• ITALIA – GERMANIA: una partita storica per i crimini dei tedeschi sui civili durante la II guerra mondiale

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    22 febbraio 2015 – Rimettiamo in primo piano questo saggio perché come scritto sul Fatto quotidiano di oggi “Qualche giorno fa la giunta comunale di San Giorgio in Bosco, un paese di 6.300 abitanti tagliato dalla statale che porta a Trento, ha approvato una delibera che chiede alla Germania un risarcimento in denaro per l’esecuzione sommaria di 39 concittadini, avvenuta per mano dei soldati tedeschi il 29 aprile 1945 nella frazione di S. Anna Morosina.”

    Scrivere la storia è un modo per sbarazzarsi del passato

    Johann Wolfgang von Goethe

     ITALIA – GERMANIA: una partita storica 

    Note a margine del rapporto della Commissione storica italo – tedesca.[1]

     di Rita De Petra

    23 aprile 2014

    Solo alcuni degli eventi, di cui abbiamo la ventura di essere protagonisti o spettatori durante la nostra vita, verranno ricordati come fatti storici, un numero ancora più ridotto finirà nei manuali scolastici, pochi, pochissimi, per qualche sconosciuta e misteriosa alchimia, andranno a costituire la memoria storica, una memoria che la collettività riconosce come patrimonio di tutti. Ma possiamo affermare con sicurezza che il 2012 verrà ricordato per quanto concerne i rapporti italo tedeschi per la sentenza della Corte di Giustizia dell’Aja e per la pubblicazione del Rapporto della Commissione Storica italo – tedesca.

    Eventi per i quali i mass-media, fedeli alla consegna del silenzio, fatti salvo alcuni articoli sui quotidiani nazionali, non si sono particolarmente spesi. È per ampliare il numero ristretto di pubblico, di appassionati di storia e di giustizia che questo lavoro, insieme a altre piccole iniziative, è stato faticosamente portato a compimento.

    Il 3 febbraio 2012[2] la Corte internazionale di giustizia, si è pronunciata con una sentenza che ci ha addolorati ma, difficilmente, sorpresi. Essa ha dato ragione alla Germania, riconfermando il principio dell’immunità degli stati, coinvolti in conflitti armati e responsabili di gravi crimini e per questo citati a giudizio di fronte ai tribunali di uno stato estero. Nel nostro caso è stata la Corte di Cassazione, nel 2004[3], a stabilire che la Germania non poteva sottrarsi a un’azione civile da parte di cittadini italiani, internati o deportati e sottoposti ai lavori forzati durante la guerra. La Cassazione non ha voluto ignorare il principio di immunità, ma sostiene che esso non vada applicato in presenza di violazioni dello ius cogens[4] che stigmatizza comportamenti crudeli e gravi crimini di guerra. La Corte internazionale di giustizia, nella sua sentenza, ha inoltre stabilito che l’Italia “dovrà fare in modo che attraverso un appropriato intervento legislativo o con altro idoneo strumento, che le decisioni delle proprie corti […] che hanno violato l’immunità di cui gode lo stato tedesco in base al diritto internazionale cessino di avere effetto”sic![5]

     

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    Perentoria la sentenza, eppure la materia in discussione è a tal punto controversa che il 30 gennaio 2009, al termine del suo mandato di giudice della Corte Internazionale di Giustizia, Rosalyn Higgins dichiarava :”Dans trois arrêts de Grande Chambre rendus à la fin de l’année 2001, la Cour européenne a dit que l’application du principe de l’immunité souveraine, qui fait concrètement obstacle à ce que les Etats étrangeres soient traduits devant les tribunaux, ne portait pas atteinte au droit à un procès équitable décuolant de l’article 6 de la Convention européenne”.[6]

    La Corte Internazionale di Giustizia in sostanza, il 3 febbraio, ha deliberato contro la tendenza più diffusa nella dottrina internazionalistica, che è quella di considerare norme imperative o di jus cogens tutte o quasi quelle che sanciscono il rispetto dei diritti umani fondamentali, basandosi sul presupposto che tali diritti siano l’espressione di valori che appartengono alla comunità internazionale e che per questo, la loro tutela interessi la comunità degli Stati, piuttosto che il singolo Stato.

    In questa sentenza invece, di fronte a due norme del diritto internazionale che confliggono: i diritti della persona e quello degli stati, si è fatto prevalere il secondo. Non è qui il caso di addentrarci oltre in una materia soggetta a interpretazioni contrastanti. Non ci lasciano tuttavia indifferenti le parole di Paolo Pucci di Benisichi, capo della delegazione italiana davanti alla Corte dell’Aja e consigliere di stato, che in occasione del verdetto ha affermato: “Avremmo preferito un risultato più vicino alla nostra linea difensiva, ma il risultato non ci dispiace.”[7] Dichiarazione solo apparentemente contraddittoria, mentre è chiara a tutti la logica che la sostiene, se infatti consideriamo la vicenda sotto l’aspetto economico e le conseguenze che avrebbe avuto per l’Italia una sentenza a lei favorevole, che avesse privilegiato i diritti della persona, ci è ben chiaro che il nostro paese avrebbe corso il rischio di essere subissato di citazioni in giudizio di fronte a tribunali libici, albanesi, greci, slavi e via discorrendo. Non si può infatti dimenticare che, prima di essere vittima, l’Italia fu complice di violenze, distruzioni e massacri[8], sui vari fronti di guerra che la videro protagonista, con l’alleato teutonico.

    È questa stessa situazione che, nel 2008, spinse i due Ministri degli affari esteri, Frattini e Steinmeier, dopo una visita congiunta alla Risiera di San Sabba[9], a istituire una commissione di storici, il cui rapporto conclusivo è stato reso pubblico dai ministri Terzi e Westerwelle nel dicembre 2012.

    Alla Commissione, formata da cinque storici italiani e cinque tedeschi, presieduta dal professor Mariano Gabriele per l’Italia e dal Professor Wolfgang Schieder per la Germania, era stato affidato il[10] compito di individuare i meccanismi che presiedono alla formazione della memoria storica collettiva per rintracciarne eventuali distorsioni e proporre interventi capaci di modificare, “decostruire” e ricostruire una memoria senza dimenticanze né colpevoli “rimozioni” [11], sia da parte tedesca che italiana.

    Ponderoso il rapporto della Commissione, frutto di tre anni di lavoro; a nostro parere va conosciuto e divulgato in quanto costituisce un punto della ricerca storica di entrambi i paesi incontrovertibile, risultato di una commissione paritetica e indipendente, da cui nessuno storico potrà in futuro prescindere. Già nel discorso di presentazione[12] , l’ambasciatore tedesco in Italia, Steiner, chiariva gli intenti che hanno guidato il governo tedesco e quello italiano nella costituzione della commissione e ne indicava obiettivi, finalità, metodologie e campi di indagine. Nella stessa occasione l’ambasciatore ammetteva che la Germania viveva lo spinoso problema delle cinquanta cause[13] portate davanti ai tribunali italiani dalle vittime della seconda guerra mondiale, procedimenti giudiziari lesivi del principio di immunità dello Stato tedesco, garantito dal diritto internazionale[14], ma messo in discussione dalla Corte di Cassazione italiana insieme alla certezza del diritto e alla pace giuridica. Il ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia da parte tedesca era dunque del tutto legittimo e non poteva essere interpretato come un’azione contro le vittime. Il problema dei risarcimenti agli internati militari (IMI), aggiungeva ancora l’ambasciatore Steiner, doveva essere risolto da accordi tra i due stati[15] mentre quello storico, nonché morale, sarebbe stato affrontato dalla commissione, i cui risultati avrebbero costituito la base per le future interpretazioni, base necessaria alla costruzione di una comune memoria collettiva. Grandi dunque le aspettative riposte da parte di entrambi i governi nel lavoro della Commissione: “Roma e Berlino erano d’accordo che al centro dei propri sforzi dovesse esserci l’impegno di mantenere vivo il ricordo del terribile destino subito da tante persone durante il passato di guerra italo-tedesco.”[16]

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    La Commissione ha privilegiato come ambito di ricerca prioritario la Storia delle Esperienze, poiché solo l’esperienza diretta, di chi quegli eventi li ha vissuti in prima persona, potrà restituire la complessità alla memoria collettiva, spesso appiattita se non del tutto cancellata, visto che le situazioni in cui popolazione italiana e esercito tedesco sono venuti in contatto sono così tante e diverse, tanto da farci a volte pensare ad una vera e propria frantumazione della memoria stessa[17].

    Una scelta senza dubbio di grande rilievo emotivo poiché ridà voce alle persone ed è in linea con tutta la storiografia attuale, ma siamo portati ad una prima e immediata considerazione: essa rende certamente molto difficile la ricostruzione di un quadro storico complessivo. Tuttavia nel Rapporto viene più volte ribadito che questa è una scelta obbligata, dettata anche da altre esigenze, come guardare le vittime da una prospettiva nuova,che rinuncia a ogni velleità di revisionismo interpretativo e a qualsiasi idea di relativizzare i crimini perpetrati dai tedeschi.

    La storia delle esperienze utilizza prevalentemente fonti autobiografiche: diari, memorie, appunti di guerra, lettere e trascrizioni di verbali di interrogatori della polizia, materiale già esistente ma non sempre di facile accesso in quanto appartenente a privati. Nell’operazione di reperimento, spoglio, catalogazione e analisi, la Commissione è stata affiancata da un numeroso gruppo di storici, di entrambe le nazionalità. Al riguardo si può osservare che produrre oggi materiale autobiografico nuovo è molto difficile dal momento che i protagonisti sono quasi tutti scomparsi e non saprei quale affidabilità potrebbero avere testimonianze date a oltre mezzo secolo dai fatti.[18]

    La Commissione, in vista dunque della costruzione di una nuova memoria collettiva ha analizzato i meccanismi che sono alla base della sua formazione sia in Germania che in Italia, tentando l’individuazione dei fattori che l’hanno determinata, quelli che hanno indotto a privilegiare alcuni fatti, a distorcerne altri e a cancellarne altri ancora. Si possono immediatamente avanzare due osservazioni – obiezioni, primo che questo lavoro necessita di una teoria scientifica che sia in grado di spiegare la percezione dei fatti, teoria a cui non si mai alcun riferimento. Due che si altresì bisogno di una spiegazione, anch’essa scientifica, sul funzionamento della memoria, che va distinta dal ricordo[19], termini che vengono invece usati dagli storici, in contesti diversificati, senza che mai vengano distinti, si parla sempre di memoria storica e sempre di ricordo personale, ma poi, i due termini, vengono stranamente considerati sinonimi. In assenza di tale distinzione non mi sembra che si possa comprendere la dinamica della formazione di una “memoria collettiva”, a meno che non si voglia far passare per tale quella derivata dalla costruzione massmediale o funzionale alle politiche di alcuni partiti, che nel lavoro si cerca di superare.

    Un discorso a parte va fatto sul contributo dato dagli storici alla formazione di questo sentire collettivo. La Commissione da un certo rilievo al contributo della storiografia di entrambi i paesi che, nonostante i numerosi tentativi revisionistici, è giunta a risultati non contrastanti e da considerare ormai acquisiti e consolidati, diversamente dalla memoria collettiva, che nei due paesi presenta divergenze così notevoli da far pensare che si siano vissute due guerre diverse, pur mostrando un tratto comune altamente significativo: in entrambe le memorie non v’è traccia della fase di collaborazione e complicità negli eccidi e nelle distruzioni sui vari fronti di guerra.

     

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    L’amnesia tedesca più evidente riguarda i massacri di intere comunità, addebitate solo alle Waffen SS e alla polizia, mentre i soldati della Wehrmacht conservano il proprio onore di combattenti corretti; dimenticata anche la riduzione in schiavitù di circa 600.000 internati militari, calcolo per difetto in effetti si parlerebbe di circa 750.000[20].

    Degli italiani si lamenta l’idealizzazione della Resistenza[21] e lo studio deficitario del collaborazionismo degli aderenti alla RSI (repubblica sociale italiana), trascurando in tal modo le responsabilità di delazioni e collaborazione spontanea nell’arresto e tortura di molti antifascisti e nelle retate di ebrei italiani o che in Italia si erano rifugiati, mentre la loro deportazione rimase sempre in mano tedesca.

    Il Rapporto denuncia anche come la storiografia tedesca si sia occupata molto poco della guerra in Italia, considerata teatro bellico secondario, per cui ben poco si sa dei soldati tedeschi appartenenti alle circa 30 divisioni che qui combatterono. Si calcola che un milione di soldati tedeschi si alternarono sul suolo italiano, mentre più difficile è il conteggio dei civili presenti in Italia a scopo logistico – amministrativo. Numeri che ci impediscono a tutt’oggi di dare un volto ai singoli o a intere divisioni della Wehrmacht, colpevoli di stragi e di assassinii contro la popolazione italiana.

    Gli storici della Commissione hanno dovuto dare risposte a domande che non riguardano solo la seconda guerra mondiale ma che hanno attraversato tutto il ‘900 e che continuano a inquietarci. Domande che partono dal genocidio degli armeni e giungono alle cosiddette “pulizie etniche” dei nostri giorni. Come è possibile tutto questo? Quali sono le vere radici di comportamenti così violenti e disumani? Ampia è l’analisi e numerose le risposte. Le cause dello sterminio di intere comunità vengono individuate innanzitutto nella propaganda, che rivitalizza vecchi stereotipi[22] appartenuti alla grande guerra. Fondamentale nella costruzione del “nemico” italiano è l’accusa di “tradimento”, che ripete quella del 1915-18, seguita da “inaffidabilità”, “viltà”, “pigrizia” e “imperizia militare”; dura e ancora del tutto presente in vaste zone dell’opinione pubblica tedesca, l’accusa di banditismo rivolta ai partigiani, che “violavano le convenzioni internazionali e combattevano senza onore, impiegando donne e bambini senza alcuno scrupolo”[23] in contrapposizione all’esercito tedesco che avrebbe combattuto con onore e trattato la popolazione secondo la convenzione di Ginevra![24]. Viene posto l’accento anche sull’atteggiamento fortemente razzistico dei tedeschi nei confronti di una popolazione che si scopre povera al limite della sopravvivenza, e che pur possedendo enormi bellezze artistiche non le sa sfruttare[25].

    Le ricerche mostrano comunque che l’efferatezza di alcune stragi sono da mettere in relazione con l’appartenenza a determinati reparti; spesso si tratta di soldati che provenivano dall’esperienza dei campi di concentramento o dal fronte russo, mentre, negli ultimi mesi di guerra, sono reparti formati da ragazzi molto giovani che arrivavano direttamente dalla “gioventù hitleriana”.

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    La storiografia italiana viene accusata di aver privilegiato la Resistenza, non tanto per il contributo militare che fu secondario rispetto alla guerra condotta dagli Alleati, quanto per il suo valore morale e politico, fondante per la democrazia e la repubblica, memoria utilizzata dalla sinistra estromessa dal governo De Gasperi. Viva, nella memoria popolare, la permanenza delle stragi nazifasciste, trascurate dagli organi di governo e sepolte “nell’armadio della vergogna”[26].

    Anche gli italiani hanno agito una memoria in base a stereotipi che contrapponevano al “cattivo tedesco” “il bravo italiano”[27], concetti utili per l’autoassoluzione dai crimini commessi nei paesi occupati, durante i primi anni di guerra e dei quali si parla ben poco, tanto che nel nostro paese non è stato celebrato alcun processo a carico di militari italiani responsabili di eccidi, torture ecc., né è stato consegnato all’ex -Jugoslavia il generale Roatta come richiesto, così come in Germania, dopo Norimberga, non ci sono stati processi né arresti per i responsabili condannati altrove. Pochi sono i casi di condanne e spesso solo emblematici, vedi Kappler e Reder, la cui appartenenza alle Waffen SS ha contribuito a rafforzare la tendenza a considerare i crimini opera esclusiva dei nazisti e a ripulire l’immagine della Wehrmacht.

    La storia delle esperienze, plurale per costituzione, porta di per sé ad una diversificazione sia delle esperienze stesse che della percezione di queste e di conseguenza a molteplici costruzioni della memoria. Grande l’impegno della Commissione nell’individuare e raggruppare le varie situazioni che si sono create, da entrambe le parti: “l’esperienza individuale va intesa come risultato di una complessa interazione tra vissuto soggettivo, patimenti della storia e interpretazioni sociali e culturali, sempre in riferimento al condizionamento storico strutturale”[28]. Questo significa, che per ricostruire un quadro corale dei vissuti, gli storici sono costretti a prenderli in considerazione dando a tutte le memorie lo stesso peso, anche se riguardano una esigua minoranza; si combatte in sostanza l’idea che una memoria debba prevalere su un’altra. Posizione che non riusciamo a condividere e, per onestà siamo costretti a dichiarare di non essere affatto disponibili a mettere sullo stesso piano le memorie di un partigiano con quelle di un aderente alla repubblica di Salò. In questa ottica si afferma l’importanza degli studi sui soldati tedeschi, o meglio austriaci, che disertarono pur trattandosi di un numero di casi molto limitato, delle ricerche sulle storie d’amore che alcune donne italiane intrecciarono con i tedeschi, di quelle sul comportamento della chiesa, sulla vita quotidiana durante l’occupazione e sul ruolo più generale delle donne. Un posto di rilievo viene dato alla questione degli internati militari (IMI), ai quali si dedica gran parte del rapporto, e per mantenerne viva la memoria, viene suggerita la costruzione, a Berlino, di un monumento pubblico.

    La Commissione riconosce che, nelle zone occupate dai tedeschi, gli italiani hanno sperimentato fondamentalmente la violenza: i rastrellamenti, le deportazioni, lo sfollamento, i massacri di massa. Si afferma anche che la popolazione italiana, nella stragrande maggioranza, più che nella resistenza era impegnata nella sopravvivenza, ciò spiegherebbe come, “nell’elaborazione del lutto per le cosiddette rappresaglie”[29] non riuscendo a individuarne le cause nella guerra stessa e nelle logiche militari, per poter dare un senso a stragi che non ne avevano, spesso essa trovò il capro espiatorio proprio nelle azioni partigiane.

    Vengono quindi individuati i tempi e gli spazi che determinarono condizioni di rapporto ben diversificato tra italiani e tedeschi, sia prima che dopo l’otto settembre, per intenderci il fronte e le retrovie, la zona della lotta antipartigiana e i campi di prigionia in cui i soldati tedeschi fecero l’esperienza della sconfitta. Lo stesso vale per gli italiani, la cui esperienza venne determinata dalla distanza interiore stabilita con la lotta di liberazione, dalla partecipazione attiva all’attesismo, fino all’ avversione aperta nei confronti della lotta antinazista e antifascista tanto da aderire alla RSI.

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    Altro fattore di differenziazione è la distanza dal fronte, la situazione nelle città e in montagna, e per i soldati la deportazione in Germania o la scelta di entrare nella Resistenza.

    Diversa fu anche l’intensità delle violenze; nell’estate del ’44 viene individuato il momento in cui si parla di “guerra ai civili”, periodo in cui la guida della repressione antipartigiana viene affidata a Kesserling e, fuori dalla zona delle operazioni, a Wolff, comandante supremo delle SS e della polizia. Fu un ordine di Kesserling, del 17 giugno ’44, ad incitare i comandanti tedeschi verso azioni più “energiche” che superassero qualsivoglia scrupolo umanitario. Direttiva talmente efficace che a nulla valsero quelle dei giorni successivi verso una mitigazione, tant’è che l’eccidio di Monte Sole (Marzabotto) che contò 770 vittime, viene perpetrato tre giorni dopo tale “invito alla moderazione”[30].

    La Commissione finalmente pone fine alla interminabile diatriba sulle violenze tedesche interpretate come rappresaglia, essa infatti afferma: “La Resistenza nasce come reazione alle violenze naziste in Italia come negli altri paesi europei, ad opera di minoranze politicizzate dopo che già militari alla macchia avevano iniziato dopo l’armistizio”[31]; definizione in cui si intuisce un forte lavoro di mediazione con la valorizzazione dell’apporto dei militari italiani che non si arrendono passivamente e che reagiscono evitando così la deportazione, come avviene per la gran parte dell’esercito, in balia di se stesso e senza direttive di sorta da parte del re e di Badoglio, il cui comportamento non viene mai sanzionato in quanto mai questi signori vengono nominati.

    Si riconosce che vi fu la sovrapposizione di tre guerre: partigiana, civile e di classe, ma si sostiene altresì che l’ aver privilegiata la prima ha portato a declassare le altre due, tanto che gli antifascisti hanno negato la guerra civile.[32]

    Di contro, nell’opinione pubblica tedesca, ammesso che ci sia stata una percezione della guerra di Liberazione, ai partigiani è stato negato ogni valore morale e politico.[33]

    In conclusione, sia in Germania che in Italia, a causa di “deficit percettivi reciproci”manca una “realistica valutazione storica della Resistenza”,[34] carenza a cui questo lavoro ha cercato di porre rimedio.

    L’ultimo ampio capitolo del Rapporto è tutto dedicato all’analisi degli IMI, dei quali, dopo un lungo silenzio, la storiografia cominciò a occuparsi negli anni ’80, sia in Italia che in Germania, e che oggi sono sufficientemente studiati, tanto da conoscere con una certa precisione il numero degli ufficiali, sottoufficiali e soldati semplici mentre ancora incerto è il numero dei militari morti o dispersi dopo l’8 settembre del ’43.

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    La vita condotta dagli internati militari in Germania, viene descritta con dovizia di particolari, seguendone tutte le tappe e i peggioramenti in seguito all’ordinanza di Hitler del 20 settembre ’43, con la quale i prigionieri di guerra furono mutati in IMI, fatto che agevolò il loro sfruttamento, in una condizione che rasenta la schiavitù, sia nel lavoro in fabbrica che nelle aziende agricole. Una situazione miserevole, quella dei militari italiani, che non considerati più prigionieri di guerra non potevano ricevere le visite della Croce Rossa né avevano più diritto alla consegna di medicine.

    Il Führer nel luglio ’44 intervenne di nuovo trasformando gli IMI in “lavoratori civili” per fare in modo che migliori condizioni di vita portassero a un aumento della produzione. I soldati che si opposero a tali cambiamenti furono sottoposti a tali forme di violenza da far parlare di “Resistenza senza armi”[35]. Gli internati erano inoltre molto disprezzati dalla popolazione tedesca, che li considerava “traditori”.[36] Nonostante le durissime condizioni di vita e le ritorsioni, la stragrande maggioranza degli internati militari si rifiutò di combattere a fianco dei nazifascisti; optò per la collaborazione militare il 23% dei soldati e il 46% degli ufficiali.

    Anche il ritorno a casa, per coloro che riuscirono a sopravvivere, non fu facile. Essi trovarono un paese completamente mutato a livello politico, un paese straniero[37]; intorno a loro serpeggiava l’accusa di collaborazionismo, per di più non ricevettero il soldo che gli era dovuto. Umiliazione che si aggiunse a umiliazione, patimenti a patimenti e che ha spinto molti ex internati a nascondere le dure esperienze della prigionia [38] almeno fino agli anni ‘80.

    Il Rapporto della Commissione si conclude con la raccomandazione di creare sia in Germania che in Italia i “luoghi della memoria”per dare un riconoscimento “almeno simbolico”[39] alle sofferenze dei soldati italiani che hanno sofferto il disarmo, la deportazione e il lavoro coatto in Germania.

    Va dato atto alla Commissione di aver svolto un lavoro fondamentale, da cui tutti gli studi futuri non potranno prescindere, ma non si può non rilevare evidenti carenze, assolutamente da colmare in vista di un obiettivo ambizioso quale è quello della modificazione della memoria.

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    A mio avviso, l’aspetto di gran lunga più negativo di questo lavoro è che sia stato dimenticato qualunque tipo di apporto potesse venire dalla filosofia e dalla letteratura, quella partigiana in primis, necessarie entrambe alla comprensione dei comportamenti umani. Va sottolineata la citazione di Primo Levi da parte dell’ambasciatore Steiner: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”[40], aforisma ampiamente rispettato perché mi pare che nel Rapporto ci si accontenti della conoscenza di fatti, è infatti del tutto evidente l’assenza di una teoria scientifica in grado di spiegare le ragioni più profonde e nascoste dei comportamenti umani, una scienza dell’uomo che vada oltre i meri avvenimenti. Non ci possono certo bastare spiegazioni a base di “stereotipi riaccesi dall’odio per i traditori” quando ci troviamo di fronte a tragedie come quella di Monte Sole e voglio proporre anche Limmari[41], del novembre ’43 che ci dimostra che le stragi sono il “prodotto di una qualche razionalità strumentale, di un disegno legato a obiettivi strategici e militari” e non solo frutto di una passione per il dominio e il terrore”[42] Così come ancora non si riconosce che l’avversione per i partigiani poggia sulle teorie di C. Schmit[43], (allievo di Heidegger, filosofo del nazismo) autore del concetto politico di Amico – Nemico, presente nel rapporto della Commissione ma in modo del tutto acritico. Ho rilevato, in altro contesto, questa assurda contraddizione che a teorizzare intorno al partigianato siano stati solo autori tedeschi di ideologia o derivazione nazionalsocialista, spesso osannati anche da filosofi italiani.[44]

    Tutto ciò che viene detto a proposito di costruzione della memoria collettiva mi sembra non tenga conto né degli studi sulla memoria storica né di quelli condotti in campo psichiatrico, ma che poggino malamente su spiegazioni meramente positivistiche, a parte generici riferimenti ad “analisi scientifica”, diciamo che ho qualche difficoltà a vedere concretamente l’esistenza di tale memoria collettiva, tanto che io a questo punto preferirei parlare di “pubblico ricordo”.

    E ancora, dire:“Ciò che apparentemente non rientrava nel modello interpretativo politicamente dominante – oggi denominato comunemente‘narrazione’ – venne occultato, rimosso, semplificato, reinterpretato o semplicemente dimenticato.”[45] Non ci aiuta certo a comprendere per quali motivi tutti i governi italiani, numerosi e variamente composti, hanno decisamente abdicato ad ogni tentativo di chiedere giustizia per i propri cittadini, dall’amnistia di Togliatti del 22 giugno 1946, all’occultamento delle stragi nazifasciste, dall’ “armadio della vergogna” alla sentenza dell’Aja.

    Ci domandiamo anche se ci si possa sottrarre ai meccanismi che fin’ora hanno funzionato nell’ uso politico dei paradigmi della storia con le buone intenzioni e un monumento a Berlino per ricordare gli internati militari italiani.

    Consideriamo un aspetto che seguiamo da tempo: la partecipazione delle donne a tutte le forme di guerra, partigiana, civile e di classe, alla Resistenza senza armi, al maternage come aiuto ai soldati italiani in fuga, agli ex prigionieri di guerra, ai partigiani, agli sfollati, come staffette, come internate nei campi di concentramento, e si potrebbe continuare. Non voglio rilevare il fatto che dei dieci componenti la commissione solo due sono storiche perché delle donne è ora che se ne occupi la storia, non le donne o gli uomini, ma voglio sottolineare che si dica semplicemente “è un argomento da approfondire” e poi si parli delle storie tra italiane e soldati tedeschi, in verità si parla anche degli stupri, di quelli denunciati, tacendo tutto il resto. Forse che le donne non abbiano anch’esse vissuto gli eventi bellici, non siano state vittime di violenze, non abbiano scritto le loro memorie o che esse non diano alcun contributo alla formazione della memoria?

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    Cosa di gran lunga più grave è che nel rapporto della Commissione in un solo caso si nomini la Repubblica Federale Tedesca e poi ci si riferisca senza specificazione alcuna alla Germania, la Repubblica Democratica Tedesca non è mai menzionata (come se non fosse mai esistita!). Ci sentiamo allora autorizzati a chiedere se la formazione della memoria collettiva non abbia risentito di due regimi politici nettamente diversi, ci piacerebbe infatti capire che tipo di ricordo pubblico si sia formato in un regime comunista rigido come quello della RDT. Questa è una palese contraddizione delle affermazioni metodologiche più volte ripetute. Se la memoria storica collettiva è la stessa nelle due Germanie allora dobbiamo sganciarla dai meccanismi politici, se differente  non è stata fatta alcuna analisi, nonostante la reiterata affermazione che l’obiettivo fosse il ripristino delle differenze.

    La Commissione sostiene anche che sia in Italia che ih Germania, nel dopoguerra, il ruolo di protagonista, in quanto costruttore di memoria, è stato svolto dalla politica, sono state cioè le necessità sia interne che internazionali a dettare le linee di conservazione nella memoria collettiva di alcuni fatti e di cancellazione di altri.

    Vogliamo anche sottolineare che nel rapporto ci si dimentica di raccontare che i soldati tedeschi sequestrarono migliaia di ettolitri di vino ai nostri contadini, droga dei poveri, consumati in preparazione delle stragi[46].

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    [1] Il Rapporto è consultabile online al seguente indirizzo: http://www.rom.diplo.de/contenblob/3762348/Daten/2924372/Rapporto_hiko.podf

    [2]  Sentenza annunciata con straordinario tempismo il 27 gennaio 2012, “Giorno della Memoria”.

    [3] Caso Ferrini c. Repubblica Federale di Germania. La Suprema Corte in questo caso dichiarò che in materia di immunità degli Stati, nei casi di violazione dei diritti umani fondamentali, vanno ricercati dei criteri a tutela di valori considerati essenziali per l’intera comunità internazionale.

    [4] Si veda l’Art. 53, Convenzione di Vienna, 23maggio 1969.

    Trattati in conflitto con una norma imperativa del diritto internazionale generale (ius cogens)

    E’ nullo qualsiasi trattato che, al momento della sua conclusione, è in conflitto con una norma imperativa del diritto internazionale generale. Ai fini della presente Convenzione, una norma imperativa del diritto internazionale generale è una norma accettata e riconosciuta dalla comunità internazionale degli Stati nel suo complesso come norma alla quale non è consentita alcuna deroga e che può essere modificata soltanto da un’altra norma del diritto internazionale generale avente lo stesso carattere.

    [5] La sentenza è consultabile al seguente indirizzo www.icj-cij.org/docket/files/143/16883.pdf , essa mette in discussione la tutela effettive delle vittime contro lo stato e contrappone la Corte  internazionale di giustizia alla Corte europea sui diritti dell’uomo, questa infatti è faticosamente giunta alla responsabilità degli stati europei firmatari della convenzione europea (CEDU) per le violazioni dei diritti convenzionali commesse in operazioni belliche. Dobbiamo concludere, amareggiati, che a pagare sono in ogni caso le vittime.

    [6] Cit da:www.anrp.it/Inserto.pdf, Riflessioni in margine alla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia, a cura di Gina Turatto, pag. 5-6: “In tre decisioni della Grande Chambre rese alla fine del 2001, la Corte europea ha concluso che l’applicazione del principio dell’immunità sovrana, che è ciò che concretamente impedisce agli Stati di essere citati davanti ai tribunali, non infrangeva il diritto a un processo equo, quale risulta dall’articolo 6 della Convenzione europea.”

    [7] Cit da :www.ilsussidiario.net, Cronaca, Corte dell’Aja/ Il giudice: sui crimini nazisti non perde l’Italia, ma la nostra Cassazione.

    [8] Angelo del Boca, Italiani, brava gente?, Neri Pozza, 2011; Gianni Oliva, “Si ammazza troppo poco” I crimini di guerra italiani 1940 – 43, Oscar Mondadori, 2006.

    [9] Introduzione alla Conferenza di storici italo – tedesca. Il discorso dell’ambasciatore sottolinea ripetutamente il problema del contenzioso giudiziario e cerca di sganciarlo da quello storico – morale. In sostanza i tedeschi sono disposti a riconoscere tutte le proprie colpe ma solo dal punto di vista storico – morale. Siamo autorizzati a dedurre che questa ricerca storica voglia coprire la risoluta posizione germanica di non pagare nemmeno un euro di risarcimento a tutte le vittime della violenza nazista, di qualsiasi nazionalità, che ne facessero richiesta.

    [10] Introduzione alla Conferenza di storici italo-tedesca Villa Vigoni 28 marzo 2009 Ambasciatore Michael Steiner consultabile sul sito www.rom.diplo.de/contentblob/2223830/…/hist_konf_rede_bo_pdf.pdf

    [11] Il termine “verdrängt”, “rimosso”, di origine freudiana, è così diffuso che ormai appartiene al linguaggio comune e viene usato con grande disinvoltura, come una chiave di volta in grado di aprire discorsi e spiegazioni di fenomeni storici come quello qui in discussione che riguarda l’identità post bellica di ben due popoli. Nel Rapporto lo incontriamo tre volte, ma solo una da solo, negli altri due casi insieme a molti altri termini, che stanno a sottolineare una difficoltà degli storici a ben identificare i meccanismi per cui i fatti più cruenti o che possono creare più imbarazzo poiché mettono chiaramente sotto accusa comportamenti disumani, vengono “occultati, rimossi, semplificati, reinterpretati o semplicemente dimenticati”, pag 21; alcune righe oltre viene usato di nuovo in combinazione con reinterpretato, a pag. 19 usato da solo insieme a ricordo, il termine lo incontriamo ancora a pag. 23.

       [12] cit. da Conferenza di presentazione della Commissione di storici italo ..

    www.rom.diplo.de/contentblob/2223816/Daten/…/hist_konf_cs_pdf.pdf

    [13] ibidem “Noi tutti sappiamo che le ben cinquanta cause contro la Germania attualmente pendenti dinnanzi ai tribunali italiani, intentate da vittime della seconda guerra mondiale, hanno suscitato nuova attenzione per il passato di guerra italo-tedesco.”pag. 2.

    [14] Va considerato che la vicenda ha un aspetto economico molto pesante per i tedeschi se si tiene conto che era implicata anche la Grecia con ben 28 milioni di euro di risarcimento per le vittime di Distomo, dove i nazisti massacrarono 218 persone. La Cassazione aveva deciso il pignoramento di Villa Vigoni per il risarcimento dal momento che il governo greco aveva bloccato il pignoramento del Goethe Institut di Atene chiesto dall’Areopago nel 2000. pignoramento bloccato per le forti pressioni esercitate da Berlino.

    [15] Ibidem : “Entrambi i Paesi sono firmatari della Convenzione europea sulla composizione pacifica delle controversie del

    1957 ed in essa si sono impegnati a “presentare tutte le controversie di diritto internazionale che possono sorgere tra loro alla Corte di Giustizia Internazionale per una sua pronuncia”. Pag. 4

    [16] Introduzione alla conferenza… pag. 5

    [17] Filippo Focardi, La guerra della memoria. La Resistenza nel dibattito politico italiano dal 1945 a oggi, Editori Laterza, 2005. questo lavoro nasce da una sollecitazione di Kurt Klinkhammer è affronta il tema della memoria pubblica della Resistenza e della sua centralità nel dibattito politico del dopoguerra, che si configura come una vera e propria guerra. La “memoria frantumata” è quella degli italiani, che vissero gli eventi in situazioni e con una partecipazione emotiva non solo diverse ma spesso contrapposte.

    [18]  Questa tipologia di fonti ci pone una serie di problemi sull’utilizzo che la storiografia possa farne, alcuni dei quali  messi in evidenza nel lavoro stesso della Commissione. Per un maggiore approfondimento rimandiamo a quanto  scrive a tale proposito Michela Ponziani in Guerra alle donne,Einaudi, To, 2012.

    [19]Sul tema della memoria e del ricordo cfr Massimo Fagioli, Vorrei portare alla parola, Left 28/7/12; Diario di fatti e interpretazioni, Left 8/9/12; Mente e movimento del corpo, Left 15/9/12; Quando non c’era la memoria – fantasia, Left 29/9/12; Quella memoria diventata ricordo, Left 27/10/12

    [20] Dobbiamo aggiungere che Nel rapporto stesso non si nominano mai i circa 500.000 lavoratori volontari in Germania, molti dei quali ebbero uguale sorte degli internati militari italiani (IMI), dopo l’otto settembre del ’43.

    [21] Il Rapporto insiste sull’idealizzazione della Resistenza che credo non vede d’accordo molti storici italiani, ma mi riservo di discuterne in altro contesto.

    [22] ivi pag. 17

    [23] ivi pag. 56

    [24] C’è da notare che, mentre si calca molto la mano sugli stereotipi, che pur hanno un loro peso nel fomentare l’odio contro la popolazione civile italiana, “considerata solo un gradino al di sopra degli ebrei!”, sfugge del tutto all’analisi degli storici la causa più profonda, la molla interiore, che rese il soldato tedesco, che pur doveva essere stato un uomo, più che un killer spietato un automa portatore di morte. Il Rapporto non è in grado di dirci nulla sulle responsabilità del senso di appartenenza ad una razza superiore, destinata a grandi imprese, che considera gli altri esseri umani, quelli diversi da sé, non umani, semplici soggetti riducibili in schiavitù, che si possono ammazzare senza alcun sussulto morale. Non vi è alcun riferimento a quanto il concetto di “utile” abbia avuto un peso nell’eliminazione di tutti coloro che vengono considerati “non utili”. Forse, sarebbe bastato fare un pensiero sulle modalità seguite nell’ammazzare le vittime, per comprendere qualcosa in più. Per approfondimenti consultare Massimo Fagioli, Lezione del 20 marzo 2010 all’università di Chieti sul sito : http//mawivideo.it/ e l’articolo :Pazzia in Left n° 32/33 dell’11 agosto 2012

    [25] Si veda Rapporto pag. 62

    [26] ivi pag. 15

    [27] Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano,Laterza Gennaio 2013.

    [28] Rapporto pag. 21

    [29] ivi pag.101

    [30] ivi pag. 94

    [31] ivi pag. 106

    [32] ivi pag. 107

    [33] ivi pag. 107

    [34] ivi pag. 107

    [35] ivi pag. 133

    [36] ivi pag. 132

    [37] ivi pag. 160

    [38] ivi pag. 161

    [39] ivi pag. 164

    [40] Introduzione alla conferenza, pag 7.

    [41] Il 21 novembre 1943, i paracadutisti tedeschi, 1° Reggimento, della 1ª Divisione Heidrich, uccisero 128 tra donne, vecchi e bambini, “colpevoli” di trovarsi sulla linea del fronte, Hauptkampflinie, e di non voler abbandonare le proprie case. Si salvò solo una bimba, coperta dal corpo della madre. Vennero fatti saltare in aria insieme alle loro case.

    [42] G. Fulvetti e F. Pelini , La politica del massacro,pag. 17, L’ancora del mediterraneo, 2006

    [43] Carl Schmit, La teoria del partigiano, Adelfi, 2005

    [44] in Carl Schmitt, Teoria del partigiano,Franco Volpi, L’ultima sentinella della terra.

    [45] Rapporto pag. 21

    [46] Nel Rapporto nell’elenco dei beni requisiti si parla anche del vino ma senza che sia messo in relazione con il consumo che i soldati tedeschi ne facevano prima di ogni “missione punitiva”.

     

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