno scelto di difendere insieme questa nobile causa ».

     

    Per la campagna elettorale in quello Stato del Sud, Kennedy aveva deciso di far leva sul patriottismo bellicoso sull’anticomunismo.

     

    Bisognava conquistare il focoso Texas, più ammalato di americanismo di qualsiasi altro Stato americano. Il presidente è acclamato e stringe le mani dei presenti, parla con tutti, fino alle 11 in punto.

     

    Alle 11.15, alla base di Carswell-Fort-Worth, il presidente e la first Lady prendono posto a bordo dell’aereo presidenziale, l’Air Force One. L’apparecchio decolla alle 11.24 e atterra alle 11.35 all’aeroporto di Dallas.

    Ai piedi della passerella, i Kennedy trovano ad attenderli il vice presidente Lyndon B. Johnson con la moglie, il sindaco di Dallas, anche lui in compagnia della moglie, e nove deputati repubblicani.

     

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    È qui che si gioca la prima mano della partita. Kennedy si trova di fronte ad avversari politici che lo ricevono solo perché lui è il presidente.

     

    Il programma ufficiale prevede un discorso che dovrebbe essere pronunciato alle 14, nella sala della Camera di Commercio. Il presidente non ha tenuto conto dei cattivi presagi, né delle segnalazioni del servizio segreto su un eventuale attentato. Il tempo è bello, ci sono 30 gradi all’ombra.

     

    Sei persone salgono a bordo dell’auto presidenziale: oltre ai Kennedy, il governatore del Texas John Connally, con la moglie, l’autista e un agente del Servizio Segreto.

     

    La Lincoln si inserisce nel lungo corteo ufficiale che alle 11.55 si dirige a velocità moderata verso il centro della città.

     

    A mano a mano che il corteo procede, la folla si fa sempre più fitta e le auto sono costrette a rallentare: trenta all’ora, venti, infine dieci chilometri all’ora. Tutti devono vedere il presidente.

     

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    Dealey Plaza

     

    La notizia, terribile, brutale, scoppia come una bomba nelle agenzie di stampa: «Il presidente Kennedy è morto, vittima di un attentato, mentre faceva il suo ingresso a Dallas (Texas), il 22 novembre 1963, alle 12.30 (ora locale) ». Le immagini del dramma vengono trasmesse immediatamente per televisione: l’ingresso festoso del presidente a Dallas, l’attentato mortale, lo sbigottimento di tutti dopo la sparatoria, la folla in lacrime davanti al Parkland Hospital, dove il presidente è stato trasportato e dove viene sottoposto a trasfusioni di sangue dalle 12.35 alle 12.55, l’annuncio, alle 13, di uno dei due sacerdoti che hanno amministrato gli ultimi sacramenti: «Il presidente degli Stati Uniti è morto. Il presidente è morto», la perquisizione dell’edificio da dove l’assassino ha sparato, la scoperta dell’arma e infine il trasporto del corpo senza vita all’aeroporto.

     

    Più tardi, le immagini della signora Kennedy che segue il corpo del marito, del neopresidente Johnson che presta giuramento alla Costituzione, novanta minuti dopo la morte del predecessore.

     

    L’assassinio di Dallas è la settantacinquesima morte violenta di un Capo di Stato a partire dal 1800. La quarta su 35 presidenti degli Stati Uniti, il doppio della media mondiale che è del 4%. Il fatto che innumerevoli spettatori hanno assistito alla televisione allo svolgersi degli avvenimenti – per la prima volta nella storia – l’intensa emozione provata all’annuncio della morte di un uomo giovane e simpatico hanno colpito l’immaginazione e provocato un rabbioso desiderio di sapere chi ha ucciso e perché.

     

    L’umanità e più ancora il popolo americano esigono di essere informati con precisione, esigono che giustizia sia fatta.

     

    A tutt’oggi, le due domande – chi e perché – rimangono purtroppo senza risposta.

     

    Il cineoperatore David Wolper ha eseguito un montaggio cinematografico di quasi tutto il materiale girato nel corso di quel tragico giorno. Purtroppo, però, gli operatori cinematografici interruppero le loro riprese proprio nel momento cruciale.

     

    Sappiamo che un individuo sospetto, Lee H. Oswald, è stato arrestato poco tempo dopo, e che, qualche giorno più tardi, un certo Jack Ruby l’ha ammazzato.

     

    Secondo Wolper, insomma, l’unico autore dell’attentato è Oswald, mentre Ruby è un semplice giustiziere, un fanatico ammiratore del presidente degli Stati Uniti che non è riuscito a trattenere l’impulso di uccidere colui che la giustizia avrebbe forse dichiarato innocente.

     

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    Il montaggio cinematografico di Wolper, Quattro giorni in novembre, non è dunque una ricostruzione storica, ma solo un reportage da accettare con riserva. Esso, tuttavia, è l’unico documentofilmato in nostro possesso.

     

    Nei comunicati stampa delle prime ore dopo l’attentato appaiono evidenti alcune contraddizioni.

     

    I dispacci trasmessi per telescrivente annunciano per prima cosa che i poliziotti si lanciano subito verso un ponte che passa sopra la strada imboccata dall’auto presidenziale, poi che altri poliziotti circondano l’edificio vicino al luogo dell’attentato.

     

    Due ore più tardi, questi dispacci sono annullati. Durante la nostra indagine, abbiamo cercato di ritrovarne almeno copia nella sede delle grandi agenzie di stampa americane: erano scomparsi dagli archivi.

     

    Gli errori dei giornalisti possono trovare spiegazione nel fatto che gli stessi poliziotti erano rimasti sbigottiti per l’attentato contro il presidente.

     

    L’autista dell’auto presidenziale guidava a venti all’ora. Dopo il primo sparo, invece di accelerare, aveva rallentato, e l’auto aveva percorso sì e no trenta metri. La macchina non era circondata dai poliziotti. Solo l’agente Hill ebbe la presenza di spirito di saltare dal predellino dell’auto della polizia che seguiva l’auto presidenziale, e di salire su quest’ultima, arrampicandosi da dietro, per andare a soccorrere la signora Kennedy.

     

    Un foro nel parabrezza fa ritenere che il colpo sia stato sparato di fronte, cioè dal ponte che passa sopra la strada, a poche centinaia di metri da quel punto.

     

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    In quel momento, solo un poliziotto tenta di raggiungere di corsa il ponte, ma vi rinuncia dopo aver trovato una pallottola, la quarta che era stata sparata. È probabile, tuttavia, che il poliziotto si stesse dirigendo verso il ponte, senza nemmeno aver visto il foro nel parabrezza.

     

    L’inchiesta farà un passo decisivo un’ora e mezza, dopo la morte del presidente, quando verrà trasportato al Parkland Hospital il corpo di un agente di polizia ucciso da un energumeno, un certo Oswald, che viene arrestato.

     

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    Oswald

     

    Chi è Oswald? Un tipo instabile che, dopo aver militato tra i marines, si era convertito al marxismo, era andato a vivere per tre anni in Russia, dove si era fatto una famiglia. Per vivere, aveva fatto diversi lavori, ed era stato anche per un breve periodo in Messico. Grazie all’interessamento di una conoscente della moglie, aveva trovato lavoro al Texas School Book Depository. È dall’edificio, quest’impresa privata che sono partiti i colpi.

     

    Durante la perquisizione dell’edificio, viene trovato il fucile, mentre uno dei novantuno impiegati della società manca all’appello: Oswald.

     

    L’agente Tippit si butta subito alla sua ricerca. Oswald si è rifugiato nella piccola camera ammobiliata che aveva affittato in città. Nel momento in cui Tippit raggiunge Oswald, quest’ultimo uccide il poliziotto con un colpo di pistola. Il fatto viene accertato sulla base di una testimonianza unica, quella di una vicina, la signora Markham. Oswald verrà arrestato pochi minuti dopo, nel cinema dove si era rifugiato, e verrà condotto, tramortito, alla Centrale di polizia, dove subirà interminabili interrogatori. (Oswald venne interrogato per dodici ore. I verbali dell’interrogatorio sono scomparsi, come anche i risultati della sua autopsia.)

     

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    Questi, a prima vista, sono i fatti. Tuttavia essi non resistono a un esame approfondito, e le riflessioni che ci suggeriscono sono parecchie.

     

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    Prima costatazione: dopo l’arresto di un solo individuo sospetto, la polizia di Dallas e il servizio segreto sembrano aver abbandonato tutte le ulteriori indagini, come perquisizioni, posti di blocco, controlli, verifica dei documenti di stranieri alloggiati negli alberghi ecc. Oswald polarizza su di sé tutta l’inchiesta.

     

    Il procuratore distrettuale Henry Wade risponde, infaticabile, alle domande dei giornalisti. Dal momento che ogni cronista, ogni inviato della radio e della televisione vuole avere la «sua » intervista in esclusiva, Wade è costretto a ripetere sempre le stesse dichiarazioni: «Oswald è senza dubbio colpevole: lo manderò sulla sedia elettrica. L’inchiesta è conclusa. No, non esiste complotto, non si può assolutamente parlare di responsabilità internazionale, si tratta solo del gesto di una persona isolata… »

     

    Tuttavia, Oswald continua a negare categoricamente la propria colpevolezza nell’attentato e qualsiasi responsabilità nell’assassinio dell’agente Tippit.

     

    Poiché la polizia aveva concentrato tutti i suoi sforzi sul solo Oswald, essa doveva di conseguenza mettere quest’ultimo di fronte all’evidenza della sua colpevolezza, servendosi di un accumulo di piccole prove, concordanti e inconfutabili.

     

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    Seconda costatazione :il fucile trovato nella stanza del quinto piano, da dove sarebbero partiti i colpi, non era necessariamente quello di Oswald.

     

    Due testimoni affermano di aver visto entrare Oswald, la mattina del 22 novembre, nella biblioteca. L’uomo portava con sé un pacchetto lungo e ingombrante. Era forse il fucile smontato? Sotto il fuoco di fila delle domande, i testimoni riconoscono che il pacchetto era troppo corto per contenere l’arma, anche se quest’ultima fosse stata smontata. (Questo particolare è stato messo in evidenza da Mark Lane, avvocato della madre di Oswald.)

     

    La signora Oswald, interrogata dalla polizia alle tre del pomeriggio del 22 novembre, ha confermato che il marito possedeva un fucile, e che quest’ultimo era scomparso dal garage, dove abitualmente veniva tenuto. È probabile che Oswald avesse ordinato il fucile – un Mannlicher-Carcano 6,5, lungo più di un metro – per lettera e con il nome di A. Hidell, alla ditta Klein di Chicago. Il sedicente Hidell aveva chiesto che l’arma fosse munita di supporti che permettessero di montare un mirino telescopico giapponese a quattro ingrandimenti. Comunque sia, se partiamo dal fatto che il fucile fu introdotto smontato nella biblioteca, dobbiamo per forza supporre che Oswald abbia trascorso l’intera mattinata per rimontare l’arma e che vi sia riuscito senza dover ricorrere ad alcune prova. Impresa, questa, veramente notevole. Forse possiamo avanzare l’ipotesi che l’arma sia stata nascosta nella biblioteca il giorno prima e che il pacchetto del 22 novembre non aveva niente a che fare con il fucile. Ma nulla prova che il fucile sia stato introdotto nell’edificio da Osvald.

     

    Ora, la polizia di Dallas non ha preso in considerazione questa ipotesi. Essa si è accontentata di stabilire che la pallottola quasi intatta e i due frammenti trovati sul sedile anteriore dell’auto presidenziale provenivano dal fucile Mannlicher-Carcano.

     

    Inoltre, i tre bossoli trovati vicino alla finestra del quinto piano della biblioteca provenivano, senza possibilità d’errore, dallo stesso fucile che aveva sparato le due pallottole, quella ritrovata quasi intatta e quella di cui erano stati rinvenuti solo alcuni frammenti. Per sostenere questa versione dei fatti, comprovante la colpevolezza di Oswald, la polizia di Dallas affermò che la prova della paraffina aveva dato risultati positivi sul viso e sulle mani di Oswald, dove erano state riscontrate tracce di polvere da sparo, prova inequivocabile che lui aveva usato un’arma.

     

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    Terza costatazione: sembrava assolutamente improbabile che Oswald avesse potuto sparare lui stesso le tre o quattro pallottole che in seguito furono ritrovate. La polizia ha presentato Oswald come un tiratore scelto, cresciuto alla dura scuola dei marines. Ma non si spiega come Oswald abbia fatto a sparare tre colpi, nello spazio di sei secondi, contro un bersaglio mobile che, in quei sei secondi, si era spostato di trenta metri. Innanzitutto un’arma con mirino telescopico deve essere ricaricata dopo ogni colpo, così come, sempre dopo ogni colpo, bisogna prendere la mira. Bisognerebbe dunque supporre che Oswald avesse sparato i colpi uno dietro l’altro come fanno i cacciatori, senza cioè prendere la mira per il secondo e il terzo sparo.

     

    Il campione olimpionico di tiro H. Hammerer ha dichiarato che lui un risultato simile non sarebbe stato capace di ottenerlo.

     

    In compenso, due testimoni affermano di aver visto Oswald sparare dal quinto piano. Uno di loro, un certo Brennan, un operaio che si trovava a trenta o a quaranta metri dalla biblioteca, afferma che il tiratore era un uomo alto e magro, e che sparava in piedi; sembra tuttavia improbabile che, a quella distanza, Brennan fosse realmente in grado di distinguere l’uomo. Inoltre, messo a confronto con Oswald, Brennan non riuscì a riconoscerlo.

     

    Il 17 dicembre, alla presenza di alcuni agenti dell’FBI, Brennan dichiarò di riconoscerlo, ma, il 7 gennaio, ritrattò la sua dichiarazione.

     

    L’altro testimone, il fotografo Jackson, afferma di aver visto sparare dall’ultima finestra del quinto piano, ma non ha riconosciuto Oswald. Noi non possiamo dunque affermare con certezza che fu veramente Oswald a sparare le tre o quattro fucilate.

     

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    Quarta costatazione: non è affatto sicuro che tutti i colpi siano stati sparati dalla finestra del quinto piano della biblioteca.

     

    Noi abbiamo visto che, dopo l’attentato, l’agente Buddy Walthers ritenne che almeno uno dei colpi era stato sparato dal parapetto del ponte che sovrastava la strada.

     

    In compagnia di un agente del servizio segreto, Walthers raccolse sull’erba, vicino al ponte, un proiettile di fucile, il quarto. Questo proiettile, del quale non è stato ritrovato il bossolo né in biblioteca,né altrove, come anche il buco nel parabrezza,hanno spinto gli inquirenti a prenderein considerazione la possibilità di un secondo franco tiratore appostato sul ponte. Un giornalista americano, Thomas Buchanan, ha condotto un’inchiesta i cui risultati sembrano tuttavia essere un po’ fantastici. Le ricerche del giornalista hanno però messo in evidenza alcuni indizi  importanti: non c’era sorveglianza sul ponte;  un tiratore nascosto dietro il parapettoavrebbe potuto benissimo fuggiredopo aver sparato e avrebbe perfino potutolasciare Dallas in giornata, senza esserescoperto; dopo i colpi da fuoco, i poliziottisi sono diretti verso il ponte; prima di ripiegare verso la biblioteca; se, caso eccezionale, tre colpi possono essere stati sparati in rapida successione in sei secondi, è assolutamente da escludere che Oswald abbia potuto sparare quattro volte. Ora, un testimone ha giurato di aver sentito quattro detonazioni. Senza condividere le deduzioni di Buchanan proprio fino in fondo, noi possiamo tuttavia ritenere che ci furono almeno due tiratori, uno dei quali ha sparato dal ponte, e cioè di fronte all’auto presidenziale.

    Benché non sia stata trovata traccia del fucile che sarebbe servito al tiratore appostato sul ponte (T. Buchanan suggerisce che il fucile è stato probabilmente recuperato dalla polizia che confuse molto spesso questo fucile con il Carcano della biblioteca, poi tutt’a un tratto, cessò di parlarne.) questa versione dei fatti è confermata dalle dichiarazioni dei medici che hanno curato il presidente al Parkland Hospital. I sette medici che tentarono di salvare la vita a John Kennedy hanno constatato la presenza di due ferite: «Una piccola, sulla superficie anteriore del collo; l’altra posteriore, alla base del crani ». Una di queste ferite sarebbe stata perciò provocata da una pallottola sparata di fronte, l’unica che potesse colpire Kennedy alla base posteriore del cranio.

     

    Uno degli assassini avrebbe dunque sparato dal ponte, a meno che, al momento dello sparo, il presidente non si fosse quasi completamente voltato. I1 film girato da un cineamatore, il sarto Zapruder, smentisce questa ipotesi. Non c’è neppure un gesto della vittima che possa spiegare come un proiettile sia entrato davanti, e l’altro dietro.

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    I medici dell’ospedale navale di Bethesda, che hanno proceduto più tardi alla autopsia, hanno smentito le dichiarazioni dei loro colleghi di Dallas: questi ultimi avrebbero confuso il foro d’uscita di un proiettile con quello d’entrata, e avrebbero soprattutto omesso di girare il corpo del presidente. In questo modo, non si sarebbero accorti di una seconda ferita, alla base del cranio. Oltre al fatto che questa dimenticanza sembrerebbe inverosimile, nulla ci può far pensare che la competenza dei medici di Dallas sia inferiore a quella dei medici di Bethesda. I medici della marina non spiegano, d’altronde, come un proiettile, provenendo da dietro, abbia potuto causare lo «scoppio» di una piccola porzione di nuca. Bisognerebbe dunque prendere per valida f ipotesi, già avanzata e scartata, di un cambiamento di posizione del presidente. Ma non sarebbe allora molto più semplice, logico, ammettere che almeno una delle fucilate sia stata sparata da un secondo tiratore appostato sul ponte?

     

    A tutte le domande poste, a tutte le accuse di cui fu oggetto da parte della polizia di Dallas, poi da parte dell’FBI, Oswald si rifiutò di rispondere. Insistette tuttavia  perché gli fosse permesso di scegliersi un avvocato. Avrebbe forse parlato? Tutto ciò accadeva sabato 23 novembre1963, il giorno successivo all’attentato.

     

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    «Giustiziato»

     

     Domenica 24 novembre, la polizia decide di trasferire Oswald in un’altra prigione. Durante la mattinata, alle 11, circondato da agenti in borghese, Oswald esce dai locali della prigione, situata nei sotterranei della Centrale di polizia, e, sotto i raggi del sole, fa qualche passo in direzione dell’auto con la quale deve avvenire il trasferimento.

     

    All’improvviso, un uomo si fa strada tra i giornalisti e gli spara un colpo di rivoltella nel ventre. Oswald perde conoscenza alle 11.20. Alle 13.07 muore. Il suo assassino è Jack Ruby, un gerente di night, informatore della polizia, considerato un membro della malavita. I suoi avvocati lo descrivono come un ammiratore fanatico di tutti i presidenti degli Stati Uniti. Ruby, difeso molto bene, fu tuttavia dichiarato colpevole e condannato alla sedia elettrica il 14 marzo 1964. Poi ricorse in appello contro la sentenza. (Il 25 ottobre 1966, la Corte d’Appello del Texas confermò la sentenza. Ruby morì di cancro il 3 gennaio 1967, un mese prima dell’apertura del nuovo processo) .

     

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     –

    Non sembra che gli inquirenti siano rimasti sorpresidi venire a sapere che, nel momentoin cui si compiva l’attentato contro il presidente Kennedy, Ruby, trattenendo senzadubbio il proprio entusiasmo per il presidente,si trovava nell’edificio che ospita ilquotidiano Dallas Morning News, edificiosituato ad alcune centinaia di metri di distanzadal ponte.

     

    Questi sono i fatti stabiliti dalla polizia. I numerosi indizi contraddittori, gettati in pasto al pubblico, hanno evidentemente fatto dubitare sia della colpevolezza diOswald come unico attentatore, sia dellecapacità, o almeno delle intenzioni dellapolizia di Dallas.

     

    La prima domanda che sorge spontaneamente, quando si affronta un qualsiasi delitto, è: «A chi giova? » Nel caso di Kennedy, alla Russia, senz’altro.

     

    Ma Kennedy si mostrava favorevole alla coesistenza pacifica, e il comunismo di Oswald era molto dubbio. Giovava anche a Cuba, ma non è stato possibile stabilire alcun legame tra Oswald e i castristi, nemmeno nel corso del suo viaggio in Messico, ricostruito fin nei minimi particolari. Ai segregazionisti, infine, ma costoro non potevano certo ignorare le idee dell’eventuale successore, Johnson.

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    Gli appartenenti all’entourage di Kennedy, la moglie, i fratelli, erano al di sopra di ogni sospetto. Johnson, il suo successore si trovò, dopo l’attentato, promosso alla più alta carica dello Stato, carica alla quale ambiva da diversi anni. Ma mai il minimo sospetto ha sfiorato gli inquirenti.

     

    In compenso, sono state avanzate diverse ipotesi: la morte di Kennedy che, insieme con i suoi fratelli combatteva la malavita di Chicago, veniva, per la mafia, come il classico cacio sui maccheroni. Oltretutto, Ruby apparteneva proprio alla mafia. Se a questo si aggiunge che l’assassinio fu un fatto positivo per la mafia di Chicago, mentre nuoceva invece ad alcuni clan di Las Vegas, aperti sostenitori dei Kennedy, è facile indovinare quali sordidi interessi hanno concorso all’eliminazione del presidente. In questo complotto Oswald sarebbe stato solo un esecutore, eliminato per ordine di chi aveva paura che parlasse.

     

    Sei mesi prima della successiva campagna per l’elezione del presidente, solo un tacito accordo tra il candidato Johnson e i fratelli Kennedy, preoccupati per il loro avvenire politico, poteva evitare di smuovere tutto quel fango di cui non si sapeva fino a che punto poteva nuocere al PartitoDemocratico e alle istituzioni parlamentari … continua

     

    Fine prima parte

     

    Questo articolo è estratto del rapporto della Commissione Warren.

     

    © United State Government Printing Office, Public Documents Depa.rtement, Washington.

     

    © 1974 Edito Service S.A., Ginevra per la traduzione italiana.

     

    I giorni e le Notti  ha fotografato il testo con sistema OCR dall’Enciclopedia del Crimine , Fratelli Fabbri editori– Fascicoli 21-22, marzo 1974

     

    Le foto sono state trovate su Google immagini

     

     

    • Mi piacerebbe giungere al 2017 per sapere la verità su una persona unica, speranza di noi giovani d’allora.
      L’uccisione di John Kennedy è stato un delitto contro tutta l’Umanità.
      Le speranze ed i sogni si sono disintegrate in un attimo.

      Franco

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