• Pan il dissoluto: mito e rappresentazione

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    1 pan

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    Piccolo Anti-saggio su Pan,

    ovvero l’eterna negazione della realtà interna umana

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    di Giorgio Montanari

     

    Come prima cosa ci tengo a precisare che questo articolo nasce come un commento ad un altro articolo letto proprio all’interno di questo blog (I giorni e le notti N.d.R) dal titolo “Archetipi letterari e leggende culturali … la nascita della tragedia” del 12 novembre 2012. (Leggi Qui)

    A colpirmi durante la lettura era stata la riflessione dell’autore Gian Carlo Zanon, che portava alle estreme conseguenze l’episodio, più o meno noto, legato alla nascita della tragedia secondo cui essa sarebbe nata quando l’aedo, il cantore dell’epica greca, una volta immedesimatosi nel personaggio eroico da lui rappresentato, si separava dal resto del coro sfidando in qualche modo le leggi divine o dello Stato, le convenzioni quindi o l’omologazione (per dirla in termini moderni).

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    L’immagine dell’attore (Hypokrités) come colui che entra “in crisi” trovandosi di fronte a una scelta, un dilemma e che proprio per questo, si stacca dal gruppo del coro per recitare la sua parte, una parte originale, fuori dagli schemi, esprimendo così dunque la sua individualità mi aveva affascinato profondamente.

    Mentre leggevo l’articolo una serie di pensieri si affastellavano nella mia testa e vagando da un pensiero all’altro, una serie di riflessioni mi dicevano che a rafforzare tali tesi vi era un filo rosso che portava fino all’identità interna, unica ed originale, di ogni essere umano che da sempre era stata negata dal cosiddetto “pensiero Occidentale”… ma sono già arrivato lontanissimo! Perciò andiamo per ordine.

    La stessa lingua greca ci aiuta a creare un primo nesso che rafforza la tesi dalla quale sono partito, secondo cui l’attore possa esser visto come “colui che è in crisi”, non a caso la parola stessa “Krino”, da cui deriva il termine “Crisi”, significa SEPARARE … che per estensione, potremmo meglio tradurre come SEPARARSI. Da cosa? Da un proprio stato precedente! L’attore o, più in generale l’essere umano che ha conservato una certa vitalità in un momento di crisi, messo con le spalle al muro, compie un atto unico perché creativo, attua una trasformazione di sé e si separa da realtà proprie non più soddisfacenti, come espressione della propria identità, cosa che gli consente di affermarsi NONOSTANTE la volontà omologatrice e l’oppressione delle leggi (nòmos) imposte dall’alto. Sarà un caso ma tutto ciò è in perfetta antitesi con quanto affermava Aristotele, secondo cui l’attore compiva questo balzo “al di fuori dal gregge”, con finalità di catarsi del singolo nei confronti della società, con lo scopo preciso di esservi poi riammesso.

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    Per la piega (o piaga mi vien da dire) che la Storia del pensiero Occidentale ha preso, sembra pressoché impossibile uscire al di fuori degli schemi del pensiero di Platone o di Aristotele, specialmente all’interno del mondo dell’arte, eppure bisognerebbe iniziare a pensare ben al di là di queste rigide gabbie. Una breve rassegna sul punto di vista di Aristotele nei riguardi delle arti e in particolar modo della tragedia, può aiutarci a comprendere meglio.

    Mentre Platone rifiutava le arti in blocco, poiché pensava che esse stimolassero e accrescessero comportamenti lesivi per la società, Aristotele invece le apprezzava come strumento di purificazione: per il filosofo stagirita tramite queste rappresentazioni veniva messa in moto una catarsi delle passioni e dei comportamenti anti-sociali; tali spaventose “passioni negative” venivano in questo modo oggettivate. Una volta portate fuori esse potevano essere meglio controllate ed esorcizzate tramite lo strumento della ragione. Candidamente anche oggi molta psicologia ammette che quando i pazienti sono afflitti da alcuni “disturbi”, ansie ad esempio, sia utile “farle uscire”, “guardarle in faccia”, ragionamenti tanto grossolani quanto diffusi, tali da essere entrati nella parlata e nel pensiero comune, secondo cui la presa di coscienza di tali “disturbi” dovrebbe appunto aiutare a distaccarsene in modo da “razionalizzare le passioni”. Più avanti entreremo maggiormente in merito all’argomento.

    Per ora ci basti notare che, se a prima vista Aristotele sembra scagionare l’arte, egli che da sempre è considerato come l’alfiere della tragedia, subdolamente la nega, quanto se non più di Platone, facendola apparire come simulazione incombente della realtà e non creazione di immagini nuove che tutt’al più stanno a rappresentare una realtà interna dell’artista.

    Per cercare di slegarci da queste gabbie partiamo quindi dalla parola stessa.

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    Pare proprio che l’etimologia della parola TRAGEDIA sia inscindibilmente derivante dal suffisso trag- (τραγ-), che indica il caprone, dato in palio al vincitore o indossato dagli attori, oppure ancora sacrificato durante i rituali dionisiaci connessi agli spettacoli teatrali.

    Come è noto Dioniso è per la tragedia figura centrale insieme ad Apollo, specialmente a dar retta a quanto Nietzsche ha detto in proposito e cioè che le due istanze, l’una irrazionale passione travolgente, l’altra saggia e giusta istanza razionale, servono in sinergia a dar vita a quel «miracolo metafisico prodotto dalla “volontà” ellenica» che è la tragedia greca. (1)

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    Tuttavia oltre a Dioniso che – come è stato giustamente notato e scritto anche sulle pagine di questo blog – è stato sincreticamente messo in connessione con Ade dai cristiani per dar vita alla figura di Lucifero, vorrei porre l’attenzione su di una terza figura, quella di Pan, il dio caprino appunto, che non a caso sarà trasformato astutamente in Satana dai cristiani. Per giunta alcune fonti (Apollodoro) narrano di come egli si nato da Zeus e Hybris, la tracotanza. La personificazione di Lucifero stesso! Questa unione darà vita ad un concetto puramente astratto, secondo cui Pan rappresenterebbe una incosciente (incoscia?) sete di conoscenza che non calcola, se ne frega dei rischi, una figura che cerca il diverso da sé legandosi indissolubilmente alla fertilità, Pan è infatti colui che va in giro a vantarsi di aver fatto l’amore con ogni menade del corteo dionisiaco!

    Come è noto questa divinità è legata alla natura selvaggia, alla foresta, all’abisso e al profondo, un aspetto che la morale platonica, poi ripresa pedissequamente dai cristiani, Sant’Agostino in primis, personifica in un essere metà uomo e metà bestia. In un passo de “La città di Dio” Agostino scrive addirittura che i Fauni, corrispettivi romani dei satiri, simili a Pan, erano volgarmente chiamati «incubi» e avevano rapporti erotici con le donne.

    Incubo per altro ha la stessa radice di “incubare” che vuol dire “giacere sopra”, incombere quindi, ma che Greci e Romani intendevano anche in senso positivo: erano infatti convinti che sarebbe bastato dormire una notte (rito della Incubatio) in un tempio di Esculapio per ricevere dal dio una rivelazione tramite i sogni e guarire da una malattia.

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    Proseguendo nel tirare a noi questo filo rosso di nessi e etimologie scopriamo inoltre che “Incubo” era uno dei nomi secondari che i Romani davano a Fauno, che è di fatto Pan nel pantheon romano.

    Più nello specifico “Incubo” era un demone di aspetto maschile che giaceva sui dormienti, spesso donne, per trasmettere sogni cattivi e talvolta per avere rapporti sessuali, guarda caso la stessa cosa che pensava Sant’Agostino!

    A tal proposito è interessante notare come la festività romana dei Lupercalia, in cui le donne dell’Urbe venivano sculacciate con delle verghe dai giovani Romani vestiti solo con pelli di lupo. Gli incontri proseguivano fra vino e canti nelle case delle giovani per “propiziarne” la fertilità in onore del dio Fauno, tale festa dalle evidenti radici pastorali sarà sostituita in epoca cristiana da S. Valentino, dedicata sì agli innamorati ma assurdamente priva di connotazioni sessuali.

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    Pan inoltre, secondo un’oscura leggenda (riportata da Plutarco e ripresa da R. Graves), sarebbe addirittura stata l’unica divinità a morire, per giunta durante il regno dell’imperatore Tiberio (14-37 d.C.), sotto il quale si dice sia vissuto lo stesso Cristo. Tale leggenda narra di come un marinaio di nome Thamous, sentì gridare dalle rive dell’isola greca di Paxos la frase: “Thamous, Pan ho megas tethneke”, cioè “Thamous il grande dio Pan è morto”. Secondo Graves la frase detta sarebbe invece “Tammuz Panmegas tethneke”, “L’onnipresente Tammuz è morto”, ad indicare invece la morte del dio babilonese della natura selvaggia Tammuz. In entrambi i casi la vicenda potrebbe stare a significare una sorta di sconfitta annunciata del politeismo (Pan infatti vuol dire anche “tutto” in greco) nei confronti del monoteismo.

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    Il confronto-scontro fra Pan e Cristo ci introduce ad un altro capitolo della mia analisi. A dare un’altra visione di Pan ci ha provato James Hillman, psicologo americano allievo di Jung, che in un’ottica pienamente legata al fatuo libertinismo Sessantottino, nel suo “Saggio su Pan” sosteneva che il dio caprino fosse l’inventore della sessualità non procreativa e gli attribuiva nientemeno che il ruolo di dio della masturbazione. Inoltre nel suo saggio Hillman traccia un contrasto netto tra la figura di Pan e quella di Cristo. Secondo le sue tesi infatti Pan non sarebbe morto, bensì dormiente dentro di noi. Esso può risvegliarsi solo se l’uomo recupera la connessione personale con la natura e gli istinti primordiali, dato che Pan rappresenta la Natura in toto, nel bene e nel male, senza nessuna connotazione a priori, egli è in definitiva una forza grezza della natura, un essere neutrale che può originare creazione come distruzione.

    Hillman stesso scrive: “Quando l’umano perde la connessione personale con la natura personificata e l’istinto personificato, l’immagine di Pan e l’immagine del Diavolo si mescolano. Pan non morì mai, (…) egli venne rimosso. Perciò (…) Pan ancora vive, e non soltanto nell’immaginazione letteraria. Egli vive nel rimosso che ritorna, nelle psicopatologie dell’istinto che si fanno avanti (…) innanzitutto nell’incubo e nelle qualità erotiche, demoniache e paniche ad esso associate.” (2)

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    Pan dunque sarebbe scomparso all’apparire del “nuovo pastore” Cristo, divenendo Diavolo ma in questo modo Hilman scopre le sue carte: pensando di superare la visione monoteista dell’ebraismo e del cristianesimo tentandone una critica, in realtà egli neanche sospetta di non andare oltre la solita visione platonica dell’uomo scisso fra le due metà bestiale e umana, a ben vedere resta all’interno della dialettica bene-male tipica dei monoteismi.

    Le tesi di Hilman sotto l’apparente rifiuto del monoteismo celano insidie forse ancora maggiori, in quanto mirano ad un uomo che non ha bisogno di essere curato quando presenta patologie psichiche ma che semplicemente deve dar libero sfogo ai suoi istinti, lasciandosi pervadere dai “sentimenti panici” per ritrovare così l’armonia con gli archetipi: sia quando ne è tormentato ed attua i suoi peggiori impulsi, sia quando vi trova i supposti benefici in stati di trascendenza.

    Come è facile intuire questa visione delle cose giustificherebbe con una alzata di spalle stupri e violenze di ogni genere, aggravata dal fatto che uno psicologo e analista debba ritenere il dolore (quindi la malattia), come una ferita da interpretare, una apertura verso la possibilità di acquisire conoscenze, un qualcosa da sopportare in maniera stoica. Un pensiero che mi sembra accomunarlo più ad un personaggio del calibro di Anjezë Gonxhe Bojaxhiu anche nota come Madre Teresa di Calcutta che non ad uno psicologo e terapeuta.

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    Approfondendo ancora l’analisi di Pan scopriamo come egli sia colui che, intuendo il pericolo dei Titani lancia un urlo, di panico appunto, permettendo che gli Dei olimpici si salvino, facendo fuggire il drago Delfine mandato da Tifone ad ucciderli.

    Alla luce di questo episodio in cui è centrale l’intuizione premonitrice di Pan potremmo fare il nesso con il fatto che egli sia colui che insegna l’arte divinatoria ad Apollo, cioè quella “manzia”, “μαντική-mantikḗ” da cui deriva anche mantis- indovinare, parola che ha la stessa radice indo-europea di “ma-”, e che può significare sia “mente-pensiero”, sia “mania-follia” (3) 

    Non a caso i Greci antichi ma anche i Romani, pensavano che l’ispirazione e la follia avessero origine dal furore divino e la divinazione fosse intuitiva o induttiva. Quell’arte, quei “segreti”, furono poi razionalizzati ed “inumati” da Apollo nel suo santuario a Delfi. Paradossalmente proprio su quel santuario su cui campeggiava il motto “conosci te stesso” Apollo aveva messo di guardia, dopo averne ucciso uno di nome Pitone, un altro drago, curiosamente anch’esso di nome Delfine.

    Questa concatenazione di lotte per il potere, o meglio per la conoscenza, mi sembra che osservino una simmetria simile alle vicende di Urano che divora i suoi figli per impedire che essi lo spodestino, ed il fallimento del piano ne genera un secondo ripetutosi con Crono e gli olimpici, interrotto però proprio da Zeus che, una volta divorata la titanessa Metis (l’intuizione imprevedibile non metodica ma direttamente esperita), genera dalla sua testa spaccata, Atena, l’intelligenza razionale armata di tutto punto.

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    In entrambi i miti sia quello di Apollo a Delfi che in quello di Crono, Zeus e Metis l’ordine è salvaguardato, il mistero profondo è inabissato.

    A mio avviso queste rappresentazioni potrebbero rispecchiare proprio quella fase storica di passaggio in cui l’uomo preistorico (successivamente interpretato proprio come per metà bestia), viveva senza scissione fra conscio e inconscio. Fase pre-storica in cui i sogni, l’intuizione e la sensibilità nei rapporti con l’altro diverso da sé, non solo venivano tenuti in gran conto ma erano anche effettivamente utili ad aver salva la vita!

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    Riconducendomi al pensiero di Massimo Fagioli, potrei quindi affermare che tale condizione ha poi subito una scissione proprio con l’intervento del logos e della razionalità (impersonate da Apollo), che nel pensiero umano hanno scavato un solco profondo fra loro e quell’aspetto considerato invece dionisiaco (o panico), affascinante ma pericoloso, in quanto impossibile da controllare poiché scatenerebbe una (presunta) bestialità, tale da mettere in crisi in un sol colpo la cultura dominante, ribaltarne le gerarchie, i rapporti di forza e l’ordine precostituito imposti nei millenni, anche e purtroppo, attraverso l’arte.

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    Note

     

    1) F. Nietzsche, La nascita della tragedia in Opere scelte, Longanesi, 1962, p. 173

     

    2) J. Hillman, Saggio su Pan, Adelphi, 1982, pp. 58-59

     

    3) (O. Pianigiani, Vocabolario etimologico della lingua italiana).

    Leggi qui http://www.etimo.it/?pag=hom , il sito è aggiornato al 2006  

    Leggi qui http://www.etimo.it/?term=necromante ,

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    • Un punto di vista originalissimo e intelligente, davvero molto interessante. Grazie.

    • Ho letto con profondo interesse il tuo articolo Giorgio, mi è piaciuto molto il tuo punto di vista ampio e sfaccettato nonché attualissimo sulla condizione umana e lo condivido pienamente. Grazie!!!

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