• L’affaire Heidegger e il peso delle parole

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    Donatella Di Cesare non lo dice esplicitamente, non scrive il soggetto, non scrive chi sono “i boia” né di chi sono le “metafore dei filosofi”, ma se capisco bene intende dire che Heidegger, purtroppo, è stato preso alla lettera dai nazisti che non hanno capito che i suoi pensieri sugli ebrei altro non erano che innocenti “metafore filosofiche”.

    di Gian Carlo Zanon

    L’affaire Heidegger/Quaderni neri sta inchiostrando da settimane le pagine di quotidiani e settimanali e sovraccaricando di pixel l’universo web.

    Alle condanne totali e senza appello per gli scritti di colui che ha introdotto il nazismo nella filosofia, si interpongono difese parziali che non aiutano certo la ricerca della verità sul filosofo tedesco.

    La materia usata per esprimere questi pensieri contrastanti è la parola scritta. Ogni parola, soprattutto in filosofia, oltre ad avere un senso possiede anche un peso specifico notevole.
    Ho pensato che alcune, a mio parere inqualificabili, parole/idee su Martin Heidegger che generano falsi pensieri in coloro che le leggono, debbano essere evidenziate e analizzate a fondo. Inoltre devono essere immagazzinate per testimoniare la loro inquietante realtà storica. Fare questo significa denunciare l’esistenza di quelle ombre nascoste nel linguaggio che potrebbero impedire di comprendere fino in fondo non solo la lucida malattia mentale del filosofo – o se preferite il suo pensiero criminale – ma anche le falsità dei suoi apologi, la disonestà intellettuale dei suoi epigoni e, infine, la cialtronesca abitudine di dare un colpo al cerchio e uno alla botte come fece il filosofo-star italiana Gianni Vattimo «I “Quaderni neri” sono un documento d’epoca ma anche un pezzo della biografia di un pensatore del quale la filosofia del Novecento non può fare a meno.» (L’Espresso 5 dicembre 2014).


    Gli fa eco Emanuele Severino che, pur rinnegando il suo, secondo Marramao, mentore, afferma «Per fortuna Heidegger non è coerente, ossia non esiste una connessione rigorosa tra le sue tesi; sì che si possono lasciar da parte i Quaderni neri senza esser costretti a fare altrettanto con molte altre sue opere, che lo rendono uno dei maggiori pensatori del Novecento. Rileggere tutta la sua opera alla luce di questi Quaderni (dalla copertina nera) è quindi molto arbitrario.»


    C’è poi un redivivo Giovanni Reale che, nonostante sia morto da mesi, dopo aver denunciato la pervicace adesione al nazismo, scrive sulle pagine di Avvenire: «È proprio vero e non va dimenticato che: grandi uomini possono fare grandi errori.»

     

    E Marcello Veneziani su Il giornale , il 27 febbraio 2015 , mette la ciliegina sulla torta apologetica con un articolo dal titolo L’infinita e ottusa Norimberga contro la filosofia: «C’è qualcosa di torbido e surrettizio nell’accanimento concentrato e prolungato contro il vero e presunto filonazismo e antisemitismo di Martin Heidegger. Qualcosa che trascende la figura del grande filosofo, che va al di là della sua storia e della sua opera e intende raggiungere obiettivi più vasti.»

    Grande uomo? Uno dei maggiori pensatori del Novecento? Un pensatore di cui non si può fare a meno? Presunto filonazismo del grande filosofo? Norimberga contro la filosofia?


    Ed è inutile, penso, cercare di contrapporsi dialetticamente a questa categoria di individui perché ormai essere “filosofo”, ma anche giornalista, significa poter affermare, con la stessa frase, tutto e l’incontrario di tutto.
    A pochi, pochissimi, che con parole chiare espongono la loro critica totale su Heidegger si contrappongono una miriade indistinta di filosofi rimasti per decenni a trastullarsi con gli escrementi dottrinari del loro maître à penser che surrettiziamente continuano a difendere.

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    Il 24 febbraio scorso, Il Secolo XIX pubblica un articolo di Andrea Plebe dal titolo a mio giudizio sconcertante: «La donna che ha rivelato l’anima nera di Heidegger» con un sottotitolo ancor più sconcertante «Oggi a Genova la studiosa che ha svelato i Quaderni neri del filosofo Heidegger». La persona a cui si riferisce il giornalista è l’ormai famosa Donatella Di Cesare. All’interno dell’articolo si susseguono due frasi virgolettate, che presumo appartengano a D. Di Cesare – e a chi sennò – dicono: la «Shoah è un massacro ontologico» dietro il quale ci sono responsabilità che ancora non sono emerse. «Poi ci sono i boia che prendono alla lettera le metafore dei filosofi.»

    D. Di Cesare non lo dice esplicitamente, non scrive il soggetto, non scrive chi sono “i boia” né di chi sono le “metafore dei filosofi”, ma se capisco bene intende dire che Heidegger, purtroppo, è stato preso alla lettera dai nazisti che non hanno capito che le sue “idee” sugli ebrei altro non erano che innocenti “metafore filosofiche”.
    Che dire, aveva ragione Ugo Volli che lo scorso 9 febbraio su Informazione corretta introduceva D. Di Cesare nell’elenco degli epigoni di Heidegger. «Se i filosofi veri sono come Heidegger e i loro epigoni si chiamano Vattimo, Di Cesare e così via, non sarà il caso di dire che l’autodefinizione, l’autocomprensione, l’autovalutazione di questa disciplina è profondamente sbagliata?»

    Invece Andrea Plebe fa di D. Di Cesare una Mad.me Curie, scopritrice di bacilli patofilosofici che infetterebbero la verità su Heidegger. Ed ecco che per la studiosa heideggeriana, che due anni fa si “stupì” per ciò che veniva fuori dai maleodoranti Quaderni neri, è già bella e pronta una bella agiografia santificale equiparabile alla spudorata vulgata di santo “Freud scopritore dell’inconscio”.

    In realtà, a mio parere, D. Di Cesare non solo cerca in tutti i modi possibili e immaginabili di separare il corpus filosofico di Heidegger dalle sue “metafore” sugli ebrei impresse nei Quaderni neri, ma non riesce neppure ad uscire dagli schemi mentali della filosofia delirante heideggeriana. E come potrebbe farlo dato che riamane inchiodata al suo scranno di vice direttrice Martin Heidegger-Gesellschaft, associazione dedicata al filosofo tedesco.

     

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    In articolo apparso sul Corriere La Lettura il 22.2.15, dal titolo Viviamo in una guerra civile globale, D. Di Cesare analizza alcune riflessioni di Carl Schmitt sulla guerra partigiana e sul terrorismo, e scrive «Che ne è allora del partigiano di Schmitt? La tecnica ne recide il legame con la terra, ma non ne cancella la figura: il partigiano autentico, una volta sradicato, diventa il combattente che può operare ovunque e la cui irregolarità, prima mitigata dalla difesa del proprio territorio, diventa aggressività senza fine». «legame con la terra», «sradicato», «autentico», «proprio territorio» queste sono categorie deliranti heideggeriane che D. Di Cesare applica alla figura del partigiano che, a suo dire, se non possiede un «legame con la terra», si trasforma in terrorista … a prescindere della realtà umana del partigiano e delle sue intenzionalità.



    Nell’articolo del Secolo XIX D. Di Cesare dice chiaramente di non condividere la posizione estrema «di Emmanuel Faye che si accanisce contro Heidegger». Emmanuel Faye che non due anni fa ma nel 2005 pubblicò in Francia L’introduction du nazisme dans la philosophie, pubblicato dall’editore Albin Michel, e nel maggio 2012 stampato in Italia a cura della filosofa Livia Profeti (Asino D’Oro Editore). Come già scritto più volte su queste pagine, già nel 1980 lo psichiatra Massimo Fagioli nel suo libro Bambino donna e trasformazione dell’uomo criticava aspramente sia Heidegger che i suoi epigoni: Sartre, Binswanger, Basaglia. E ora invece viene scritto che D. Di Cesare è «La donna che ha rivelato l’anima nera di Heidegger» quando, ancora nell’ottobre 2013, nonostante fosse ormai noto a tutti da almeno dieci anni il pensiero nazista di Heidegger, sulle pagine dell’Espresso dichiarava a Antonio Gnoli «Dopo aver letto queste pagine sono rimasta sconvolta». Che dire di più????

     

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    Come ho scritto in un paragrafo precedente, all’interno del milieu philosophique, dove le parole possono essere interpretate “a piacere”, l’equivoco regna sovrano.


    Le parole scritte nei secoli rimangono a imperitura gloria o a imperitura vergogna di chi le ha pensate e poi scritte. L’ago della bilancia per definire il loro peso è l’umano in senso stretto.


    Le parole possono essere parte della struttura in divenire della realtà umana o labirinti metafisici dove il pensiero si perde identificandosi con gli assurdi minotauri del non senso che hanno fatto del labirinto la loro dimora.


    “… le parole sono aria del mattino. Divengono sogni. Se uno non li pesa e non li comprende, cadono come errore nel cuore e uccidono”. Friedrich Hölderlin

    2 marzo 2015

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