• Heidegger, l’introduzione del nazismo nella filosofia, gli articoli di Gianni Vattimo e Maurizio Ferraris

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    Questo articolo che è stato interamente copiato dal sito Filosofia.it si allaccia alla nostra recensione sul libro di Emmanuel Faye Heidegger, l’introduzione del nazismo nella filosofia

     

    Filosofia.it

    Alla luce dei “ritrovamenti” dei Quaderni neri di Heidegger avvenuti in questi ultimi mesi, leggete : Ricerca o annullamento: nei Quaderni neri l’infamia di Heidegger

     

    Emmanuel Faye: Heidegger e il “nazismo in filosofia”

     

    È ormai da almeno un quarto di secolo, ossia a (ri)partire dai libri di Victor Farias, Heidegger e il nazismo (1987), e dello storico Hugo Ott, Martin Heidegger (1988), che la questione del “nazismo di Heidegger” è al centro di una serrata controversia storiografica e filosofica. Ora interviene come un macigno, vista anche la mole e l’amplissima documentazione, il libro di Emmanuel Faye, già pubblicato in Francia nel 2005 e da poco disponibile in traduzione italiana: Heidegger, l’introduzione del nazismo nella filosofia (L’Asino d’oro, Roma 2012).
    La novità di questo volume è che non è più (solo) in questione il nazismo di Heidegger, ossia la sua personale scelta politica, l’adesione convinta al nazionalsocialismo – i documenti ci sono e parlano chiaro (tra l’altro, Heidegger conclude alcune lettere private con il “saluto” Heil Hitler!) o l’analisi dei testi in cui la suddetta adesione trova diretta espressione, tra cui il celebre e inquietante “discorso del rettorato” del 1933.
    Faye concentra piuttosto l’attenzione su un altro piano: a un’accurata indagine, la filosofia heideggeriana si rivelerebbe in gran parte essere la” traduzione” filosofico-ontologica dei fondamenti dell’ideologia nazionalsocialista, delle sue teorie razziali, delle idee di “sangue e suolo”, di “comunità di destino di un popolo”, e così via. È una prospettiva estrema quella proposta dall’autore-filosofo francese, ma rispetto a essa non è serio assumere posizioni pregiudiziali, pro o contro qualcosa (che spesso poi si definisce solo superficialmente). Per chi voglia invece sondare a fondo il tema, l’unica strada rimane l’attenta lettura del libro: conoscere in concreto le tesi di Faye per valutare criticamente, in senso positivo o negativo, i documenti-argomenti che egli porta a sostegno: il giudizio, quindi, potrà venire soltanto “alla fine”.

    In questo spazio proponiamo in primo luogo i documenti necessari per individuare le coordinate e l’attualità del libro in oggetto, l’Introduzione dell’Autore e la Nota della curatrice. Su questa base, l’obiettivo è rendere questo stesso spazio un “forum” di importanti interventi e/o recensioni provenienti dalla Rete o da chi voglia fornire direttamente un contributo: intanto pubblichiamo, dopo la scheda e i documenti, quelli di Maurizio Ferraris e Gianni Vattimo comparsi sulla stampa quotidiana.

     


    Heidegger, l’introduzione del nazismo nella filosofia
    a cura di Livia Profeti, L’Asino d’oro edizioni, Roma 2012

    Qui NOTA DELLA CURATRICE

     

    Qui INTRODUZIONE  DELL’AUTORE

     

    Emmanuel Faye è professore di Filosofia moderna e contemporanea all’Università di Rouen e autore di diverse pubblicazioni sulla filosofia rinascimentale francese e su Cartesio. Per le sue ricerche critiche su Heidegger, nel 2011 è stato insignito dall’Accademia brasiliana di filosofia del dottorato honoris causa. Il suo volume Heidegger, l’introduction du nazisme dans la philosophie è stato premiato nel 2009 dalla rivista “ForeWord” come uno dei “Book of the Year” per la filosofia.

    I rapporti di Heidegger con il nazionalsocialismo non sono riconducibili al temporaneo disorientamento di un uomo la cui opera filosofica continuerebbe a meritare ammirazione e rispetto – come molti ancora sostengono.
    Emmanuel Faye, senza mai separare riflessione filosofica e indagine storica, propone una lettura degli scritti di Heidegger che rivela quanto egli si sia impegnato per introdurre i fondamenti del nazismo nella filosofia e nell’insegnamento.
    Nel suo seminario hitleriano dell’inverno 1933-34, Heidegger identifica il popolo con la comunità di razza e sostiene che sia necessaria per il III Reich una nuova nobiltà, esaltando l’«eros» del popolo per il Führer. Successivamente, dopo il 1935, il suo nazismo invece di affievolirsi si radicalizza: nel giugno 1940 presenta la motorizzazione della Wehrmacht come «atto metafisico»; nel 1941 definisce la selezione razziale come «metafisicamente necessaria »; infine, dopo la disfatta del nazismo, le sue prese di posizione sul nazionalsocialismo e i campi di sterminio andranno a nutrire i discorsi dei movimenti revisionisti e negazionisti. Con questa opera, già pubblicata in molti paesi e finalmente anche in Italia, Faye rende evidente il fatto che Heidegger, partecipando all’elaborazione della dottrina hitleriana e ponendosi egli stesso come «guida spirituale» del nazismo, invece che arricchire la filosofia ha distrutto, attraverso essa, ogni forma di pensiero e di umanità.

     

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    Faye, Heidegger non era razzista.

    L’intento non riuscito di dimostrare che tutta la sua filosofia non è che la trascrizione del nazismo

     

     

    Gianni VATTIMO

    La Stampa 05/06/2012

     

    Coloro che, come chi scrive, furono scossi e inquietati dal libro di Victor Farias su Heidegger e il nazismo (uscito nel 1987), troveranno in questo, ben più ampio testo di Emmanuel Faye, pubblicato in Francia ormai sette anni fa e ora messo a disposizione dei lettori italiani dall’accurata traduzione di Francesca Arra [a cura di Livia Profeti], molto più numerose ragioni di inquietarsi e interrogarsi. Anche perché Faye utilizza molto materiale documentario che non era ancora accessibile a Farias, specialmente i corsi di lezioni e le conferenze degli anni 1933-44 nel frattempo usciti nell’edizione delle opere complete , e lo integra con una quantità (spesso eccessiva e non esente da qualche rischio di confusione) di riferimenti testuali a opere di altri pensatori dell’epoca (Rothacker, Clauss, Schmitt). Ma soprattutto, la differenza del libro di Faye anche rispetto alle intenzioni di Farias è l’intento, esplicitamente enunciato fin dal titolo del libro, di mostrare che tutta la filosofia di Heidegger non è altro che una trascrizione del nazismo e della sua ideologia razzista e dis-umanista (se possiamo dire così).E’ rispetto a questo intento che, al di là di ogni curiosità storica e di ogni interesse per un periodo così drammatico della storia della cultura europea, si deve valutare la riuscita del lavoro di Faye. Se diciamo che questo risultato per noi non è stato raggiunto dovremo sentirci colpevoli di neonazismo? E con noi la tanta filosofia della seconda metà del secolo ventesimo che ha letto e commentato Heidegger e ne ha fatto un punto di riferimento imprescindibile, un vero e proprio classico del pensiero della nostra epoca?

     

    Insomma, per Faye, soprattutto dopo il suo libro – ma supponiamo anche prima di esso, data la sostanziale vicinanza che egli vede nello Heidegger giovane alla mentalità e allo spirito dello hitlerismo – non si può professarsi heideggeriani senza essere almeno sospetti di nazismo. I concetti-chiave di Essere e tempo (l’opera fondamentale di Heidegger del 1927) sarebbero già infetti dall’ideologia del Führer, esposta in Mein Kampf (1925-26). Ma che dire dei corsi friburghesi di Heidegger degli anni precedenti, anzitutto quello di Introduzione alla fenomenologia della religione (1919-20) in cui sono delineati, in chiaro riferimento alla tradizione cristiana, i temi fondamentali dell’opera maggiore e anche dei successivi sviluppi della critica alla metafisica?

     

     

    “Heidegger, non era razzista”, parola di Gianni vattimo

    nella foto Heidegger (evidenziato nell’ovale) ad una riunione con i gerarchi razzisti/nazisti

     

    Tutto il discorso di Faye ruota intorno al tema del razzismo, non solo della distruzione del popolo ebraico ma anche della eliminazione nazista dei popoli considerati inferiori. Diciamo che la filosofia di Heidegger, in quanto ispirata al nazismo, è qui oggetto di una sorta di processo di Norimberga, in cui la si giudica in nome della stessa umanità riconoscendola, o cercando di mostrarla, come disumana e dunque impraticabile da chiunque voglia restare fedele alla propria natura. Se avvertiamo in questa impostazione un certo spirito affine a quello della «lotta al terrorismo internazionale» che è diventato il pensiero comune dell’Occidente dall’11 settembre in poi peccheremo di eccessivo politicismo?Il punto è che l’hitlerismo di Heidegger – innegabile dopo il 1933 e mai fatto oggetto da lui di un vero e proprio ripudio, di un atto di pubblico pentimento – non dà luogo a una filosofia razzista, tanto che i molti interpreti che hanno letto e utilizzato Heidegger anche «da sinistra», non lo hanno mai rilevato. Quel che Faye mette senz’altro sul conto del razzismo è l’antiumanismo di Heidegger, che ha ben altro spessore teorico, giacché si identifica con la sua critica – discutibile ma non certo da rigettare come «inumana» – della civiltà occidentale che ha dato luogo, fino al momento attuale, a un mondo dove progresso tecnologico, sfruttamento , dominio di classe, progressivo esaurimento delle risorse del pianeta appaiono indistricabilmente connessi.L’illusione di Heidegger nel 1933 è stata che la Germania (quella di Hölderlin, del Nietzsche «tragico», e da ultimo quella di Hitler) potesse rappresentare una alternativa valida (umanamente) sia all’industrialismo americano sia al totalitarismo sovietico. Si ricordi che negli stessi anni altri filosofi di tutto rispetto facevano scelte altrettanto radicali di segno opposto: Gentile fascista in Italia, Lukács e Bloch a favore della Russia di Stalin. Ma Heidegger in più era razzista, direbbe Faye. Le evidenze testuali che porta per dimostrare questa tesi sono per lo più indirette, come le analogie, su cui insiste tanto, fra l’analitica esistenziale di Essere e tempo e le idee di Hitler.

     

    E quanto all’atteggiamento di Heidegger nel dopoguerra, quando ci si sarebbe aspettati da lui una pubblica «conversione» ai valori «umani» dell’Occidente vincitore – ai quali Faye si ispira senza alcuna incertezza critica – non crediamo che sia riconducibile, come lui pensa , alla volontà di nascondere le vergogne del suo nazismo passato, per il quale del resto subì un processo di epurazione che gli costò il divieto di insegnare.E’ più ragionevole ritenere che Heidegger non pensò mai di potersi mettere dal punto di vista della verità assoluta: né quando scelse Hitler, né dopo, come avrebbe dovuto fare un filosofo disciplinatamente «democratico» e atlantico. Per lui il pensiero doveva rispondere a una chiamata non eterna come la metafisica, ma «storica», che, almeno dopo Essere e tempo, non gli parve più separabile da un impegno concretamente politico. Che egli credette di dover assumere appoggiando Hitler. Un errore che non pensò mai di poter condannare in nome della verità assoluta, ma che lo tenne lontano dalla politica per tutto il resto della sua carriera. E che forse gli ispirò l’amara considerazione: Wer gross denkt, muss gross irren: chi pensa in grande, deve per forza anche errare in grande.

     

    *  *  *

     

    NESSUNA SVOLTA PER HEIDEGGER

    Un saggio eloquente sfata il mito che ha nutrito le favole postmoderne «Heidegger,

    l’introduzione al nazismo nella filosofia» di Emmanuel Faye

     

     

    di MAURIZIO FERRARIS

     

    il manifesto 8/7/2012

     

    Equilibrismi ermeneutici (di VattimoN.d.R.) per tenere separati nazismo e razzismo

     

    «C’era una svolta». Così per noi, studenti di filosofia negli anni Settanta del secolo scorso, incominciava la favola di Heidegger. Raccontava di un filosofo che dopo essere stato il padre dell’esistenzialismo, a un certo punto, negli anni Trenta o subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, con una svolta (Kehre) speculativa, si sarebbe «posto all’ascolto del linguaggio e dell’essere», avrebbe inventato una nuova ontologia basata sulla passività. La fiaba racchiudeva, in un involucro mitico, una allusione al rapporto di Heidegger con il nazismo, ma questo lo abbiamo capito solo tempo dopo. Sulla fine degli anni Ottanta se ne seppe molto di più, in senso non mitico, attraverso due libri, di Victor Farias e di Hugo Ott. Qui si apprendeva che Heidegger non era stato nazista occasionalmente e per ingenuità, durante il breve periodo del rettorato nel 1933, ma era stato precocemente antisemita, e poi organicamente nazista, sino alla fine della guerra, e dopo non aveva mai ammesso le proprie colpe, impegnandosi piuttosto nella stesura di testi di autodifesa che erano stati presi per oro colato dai suoi esegeti. La svolta, in parole povere, veniva a significare: prima una filosofia dell’impegno e dell’urto, della comunità nazionale; poi, dopo la guerra, una filosofia dell’abbandono e della pazienza (Abbandono, uno dei testi chiave della svolta, è stato scritto nel 1944, dopo una conversazione con Ernst Jünger in cui Heidegger capì che la guerra era perduta). È in questo clima di nuova consapevolezza che, nel 1944, uscì Heidegger e il suo tempo di Rüdiger Safranski, il cui titolo in italiano è anodino, mentre nell’originale tedesco (così come in molte traduzioni in altre lingue) è ben più eloquente, ossia Un maestro tedesco, con riferimento ai versi di Fuga di morte di Paul Celan: «la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro ti colpisce con palla di piombo».

     

    Heidegger, l’introduzione del nazismo nella filosofia, il monumentale libro di Emmanuel Faye (la cui edizione ampliata risale al 2007, e che viene ora proposta in italiano dall’Asino d’oro con l’eccellente cura e introduzione di Livia Profeti e una ricca prefazione dell’autore per l’edizione italiana, pp. 544 € 30) compie un ulteriore e decisivo passo in avanti per l’uscita dal mito, mostrandoci come Heidegger non solo fosse personalmente e convintamente nazista, ma come tutta la sua filosofia sia radicalmente inseparabile dal nazismo, e abbia realizzato – come una sorta di Lili Marlene speculativa – la singolare operazione di traghettare nella sinistra postmoderna parole d’ordine, termini e concetti che appartenevano alla visione del mondo nazista. Come si spiega che il massimo successo di quella che un contemporaneo, Lévinas, definiva «la filosofia dell’hitlerismo» abbia avuto luogo a sinistra e non a destra, e dopo la guerra? L’arcano si svela abbastanza facilmente. Da una parte, parlare nel dopoguerra, a destra e in Germania, di autori nazisti come Heidegger, Jünger, Schmitt (e di un loro riferimento comune, Nietzsche) sembrava implausibile, ne momento in cui la cultura tedesca era, comprensibilmente, interessata a voltare pagina. Diversamente andavano le cose in Francia e in Italia, ed è così che si spiega l’edizione di Nietzsche di Colli e Montanari, come pure il rilancio di Heidegger, prima in Francia (spesso in funzione anti-sartriana, a partire dalla Lettera sull’umanismo), poi in Italia.

     

    Questo sdoganamento (è il caso di dirlo, visto che comporta un passaggio di frontiere, e poi un ritorno in Germania attraverso la Francia e gli Stati Uniti) suscitava le ironie di un uomo di spirito come Junger, che osservava di aver trovato tutte le sue opere nella biblioteca di Mitterand, ma che del resto c’erano già tutte nella biblioteca di Hitler. Tuttavia, a mio parere, c’è un secondo motivo più determinante. Nel dopoguerra, è come se la sinistra avesse avocato a sé il monopolio del politico. Politica e sinistra erano coestensive, dunque ogni pensatore del politico, fosse pure il giurista di Hitler, come Schmitt, diventava fruibile a sinistra. E quello che l’analisi di Faye ha il merito di illustrare con chiarezza e profondità è l’intima struttura politica del pensiero di Heidegger, che lo rendeva particolarmente riciclabile in un’epoca iper-politica come il Sessantotto. La storia e la decisione sono l’unica realtà (cosa che era in sintonia con quel funesto antirealista che è stato Hitler, ma anche con quegli antirealisti più benintenzionati che proclamavano la necessità della immaginazione al potere), si tratta di combattere l’oggettività in nome della solidarietà, il freddo intellettualismo in nome del radicamento in una comunità di popolo: «Questo interrogare, attraverso cui il nostro popolo sopporta il proprio essere storico, lo patisce nel pericolo, lo conduce sino alla grandezza del suo compito, questo interrogare è il suo filosofare, la sua filosofia».

     

     

    Un movimentismo filosofico che appare molto evidente nel seminario del ’34 omesso dalla «Opera completa» (che dunque, osserva giustamente Faye, è tale solo di nome) così come in un seminario su Hegel del medesimo periodo, dove l’intento fondamentale di Heidegger è politicizzare in massimo grado l’argomento, per cui, per illustrare la tesi della identità di razionale e reale, decreta che il Trattato di Versailles non è reale. L’insistenza sulla storicità, intesa come quel divenire che può giustificare qualunque cosa, è la chiave di volta del costruzionismo heideggeriano, che si traduce, in sostanza, in un trionfo della volontà di potenza. Quando i postmoderni hanno sostenuto che qualunque tesi e qualunque verità devono essere indicizzate alla loro epoca lo hanno fatto con intenti emancipativi, ma ripetevano l’argomento di Heidegger in difesa del Führerprinzip. Desideroso di trasferirsi a Monaco per stare più vicino a Hitler (come si legge nella corrispondenza con la Blochmann), forse almeno in una occasione ghost writer del Führer, Heidegger opera una continua trasposizione del presente nell’eterno, del politico nel metafisico, e viceversa.

     

    E il fatto che nella seconda metà degli anni Trenta i riferimenti politici si diradino non va interpretato come una presa di distanza ma, proprio al contrario, come l’ottemperanza a una direttiva dall’alto. Il Ministero, preoccupato di una università in cui la fedeltà politica sembrava contare più del merito e in cui si improvvisavano corsi iper-politici (è per l’appunto il caso del seminario di Heidegger su Hegel, di cui gli studenti si erano lamentati) aveva chiesto argomenti più accademici. Il che non impedì a Heidegger incresciose allusioni. Come quando, commentando Nietzsche nel 1940, Heidegger si infiammò per l’avanzata dei carri armati di Guderian nella Francia arresa che dimostravano l’indigenza metafisica della patria di Cartesio. O quando, durante l’operazione Barbarossa, l’attacco all’est, scelse di commentare Hölderlin, che racconta il movimento dei tedeschi verso il Danubio e dice che «lo spirito ama la colonia».

     

    Ma l’esempio più clamoroso di cortocircuito tra l’eterno e il presente è la circostanza, segnalata da Faye, per cui il tempio greco di cui Heidegger parla in L’origine dell’opera d’arte sembra sia stato, nelle prime versioni pubbliche della conferenza, lo Zeppelinfeld di Norimberga, allestito in stile classicheggiante (si ispirava all’altare di Pergamo) per accogliere il discorso di Hitler, che evidentemente Heidegger identificava con il divino. Il che – sia detto di passaggio – getta una luce inquietante sulla sua dichiarazione del 1966 secondo cui «ormai solo un Dio ci può salvare». La denazificazione di Heidegger ha avuto tante vie. Anzitutto quella storicogrammaticale, per cui a leggerlo bene, a capirlo e a metterlo in contesto, si scioglierebbero tutti gli equivoci. Così François Fédier, che negli Scritti politici di Heidegger postilla la chiusa della allocuzione del 17 maggio 1933 in cui Heidegger scrive: «Alla nostra grande guida, Adolf Hitler, un Sieg Heil tedesco» con parole che sembrano uno scherzo di cattivo gusto: «Ancora oggi l’espressione ‘Ski Heil’ – senza la minima connotazione politica – viene impiegata, tra sciatori, per augurarsi una buona discesa» (p. 329 della traduzione italiana, Casale Monferrato, Piemme 1998). Ma c’è anche stata – e continua a esserci, per strano che possa apparire – una via mistico-allegorica, che traducendo in modo incomprensibile il gergo heideggeriano produce una denazificazione per confusione. Come ad esempio nel caso del brano riportato più sopra, che è stato reso non trent’anni fa, bensì l’anno scorso, come segue:«Questo interrogare, nel quale il nostro popolo aderge il suo geniturale adessere, ossia lo tiene erto per entro la tentazione e fa sì che esso si erga nell’extraneum della nobiltà del suo incarico, questo interrogare è il suo filosofare, la sua filosofia» (Che cos’è la verità? edizione italiana a cura di Carlo Gotz, Milano, Christian Marinotti edizioni, 2011). Con questa ermeneutica anche gli ordini di un Sonderkommando sul fronte orientale possono esser trasformati in poemi simbolisti o in ricette di cucina. A rompere le uova nel paniere fu però proprio Heidegger, che – come dimostra Faye con analisi rigorose e pazienti – reinserì brani compromettenti nell’edizione delle sue opere che incominciarono a uscire nel 1975, un anno prima della morte.

     

    Malgrado questo Gianni Vattimo, recensendo il libro di Faye (Tuttolibri, 2/6/2012), sostiene che Heidegger era nazista ma non razzista. Vien quantomeno da chiedersi: ammesso e non concesso che si possa dare il caso di un nazista non razzista, non è già abbastanza grave essere stati nazisti e continuare a esserlo, come riconosce Vattimo quando con approvazione osserva che Heidegger non ha voluto essere un filosofo «democratico» (tra virgolette, e ci si chiede perché) e «disciplinatamente atlantico»? A occhio si direbbe che è grave, molto grave. A meno che non ci si ponga sulla stessa lunghezza d’onda di un volume citato da Faye, Revolutionary Saints. Heidegger, Noational Socialism and Antinomian Politics di Christopher Rickey (Pennsylvania, UP 2002), in cui legge: «Per quanto scioccante possa essere questa suggestione per la nostra sensibilità morale, la nostra integrità intellettuale ci obbliga a domandarci se il nazionalsocialismo non rappresenti la risposta autentica alla questione di come dovremmo vivere».

     

    Leggete anche Le mani sporche di Heidegger – E la strana disfatta di Gianni Vattimo – di François Rastier http://labont.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/10/mani.pdf

     

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    • Mi sento di dire solo una cosa, una cosa che è manifesta a chiunque abbia a che fare con la filosofia (e non cerchi un riciclaggio mediatico, come Ferraris da gran tempo sta facendo, prestandosi alla più patetica logica giornalistica, dicendo bye bye a Kant (!) e altre realistiche – nel senso di un realistico aumento di notorietà – opere meritorie). Dunque, il pensiero di Heidegger è essenzialmente nazista (qui un filosofo dovrebbe già fermarsi e chiedersi – che è essenza?, che non è cosa affatto pacifica – ma andiamo avanti), questo dice in buona sostanza Ferraris. Già. peccato che lui stesso, nonostante le recenti “svolte”, frequenti ancora con ammirazione, sebbene declinata a modo suo, il pensiero di Derrida. Che ebbe a scrivere, in “Posizioni”, che l’intera sua ricerca non avrebbe potuto avere luogo senza il pensiero heideggeriano. Il termine stesso di decostruzione, cifra della meditazione derridiana, viene dalla “distruzione (la traduzione non è delle più felici) della storia della metafisica” di Sein und Zeit (“Destruktion der Geschichte der Ontologie”). Dunque, vediamo. Il pensiero di Heidegger è essenzialmente nazista e quindi tutto ciò che viene da esso porta in sé questo cancro. Pure Derrida, per sua stessa ammissione, viene anche da Heidegger. Lo stesso pensiero derridiano, quindi, è nazista. Ferraris è stato allievo di Derrida e, pur “correggendo” la prassi decostruttiva con il pensiero del new-realism (come e se si possa farlo, è un altro discorso), vi aderisce – cioè aderisce alla “Destruktion der Geschichte der Ontologie” in salsa francese. Ergo, il pensiero di Ferraris è (almeno un po’) nazista.
      Con una piccola postilla conclusiva: se l’articolo di Ferraris ha l’ambizione di essere di genere filosofico (e la ha, in quanto dice che “tutta la sua [di Heidegger] filosofia [è] radicalmente inseparabile dal nazismo”), esige lo stile filosofico di chi lo scrive e il suo pensiero. Che è (almeno un po’) nazista. Nazsiticità che denunzia la nazisticità, perché il pensiero vive di paradossi.
      Oppure l’articolo di Ferraris non arriva al nodo filosofico del problema. A voi la scelta. Alè.

      • Bene Paolo visto che lo vuoi facciamo lo scontro duro. Riunisco idealmente i tuoi due commenti e ti rispondo rivolgendomi anche ai lettori.
        È vero la “filosofia” come la intende Paolo, ma anche tutto il pensiero occidentale creato da “filosofi” … come Paolo, «non è da tutti».
        Per quanto mi riguarda la filosofia la intendo come la parola la definisce: amore per la sapienza. La filosofia ha perduto, in duemila e 700 anni di storia le ragioni della sua nascita. Partita con i primi presocratici, come ricerca dell’Archè, parola che al suo nascere significava “ciò che costituisce l’origine delle cose, ciò da cui tutto proviene”, in seguito si perse nel pensiero religioso . Ci pensò prima Parmenide, e poi quel pederasta di Platone, a distruggere tutto con il logos astratto che non serviva più per la ricerca della verità sulle cose visibili ed invisibili esistenti nella natura e nella realtà umana, ma serviva solo per legittimare il potere costituito a cui i “filosofi” si sono sempre adeguati, vedi Cacciari. E vedi anche La Repubblica di Platone testo base di tutti i totalitarismi del secolo trascorso.
        Con l’avvento dell’era criminale cristiana i padri della Chiesa non fecero altro che mutuare il pensiero filosofico e dire già con Giovanni evangelista « Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος » cioè « In principio era il Verbo (logos)»
        Da quel momento in poi, tranne pochissimi veri filosofi tra cui brilla la stella di Giordano Bruno, ragione e religione sono andate a braccetto per paralizzare il pensiero umano con tutte le belle pensate.
        In che modo? È molto semplice: se si parte dall’assunto che “in principio è il logos”, non esiste più una realtà alla quale si da un nome, ma è la parola che crea ex nihilo la realtà. Praticamente i “filosofi” partendo da assunti inesistenti, hanno creato per due millenni dal nulla sistemi filosofici inficiati da questo non pensiero. Voi direte che è un pensiero delirante … esatto è un pensiero delirante perché “fa di ciò che non è, ciò che è; e di ciò che, è ciò che è” Ludwig Feuerbach.
        Questo pensiero/credenza onanistico che compulsivamente gira intorno a se stesso come una trottola impazzita, nutrendosi del proprio vomito, ha dominato e continua a dominare, con epigoni tipo Paolo, il “pensiero sapienziale” occidentale.
        Di tutto ciò Paolo forse non se né accorto, non gliene faccio una colpa. Poverino è il frutto della sua storia relazionale e dell’ambiente culturale a cui ha aderito, senza fare quei rifiuti che salvano dalla lebbra “fliosofica”. Chiusi gli occhi davanti alla realtà, per comandi interni e ambientali, non si è accorto che, gratta gratta, sotto il cosiddetto pensiero “filosofico” si nasconde un gorgo ontologico quasi invincibile, sul quale però utilizzando il logos (pappone maleodorante dove i maggiori ingredienti sono religione e ragione) sono stati costruiti edifici di cartapesta dai colori accattivanti .
        Dal fondo di maelström ontologico nel quale è stato risucchiato e dal quale, come tutti gli infelici che hanno perduto la passione per la sapienza, cerca di attrarre farfalle smarrite e depresse che sentono la vita ma non la sanno decifrare. In psichiatria questi signori li chiamano schizoidi: persone con una struttura psichica borderline che vivono entro i limiti della legalità pur utilizzando la loro insignificante vita per distruggere la realtà umana altrui. Questo lo dico per il modo in cui egli, il Paolo, si è rapportato a me e a noi, insultando con l’intento palese di sminuire la nostra identità di essere umani. Frasi come “La filosofia non è da tutti” o “Forse persino voi ne trarrete giovamento” la dicono lunga sul tentativo meschino del Paolo di destrutturare la nostra realtà sapienziale e soprattutto umana. Tentativo fallito carissimo.

        Paolo e quelli come lui, e non sono tantissimi per fortuna, si sono autoproclamati Sacerdoti di uno pseudo pensiero che parte da assunti che bonariamente posso definire metafisici ma che in realtà sono frutti di un pensiero dissociato … e poco mi interessa se migliaia di “filosofi” la “pensano” in modo contrario … non sono mai entrata in uno stadio e non per questo mi sento menomata (come non mi sento menomata di fronte al pensiero di Aristotele che dice “le donne sono una anomalia della specie”) per il solo fatto che non condivido un millenario modo di “pensare che in realtà nasconde la credenza nella ragione astratta, inzuppata di “pensiero” religioso, costi quello che costi. Vedi quel malato di mente di Heidegger che, come i credenti malati di alienazione religiosa, dice che la realtà umana è “essere per la morte”. Esattamente come i religiosi cristiani che dicono che la vera vita inizia dopo la morte. Non per niente egli tentò di diventare un prete cattolico, non riuscendoci perché fu ricoverato in una clinica per malattie mentali. E questo stronzo è un eroe per gente come il “filosofo” Paolo.
        A me invece di tutte le stronzate su Derrida mi interessa la realtà empirica e la storia di Heidegger, idolatrato dal nostro Paolo, che la dice lunga sulla sua capacità di essere un pensatore che aiuta la società a divenire più umana. Ricordo un esame di estetica dove ho dovuto rispondere a domande su Kant e Wittgenstein, fu veramente allucinante, dovetti fare un momentaneo lavaggio del cervello ed imparare i concetti a memoria per superare l’esame … con un 27 se non ricordo male. Ma la cosa non lasciò segni indelebili nel mio pensiero. Certe cose si fanno per salvarsi la vita, lasciando credere ai professori di credere come loro in questi “grandi pensatori” che umanamente erano il nulla più assoluto.

        Ma è anche una questione di scelta tra essere e non essere : “Essere o non essere, questo è il problema. Cos’è più nobile, soffrire nell’animo per i sassi e i dardi scagliati dall’oltraggiosa fortuna, o impugnare le armi contro un mare di affanni e combatterli fino a farli cessare? (…) la riflessione ci rende tutti vili.”
        È più nobile spendere la vita cercando la verità dell’essere impugnando le armi della dialettica contro il monolite millenario della credenza filosofica occidentale, o aderire a queste pseudo verità che lasciano gli esseri umani, come te, o Paolo, in balia di un destino creato da voi stessi per pacificare la mente in queste masturbazioni mentali letali? Letali perché se le seghe te le fai a quattordici anni sono quasi normali se te le fai a trenta sono sintomi di patologia conclamata.
        Ma una domanda è d’obbligo … perché io di fronte ad una frase come quella di Heidegger «essere per la morte» mi sono ritratta e sono andata a cercare da quale la realtà umana potevano uscire pensieri di questo genere, mentre tu hai assorbito questo pensiero cattonazista senza neppure un gemito critico, per poi venire a vomitare la tua rabbia per il nostro rifiuto sulle nostre pagine ? perché la filosofia “non è roba per me”? Perché sono stupida? Perché non mi sono lasciata sedurre dal serpente di una pseudo verità? Io se fossi in te qualche domanda me la farei.
        Tu che vita vuoi Paolo? Una vita fondata sul non essere che come le seghe non costa nulla ed è anche “pacificante”, o quella alla ricerca di una vera conoscenza che allontana “dalla masturbazione mentale e dall’azione cattolica”? Chieditelo dammi retta cocco, chieditelo.

        Paolo, io ho perso un po’ di tempo per rispondere ai tuoi … diciamo “politicamente scorretti” commenti, che avevano l’intenzione di gettare fango su di me, e sulla redazione. Ti chiedo scusa se sono stata dura e irriverente ma lo hai voluto tu.

        Ti chiedo anche se posso far diventare questa nostra infuocata dialettica un articolo, senza omettere neppure una parola di questo colloquio.
        Io gioco leale. Se mi dai il permesso lo pubblico così com’è altrimenti ne farò un articolo senza fare naturalmente accenni a questa nostra “dialettica”.

        Ma lo sai che ora che ti ho risposto mi sei diventato quasi simpatico.

        Succedeva anche a te di prenderti a botte con un ragazzino del quale poi diventavi amicissimo?

        Giulia De Baudi

    • Pubblica, pubblica.
      Mi sento di dire solo poche cose:
      1. non prendertela così tanto se ti si fa notare che l’idea di “spirito” in Hegel, forse non avendolo letto, non è quella che ti eri messa in testa. Si sbaglia per imparare (ah, non ci sarebbe nessun “Fiume di fuoco” senza Hegel).
      2. Sein zum tode, tradotto malamente come “essere per la morte”, ma che funziona meglio come “essere alla morte”, non signfica un amore per la propria morte, ma il riconoscimento del fatto che il limite della nostra impossibilità abita “per ora non ancora” la nostra vita, la quale è autenticamente tale se davvero prendiamo sul serio questo fatto (l’unico): che io, voi, e tutti gli altri moriremo.
      3. i presocratici li definiamo “filosofi”, ma in effetti non sono davvero tali, e sicuramente non si pensavano tali, visto che la stessa parola fu inventata, probabilmente, da Pitagora. I presocratici erano sòfoi, non filosofi. Che proclamavano, appunto, che in principio c’è questo o quello. Ma se tu dici che in principio sta qualcosa di determinato, cominciano i guai, (e, con essi, comincia la filosofia) perché per esserci qualcosa deve essere qualcosa e il suo altro. Se all’inizio ci fosse solo, ad esempio, il giallo, non ci sarebbe nessun giallo, perché il giallo è tale solo per la sua esistenza nell’intera gamma dei colori. Inoltre, se pensi l’inizio, devi chiederti che era prima dell’inizio (Kant docet). Cosa che, come capirai, non è semplice.
      4. non ho molto altro da dire, perché nulla funziona in ciò che scrivi, è solo un gran minestrone di perbenismo che non sa dove si trova (ha la mania della assolutezza delle sue proposizioni morali dogmatiche) e di ingenuità prefilosofiche (l’esempio dell’origine determinata ne è segno). Solo una cosa: bisogna combattere, fare battaglia, ma solo dopo il cercare di avere compreso il pensiero della tradizione. Se si parteggia e si decide in virtù delle proprie convinzioni morali cosa è vero e cosa è falso, non si fa buona filosofia (innanzitutto si dovrà vedere cosa significa la verità).
      Aggiungo una ultima cosa: Heidegger non è il mio idolo, non ho mai detto questo, ho semplicemente affermato che il suo pensiero non è un cancro. Purtroppo, chi si è già deciso in anticipo in questo modo, non può più decidersi su nulla.

    • ..eppure l’amore (: ..anke ai tempi ebree ed ss lo facevano ..a obbligo d’innovatività all’imperativo di vivere. (!) (; buon consiglio dei giovani a tutti

    • La critica al nazismo talvolta comprende quei fantasmi che lo stesso nazismo ha creato: “quell’onda nera” che ha portato alla confusione e quindi all’annullamento-sparizione di qualsiasi dialettica capace di far sparire questi fantasmi!
      PERCHE’!?

    • Il Nazionalsocialismo non fu razzista,queste sono montature dei vincitori che però da qualche hanno stanno vacillando.Parlare di nazismo razzista è un controsenso a testimonianza di nazionalsocialisti di etnie diverse.Per quanto riguarda essere razzisti contro il popolo eletto cioè il più razzista al mondo,significa appunto non esserlo.Quando mai, il Nazionalsocialismo tedesco,si è sognato di essere antiturco, antiarabo, antivietnamita o semplicemente antistraniero?Basta sfogliare un qualunque libro che non sia quello di regime odierno,per apprendere che durante il secondo conflitto mondiale il Gran Muftì di Gerusalemme Haji Amin Al-Husseini, parlava da Radio Berlino per incitare alla rivolta i popoli Arabi sottomessi e colonizzati da quelle potenze razziste ed imperialiste, che la falsa storia ha sempre spacciato come “democrazie”, cioè Francia e Gran Bretagna.

      • Ben ritrovata cara Eva.

        Certo non si può certo dire che quello che dici non sia accaduto. Ma agli accadimenti gli si deve dare un senso. Anche le frange estremiste dei cattolici irlandesi si allearono con Hitler, ma solo perché ciò fu funzionale alla loro lotta contro gli inglesi oppressori. Come dici tu il Nazionalsocialismo tedesco, non si è mai sognato di essere antiturco, antiarabo, antivietnamita o semplicemente antistraniero.

        Il protagonisti del Nazionalsocialismo tedesco furono “semplicemente” i promotori e gli esecutori di una idea filosofica, quella heideggeriana: la volontà di potenza portata al massimo della disumanità. Il pensiero fu quello di portare la ragione al massimo della logica dell’utilitarismo. Quell’utilitarismo che vedeva il territori altrui come proprio “spazio vitale”. Hannah Arendt definì questa logica “La banalità del male”; io “la banalità della ragione”. Il pensiero fu più o meno questo “il dominio sul mondo deve essere nelle mani del più forte, e quindi, essendo noi i più forti, ci prendiamo, costi quello che costi, il dominio del mondo”.

        Il costo fu un “po’ elevato”. Eva, secondo te, bastano cento milioni di esseri umani, che, tra morti ammazzati e carestie, tra militari e tra civili, tra morti nei campo di concentramento (circa 12 milioni) o sotto le bombe, sono scomparsi a causa del nazifascismo tedesco italiano, nipponico, ecc. , per pagare il tentativo di dominare il mondo da parte di chi riteneva di essere lui colui che lo doveva dominare?

        È chiaro che il nazifascismo, propriamente detto, non è il solo responsabile del razzismo, la vicenda di Nelson Mandela e dei suoi oppressori britannici, ce lo racconta molto bene. Ma in nostro articolo, che tu hai commentato, si parla di nazifascismo e quindi … se hai voglia e tempo per leggere qualcos’altro vedrai che non è solo il Nazionalsocialismo tedesco, propriamente detto, il bersaglio delle nostre denunce. Qui, per “grazia di dio” vengono denunciati i crimini contro l’umanità compiuti al riparo di qualsiasi bandiera e di qualsiasi religione, soprattutto quella cristiana che storicamente è stata senza dubbio la più feroce. Non ti voglio però indirizzare verso questo e quell’altro articolo. Vedi tu se vuoi approfondire e se vuoi continuare la dialettica con noi. Ricordati solo che questo non è quel face book usato dai grillini per insultare i giornalisti che cercano di fare questo lavoro di ricerca con onestà intellettuale.

        Un saluto
        GianCarlo Zanon

    • da Vattimo (“Heidegger non era razzista”…erano gli ebrei a essere fuori “dalla storia dell’Essere”) rotolando giù fino a Eva (“il nazionalsocialismo non era razzista”…ma gli ebrei sì però…).

      Diventa difficile commentare il delirio…

    • Gli unici razzisti al mondo sono “il popolo eletto” cioè i fautori del disastro finanziario e della bugia globale,a scapito delle popolazioni e delle nazioni, una cricca malefica.I commenti del sign.”Fabio” sono il nulla,non sa neppure replicare. Per quanto riguarda invece i milioni di morti, quelli sono stati raccontati dalla solita cricca che ha ben pensato a suo tempo di scatenare una guerra mondiale contro chi avrebbe voluto l’autodeterminazione dei popoli e non il delirio al quale stiamo purtroppo assistendo da tempo.Con facebook non ho niente a che fare e neppure con i grillini, ma sarebbe ora di smetterla di incolpare chi non ha avuto colpa solo per una logica demenziale scritta dai vincitori e dai voltagabbana.Infine il termine nazi-fascismo non ha alcun significato storico è un ossimoro.

      • Eva penso che tu sia troppo tranchant. Capisco che in un commento non si possa spiegare fino in fondo il proprio pensiero su una materia complessa come questa ma così come fai tu il tutto diventa solo una bordata senza senso. Poi perché il termine nazi-fascismo sia un ossimoro lo sai solo tu … allora anche cattocomunista è un ossimoro? e come definiresti un comunista che è anche cattolico? o un fascista che credeva ed ubbidiva a mussolini e ad Hitler ?

        cordialmente
        G.D.B. Per la redazione

    • Questa autodistruzione dell’ebraismo replicherebbe, sul piano filosofico, l’autodistruzione degli ebrei che Heidegger ha tematizzato per negare il crimine nazista.

      • bel commento Patrizio 221 … ma niente pubblicità per cortesia …oggi abbiamo tolto il link, la prossima volta ti inseriamo negli spam

        Giulia De Baudi per la Redazione di G&N

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