• Storie della Resistenza: i partigiani ebrei

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    1 Primo LeviPimo Levi

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    Il testo che vi proponiamo è tratto dall’antologia di ricordi che Italo Poma e Domenico Gallo hanno raccolto in un volume, Storie della Resistenza, pubblicato per i tipi della Sellerio editore. Il libro è un piccolo scrigno, non saprei definirlo in altro modo, in cui sono racchiuse come pietre preziose le voci di molti uomini e donne che nei mesi della guerra civile, settembre ‘43 – aprile ‘45, vissero questa esperienza indimenticabile, estrema, tragica e gloriosa. Ci sarà tempo per parlarne ancora.

     

    Oggi pubblichiamo la prefazione al capitolo Ebrei nella resistenza e un racconto di vita vissuta Mi ero dimenticata di esser ebrea , di Ada Della Torre inserito in questo capitolo. Queste narrazioni autobiografiche sfatano la vulgata culturale che rappresenta gli ebrei come imbelli e fatalisti.

     

    GianCarlo Zanon 

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    Ebrei nella resistenza

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    Prefazione

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    «Coltivavo un moderato e astratto senso di ribellione». Con queste parole, nelle prime pagine di Se questo è uomo, Primo Levi descrive il proprio stato d’animo dopo i quattro anni di segregazione a cui era stato costretto dalle leggi razziali del regime fascista. Con questi sentimenti si nasconde in montagna e contribuisce a organizzare una piccola banda di fuggitivi che viene catturata ad Amay, in Val d’Aosta, nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 1943.

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    FFAML_L00007Primo Levi in una foto del 1942

    È il «periodo opaco» di cui si sono occupati Frediano Sessi ne Il lungo viaggio di Primo Levi (Marsilio) e Sergio Luzzatto in Partigia (Mondadori), e che Primo Levi ricorda segnato dall’inesperienza e dalla malafede. Ma Primo Levi, come tutti gli ebrei italiani, aveva una doppia necessità di nascondersi e combattere il fascismo, quella di opporsi alla dittatura e a una visione razziale che lo segnava, al di là delle sue ispirazioni politiche, come un nemico nella carne e nel sangue.

     

    L’esperienza della Shoah, descritta in numerose testimonianze, ha spesso oscurato la partecipazione degli ebrei alla Resistenza come combattenti. Già nella Guerra di Spagna, tra i 50.000 volontari delle Brigate Internazionali gli ebrei censiti come tali furono più dl 8.000, costituendo il gruppo più numeroso. Nella Resistenza in Francia l’apporto degli ebrei fu notevole, e oltre ad aderire massicciamentealle formazioni partigiane nazionali, si costituirono formazioni ebraiche come l’Armée Juive e la comunista Main d’Oeuvre Immigrée. In Italia, all’interno delle truppe alleate, combatté la Brigata Ebraica, formatasi in Palestina, e che, a fianco del Gruppo di Combattimento Friuli, sfondò la Linea Gotica il 27 marzo 1945.

     

    Nel nostro paese furono più di mille i partigiani di origine ebraica. Se si considera che gli ebrei in Italia erano circa 40.000, 8.500 dei quali deportati nei campi di sterminio, circa 500 rifugiati al di là della Linea Gotica e oltre 8.000 in Svizzera, si può affermare che la percentuale di combattenti ebrei superi quella degli italiani. ( italiani cristiani N.d.R.) Anche gli stessi protagonisti hanno sorvolato a lungo sulle proprie origini.

     

    Per esempio, il comandante partigiano autore del racconto Fuoco sul Montoso che si trova nella sezione Le azioni, ( un capitolo di questo libro N.d.R.) si è firmato per tutta la vita con il proprio nome di battaglia, Maurizio Milan, ma il suo vero nome era Isacco Nahoum. In molti casi non si consideravano ebrei ma italiani come tutti gli altri; assimilati da generazioni.

     

    La maggior parte di loro era laica e le scelte politiche e ideologiche che li contraddistinsero li aveva condotti su posizioni diversificate ma di un sostanziale ateismo.

    (…)

    Lo scritto di Ada Della Torte racconta un episodio in cui viene sgridata da Ada Gobetti, sua amica e dirigente, per aver corso il rischio di essere scoperta per partecipare al funerale di un caduto. Il racconto di Ortona (presente nel capitolo N.d.R.) è illuminante per comprendere alcuni aspetti della vita quotidiana sotto il fascismo e, in particolare, quella degli ebrei. In conseguenza delle leggi razziali, gli ebrei non potevano fare parte delle forze armate italiane e gli studi universitari richiedevano costantemente espressioni pubbliche di consenso al regime. La loro vita e le relazioni cambiano improvvisamente e molti di loro “scoprono” di essere ebrei perché la giurisprudenza fascista, da un giorno all’altro, li aveva socialmente definiti come diversi e come nemici. Per molti fu l’occasione di comprendere a fondo la follia fascista e scoprire l’antifascismo sempre più diffuso che culminò con la Resistenza.

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    Ada Della Torre

     

    Mi ero dimenticata di essere ebrea

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    Durante la Resistenza abitavamo in un paese sulla Serra d’Ivrea, Torrazzo, e c’era con noi la madre di Primo Levi, io ero staffetta e andavo in giro un po’ dappertutto; gli abitanti di Torrazzo sapevano bene che eravamo ebrei, ma nessuno ha mai parlato. Andavo spesso a Torino, ma dopo il Capodanno del 1945 vi rimasi definitivamente e abitavo con mia cugina Anna Maria, sorella di Primo. Lei aveva trovato un alloggio in corso Re Umberto 96, quasi di fronte al numero 75, dove abitava da sempre. Era pericoloso, ma non c’erano altre possibilità. L’appartamento ce l’avevano prestato degli amici informati del fatto che i veri inquilini erano sfollati. Non c’era riscaldamento e si gelava.

     

    Oltre il freddo eravamo perseguitate da eserciti di scarafaggi, pietosamente magri e denutriti; quando tornavamo a casa la sera e accendevamo la luce, trovavamo sul gas e, ahi noi, nella cassetta delle provviste queste blatte, e io ne ero terrorizzata, così dormivo con la testa sotto le lenzuola, sperando che non si infilassero sotto le coperte. Il freddo era insopportabile, e per scaldarmi mi mettevo in testa un paio di mutande di lana.

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    Anna Maria mi snobbava e lo raccontava in giro. Nella notte tra il 12 e il 13 marzo i fascisti trucidarono lesorelle Arduino, Vera e Libera; erano partigiane, tuttala famiglia lo era. Ci fu una mobilitazione di donne,si doveva andare al cimitero, noi antifasciste, manon proprio tutte; quelle importanti, come Ada Gobettie Bianca Guidetti Serra e altre non ebbero il permessodai rispettivi partiti di andare al funerale; erano necessarie,non sostituibili. Ma noi che eravamo “di baseandammo. Nella nostra cucina, al mattino presto,ora in cui gli scarafaggi non si facevano vedere, ci preparavamoper la manifestazione. Visto che avrei dovutoandare in giro per la città, ho preso un mazzo di volantini e li ho messi nella borsa per distribuirli. Ma Anna Mariami ha detto: «É meglio che li lasci a casa. Nonsi sa mai». E io: «Ma l’abbiamo sempre fatto!». «Sì,ma in questa occasione è meglio non avere niente».

     

    Intanto vedevo con stupore che metteva nella sua borsa una camicia da notte e lo spazzolino da denti. «Devi dormire fuori stanotte?», le chiesi. «Non credo; ma non si sa mai». Ero ovattata da un clima di ottusità.

     

    Arrivammo al cimitero. Trovammo una folla di ragazze, in gran parte comuniste, che mettevano accanto al cancello grandi corone di garofani rossi, coi nomi delle due ragazze uccise.

     

    Arrivarono i feretri e subito anche tre camion di fascisti.

     

    Sparavano. Noi ragazze scappavamo da tutte le parti, ma saggiamente Anna Maria è entrata correndo nel cimitero, e io dietro a lei perché ero meno agile e abbiamo corso attraverso tutto il cimitero, costeggiando anche il cimitero ebraico, e ci ritrovammo poi sulla strada, dove una donna anziana ci chiese: «Sapetequalcosa? Dicono che dall’altra parte abbiano rubatodei vasi di bronzo che erano sulle tombe». «Sì, sì,proprio così», rispondemmo, e via sul tram.

     

    Ada Gobetti, in casa sua, era in pensiero. Aveva intimato a noi e a tutte le altre del Partito d’Azione di andare da lei dopo la manifestazione. Vi trovammo un gruppo abbastanza consistente di ragazze. Subito lei disse a noi due: «Sono stata tanto in pensiero per voi, ho avuto un gran rimorso quando ho saputo che voi siete andate». E io: «Perché ti preoccupi tanto di noi due?». Ada Gobetti mi guardò stranita, e mi chiese: «Ti sei dimenticata di essere ebrea?». «È vero ». dissi, me ne ero dimenticata.

     

    Ancora adesso mi domando perché stando a Torino, avessi dimenticato la mia identità. Quando ero ancora a Ivrea e nei dintorni mentivo vigorosamente, come quando la salumiera di Ivrea mi disse: «Signorina, lei si fa vedere troppo in giro, è in pericolo», e io risposi: «Noi non siamo ebrei, è solo mia sorella che ha sposato un ebreo, per questo loro sono scappati». E quando un partigiano venne a Torrazzo, chiedendo di qua e di là ad alta voce: «Dove è quella ragazza ebrea che è la morosa del Lungo ?», i paesani di Torrazzo dissero dove ero, ma smentirono che fossi ebrea.

     

    Non avevo quasi mai avuto paura. La paura venne dopo il 25 aprile. Sentivo sotto la finestra i passi ferrati dei tedeschi, mi pareva che venissero su dalle scale, e soffrii d’insonnia per qualche settimana, mentre sotto le bombe e con il pensiero degli amici morti avevo dormito sempre benissimo.

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