• De libero arbitrio or De servo arbitrio – La felicità è essere schiavi di Dio oppure …

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    lo fragil permanese

    Di Giulia De Baudi

    «Sono gemelli siamesi. Identità e libertà vanno insieme. Un malato non è libero. Il sano di mente sì, perché ha questa struttura di identità che lo rende libero»

    Massimo Fagioli*

     –Il teologo Vito Mancuso, sulle pagine di Repubblica del 21 maggio 2016, ha dibattuto su un tema molto caro alla cultura occidentale: il libero arbitrio declinato in salsa teo-filosofica.

    Il lungo titolo Siamo davvero in grado di autodeterminarci? – Secondo il Grande Inquisitore di Dostoevskij cerchiamo un potere a cui consegnarci, introduceva il lettore nei labirinti del pensiero religioso occidentale che per secoli si è dibattuto tra due categorie di pensiero: l’essere umano può determinare la propria esistenza?

    Ovviamente essendo, presumo, un credente, il teologo giunge a definire la felicità come svuotamento del proprio essere – che per Mancuso è solo “volontà di potenza” – che porterebbe, badate bene, non alla schiavitù nei riguardi dio ma a «una nuova forma di relazione, che, con le parole del Vangelo («vi ho chiamato amici» – Giovanni 15,15), si può chiamare amicizia.»

    Il credente svuotato del proprio essere, demoniaco si intende, diverrebbe così, secondo questa lussureggiante interpretazione, non uno schiavo alla mercé del dio monoteista che ne determina l’esistenza, ma un suo caro amico … sin dalla prima infanzia, suppongo.

    D’altronde, scrive Mancuso se è vero che la Chiesa cattolica ancora nel 1866 si pronunciava, per bocca di Pio IX contro l’abolizione della schiavitù, (1)  è pur vero, così fa intendere, che san Paolo era contrario alla schiavitù. Per legittimare questa sua affermazione inserisce questa frase del santo cristiano «Non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né maschio né femmina» (Galati 3,28). Frase che, a mio giudizio, non dice cosa in realtà egli pensasse della schiavitù, mentre queste altre, guarda caso dimenticate dal teologo, parlano chiaramente di una sua insistita legittimazione della schiavitù:
    «Esorta gli schiavi a esser sottomessi in tutto ai loro padroni; li accontentino e non li contraddicano, non rubino, ma dimostrino fedeltà assoluta, per fare onore in tutto alla dottrina di Dio, nostro salvatore.» (Tito 2, 9);

    «Ciascuno rimanga nella condizione in cui era quando fu chiamato. Sei stato chiamato da schiavo? Non ti preoccupare; ma anche se puoi diventare libero, profitta piuttosto della tua condizione! Perché lo schiavo che è stato chiamato nel Signore, è un liberto affrancato del Signore!» (1-Timoteo 6, 1)

     

    È chiaro, a questo punto, l’intento quantomeno confusivo del teologo che, indisturbato, vivacchia da anni negli ambienti della cultura egemonica del nostro paese con la fama di essere un “eretico moderato”.  Definizione poco definita e che tradotta in politicamente incorretto significa che sta con un piede in una scarpa e uno in un’altra barcamenandosi nell’imperturbabile palude culturale di quella diocesi vaticana che corrisponde al nome di Italia.

     

    Ma l’articolo di Vito Mancuso non è neutrale come vorrebbe sembrare . L’articolo ha intenzione di persuadere che la schiavitù, che è la condicio sine qua non  per definirsi un credente, sia verità non solo religiosa ma anche scientifica perché, anche se non lo dice esplicitamente, così  “suggeriscono” «i dati delle neuroscienze e della microbiologiaSIC

     

    «Siamo veramente dotati di libero arbitrio –scrive Mancuso – oppure si tratta di un’illusione, come sembrano suggerire i dati delle neuroscienze e della microbiologia? Aveva ragione Erasmo da Rotterdam che contro Lutero scrisse nel 1524 il De libero arbitrio, oppure aveva ragione Lutero che a Erasmo replicò nel 1525 con il De servo arbitrio

    Poi il teologo scomoda La leggenda del Grande Inquisitore incastonata nel romanzo di Dostoevskij I fratelli Karamazov:  «nulla mai è stato per l’uomo e per la società più intollerabile della libertà» … infatti non vedo l’ora di farmi schiavizzare da qualcuno così da rendermi libera da me stessa … ma va, va, va!!!

     

    La questione sulla libertà di scelta è antica. Fu Agostino da Ippona (e Lutero era un frate agostiniano) a spostare l’ago della bilancia cristiana sulla grazia divina cioè sull’assoluta inutilità dell’azione umana. Seguendo la logica della prescienza divina non si può che finire nel concetto di predestinazione. Agostino fece questa scelta teologica che in seguito influenzerà tutta la cultura protestante perché scegliere il libero arbitrio, scriveva  Ermanno Bencivenga su Il Sole24ore  del 22.5.16, «dava troppo potere agli esseri umani, li rendeva padroni del proprio destino.» Così Agostino costrinse il genere umano ad essere un mero epifenomeno esistente da sempre in mente Dei. Un pericoloso delirio metafisico.

     

    Pensare che il De servo arbitrio sia una condizione umana scientificamente vera e provata non è un’opinione … è un difetto di pensiero. Un difetto di pensiero che grava come un macigno su tutta la cultura occidentale: «Noi riteniamo – sta scritto nella dichiarazione di Indipendenza americana – che tutti gli uomini siano stati creati uguali, che essi siano stati dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi vi siano la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità;»

    Questa bella frase che parla del raggiungimento della felicità è intorbidita da un delirio religioso di riferimento che ammonisce: gli esseri umani non nascono liberi ed uguali per propria natura ma perché tutto ciò è donato loro dal Creatore. C’è poi il problema del dio che dona a qualcuno qualcosa perché – anche se il passo della dichiarazione d’indipendenza non lo dice ma la storia americana sì – poi si va sempre a finire al popolo eletto che ha “una missione divina da compire”. (vedi questo interessante documentario sulla “Democrazia di Dio” americana.)

    Inoltre ritengo errato partire dal presupposto che la realizzazione di sé presupponga la “felicità” tout court . Anche perché ogni essere umano è “felice” o “infelice” secondo le proprie istanze: c’è chi in un campo di calcio affollato e assordante è felice e c’è chi in quelle stesse condizioni sta malissimo.

     

    Alla “ricerca della felicità” sostituirei pertanto la ricerca della realizzazione di sé che non può prescindere dall’interesse per l’altro da sé inteso come moto per favorire la realizzazione altrui. Non esiste una realizzazione di sé solipsistica perché il rapporto con l’uguale/diverso a sé nell’essere umano è, checché ne dicano Recalcati e Scalfari e i loro colleghi, non solo naturale ma anche un imperativo categorico da trasmettere culturalmente.

    Solo quando nei primi giorni  e mesi di vita la certezza dell’umanità dell’altro viene meno a causa di cocenti delusioni, vi è disperazione ovvero perdita di speranza che porta inevitabilmente tra le braccia dell’alienazione religiosa. Alienazione religiosa che troverà la sua forma nella religione e nella cultura nell’ambiente in cui il bambino vivrà in seguito. (2)

     

    Anche se esiste una cultura in qualche modo egemone dominata dall’alienazione religiosa in tutte le sue forme, in realtà, a grandi linee, esistono due culture parallele: la predominante, impermeabile a qualsiasi novità che possa determinare mutazioni strutturali repentine in grado di generare crisi identitarie, e un’altra, una cultura “di nicchia” porosa capace di assorbire nell’istante stesso del suo accadimento evolutivo il divenire della conoscenza  – per esempio una scoperta scientifica, antropologica, archeologica, storica, – e trasformarla in ricchezza identitaria. A grandi linee, la prima è impregnata di alienazione religiosa mentre la seconda, per sua stessa natura, ne è scevra.

    Tra questi due approcci culturali ci sono ovviamente infinite sfumature che si avvicinano o all’uno o all’altro modo di reagire ad un nuovo stimolo conoscitivo.

     

    Gli esseri umani sono realmente liberi solo dopo aver realizzato la propria realtà interiore, vale a dire il senso dell’esistenza che è rapporto con l’altro da sé (uguale per nascita, diverso per sorte). Più ci si avvicina a questa realizzazione, che presuppone un profondo rapporto con la realtà interna degli esseri umani, più si è liberi di scegliere con il sì e con il no: no a chi e a ciò avvertiamo come violento e coercitivo ; sì a chi e a ciò che ci può arricchire interiormente.

    Sulla bilancia dell’essere poniamo due gravi: da un lato la felicità di cui parla Mancuso, quella raggiunta con la rinuncia al proprio essere  – che secondo la cultura dominante per natura è gravato dal peccato originale e/o da una mancanza originaria di umanità – mettendo in primo piano il rapporto con un ente trascendentale inesistente; dall’altra la piena realizzazione di sé in rapporto con l’altro da sé che, ovviamente, oltre a rifiutare qualsiasi tipo di religiosità o di ideologia, esclude ogni strano pensiero sul destino precostituito.

     

    L’appello presente nella nostra cultura, ma non solo, a svuotarsi di sé per riempirsi di un dio può essere “scelto” – scusate il bisticcio – solo da chi non è in grado di scegliere. Vale a dire da chi essendo inconsapevolmente schiavo dell’alienazione religiosa non è a tutti gli effetti un essere umano libero.

    La questione posta da Mancuso nel suo articolo ha, secondo me, il solo scopo di negare la libertà dell’individuo e la sua responsabilità di fronte a se stesso e all’altro da sé, concetto che può essere sintetizzato da una frase dello psichiatra Massimo Fagioli: «La libertà è il dovere di essere esseri umani».

     

    25 maggio 2016

     

    NOTE

    *  Massimo Fagioli – Left 11 giugno 2016 – Citazione aggiunta nella modifica del 12 giugno 2016

     (1) «Non deve quindi sorprendere che la Chiesa cattolica giunse persino a pronunciarsi contro l’abolizione della schiavitù. La cosa avvenne nel 1866, quando in risposta ad alcune questioni del vicario apostolico in Etiopia, Pio IX firmò un documento, tecnicamente denominato Instructio, in cui si legge: «La schiavitù in quanto tale, considerata nella sua natura fondamentale, non è del tutto contraria alla legge naturale e divina. Non è contrario alla legge naturale e divina che uno schiavo possa essere venduto, acquistato, scambiato o regalato». L’anno prima gli Stati Uniti d’America avevano abolito la schiavitù.»  Vito Mancuso – La Repubblica – 21 maggio 2016

    (2)  In questi ultimi due paragrafi mi riferisco alla Teoria della nascita dello psichiatra Massimo Fagioli.

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