• Servo arbitrio o responsabilità dell’essere? Discorsi sulla libertà o sulla schiavitù dell’“anima”

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    di Nora Helmer

     

    Il 28 agosto lo psichiatra Giuseppe Dell’Acqua, intervistato sul Il Fatto Q. dalla giornalista Chiara Daina, ha ripetuto la solita litania basagliota che descrive la pazzia come una mera scelta di essere, un “modo di stare nel mondo”. All’intervistatrice che gli chiedeva di spiegare i moventi psichici che hanno portato Federico Leonelli, 35 anni, a decapitare a colpi di mannaia la colf ucraina di 38 anni Dell’Acqua rispondeva con un classico luogo comune dell’antipsichiatria anni “60: «La follia è dentro ognuno di noi».
    Quindi tutti siamo fondamentalmente folli, e quindi siamo tutti uguali a quell’uomo che aveva la passione delle armi, che voleva arruolarsi nell’esercito di Israele, che era tatuato dalla testa ai piedi, che ha ucciso mentre era strafatto di dosi massicce di metaqualone, noto come “droga di Wall Street”.

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    Ma questi, dice nell’intervista lo psichiatra, non sono sintomi di malattia mentale, sono solo «Sintomi di un pensiero esasperato»; lui, seguendo le indicazioni di Dell’Acqua, era un filosofo che stava solo «elaborando una sua visione del mondo frutto di un malessere». Se lo avesse fatto un jihadista, afferma Dell’Acqua, lo avremmo definito terrorista e «Se lo fa il norvegese che stermina una scuola, è uno schizofrenico. Bisogna stare attenti alle etichette facili. Dietro a gesti del genere, c’è la sofferenza, che si alimenta giorno per giorno finché diventa normale fare del male a sé o agli altri».

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    Secondo Dell’Acqua, il movente psichico che ha portato Federico Leonelli a decapitare a colpi di mannaia la colf, è da cercare nella “sofferenza”, nel “non sentirsi parte di questo mondo”, nel “non sentirsi importante per qualcuno che ti stima”, nel semplice fatto che nessuno “ha mai fatto il tifo per lui”. Non sto inventando, ha risposto proprio così.

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    Fedele ai dogmi della Daseinanalyse – cioè dell’analisi esistenziale che Ludwig Binswanger aveva sviluppato da postulati heideggeriani (1) – Dell’Acqua, allievo e collaboratore di Franco Basaglia, nega la malattia mentale, e quindi non si deve parlare di disturbo mentale e men che meno di schizofrenia. Il gesto dell’omicida, secondo lo psichiatra, altro non è che una libera scelta; “un modo di essere nel mondo” direbbe Heidegger il fondatore dell’ideologia nazista. C’è da inorridire.

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    Forse Dell’Acqua non sa che la sua credenza sulla realtà umana non è assolutamente innovativa. Non sa che il suo pensiero, «La follia è dentro ognuno di noi», non è altro che l’ennesima riedizione della credenza di male originario e/o peccato originario che è un pilastro fondamentale del cristianesimo.
    Mi chiedo però, – dimenticandomi per un attimo della naturale incoerenza insita nel cristianesimo – e chiedo a chi fosse in grado di darmi dei lumi, come possano convivere due pensieri contrastanti: se «la follia è dentro ognuno di noi» come è possibile che i nostri atti siano dovuti ad una scelta esistenziale, che presuppone il libero arbitrio?
    Secondo logica la pazzia o è un fatto organico come affermano gli psichiatri organicisti, oppure è un fatto psichiatrico che ha delle precise cause che sono da ricercare nei rapporti umani dal momento della nascita in poi soprattutto nel rapporto tra il neonato e chi lo accudisce nei primi mesi di vita. Primi mesi e anni di vita in cui, ovviamente, il piccolo non può allontanarsi fisicamente da un’eventuale oppressore psicotico.

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    Quindi Dell’Acqua o crede che «La follia è dentro ognuno di noi» e quindi è un fatto organico innato a cui non si può porre rimedio, al più si può cercare di tenere a freno con la ragione, oppure deve pensare che è una malattia e ci deve dire anche qual è la sua eziopatogenesi, vale a dire quali sono stati gli “agenti patogeni” che hanno fatto ammalare il pensiero … di “ognuno di noi”, visto che condividiamo tutti la stessa pazzia.
    Certamente non può dire che un atto orribile di quella portata sia dovuta ad una “elaborazione di una sua visione del mondo”, e non può parlare di “malessere”, perché il malessere, quello sì, è una cosa normale: io provo malessere quando il mio compagno fa lo stronzo e allora rifiuto questo suo modo d’essere, magari mi incazzo, e se non capisce non gli taglio la testa ma lo mando a fan culo. Punto.

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    Scusate lo sfogo ma non se ne può più di questi discorsi dissociati che sono pericolosi perché minano il sentire delle persone che ancora si fidano di una certa cultura che ha origine da un’associazione criminale tra pensiero occidentale nazista che pone l’identità umana nei geni e la religione cristiana che afferma da 1700 anni che il neonato nasce con il “male” dentro causato dal peccato originale, cioè dalla copula dei suoi genitori. Un delirio. Un delirio che trova le sue forme nella liturgia del battesimo cattolico quando il celebrante dice: «Dio onnipotente ed eterno, (…) umilmente ti preghiamo: libera questo bambino dal peccato originale, e consacralo tempio della tua gloria, dimora dello Spirito Santo.»

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    Il libero arbitrio

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    Il concetto di libero arbitrio è sempre stato un tema dibattuto dai pensatori cristiani che assumendo dogmaticamente l’onnipotenza di dio, non sapevano come fare ad uscire dall’aporia teologica.
    Il libero arbitrio, secondo il quale ogni persona è libera di fare volontariamente le proprie scelte, si contrappone alle varie concezioni secondo cui questa possibilità sarebbe in qualche modo predeterminata da fattori sovrannaturali, per via dei quali il “volere” degli individui sarebbe prestabilito prima della loro nascita.

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    Ci pensò Agostino d’Ippona a ingarbugliare ancor di più le cose separando arbitrariamente la libertà, ossia la capacità di dare realizzazione ai nostri propositi, dal libero arbitrio, inteso invece come la facoltà di scegliere, in linea teorica, tra bene e male.
    Agostino, credeva che il peccato originale avesse pregiudicato per sempre la capacità di realizzare le proprie scelte, e quindi la nostra stessa libertà. Quindi a causa del peccato, nessun essere umano sarebbe degno della salvezza, ma dio può scegliere chi salvare e chi dannare, elargendo a sua discrezione la grazia con cui egli infonde la volontà effettiva di perseguire la scelta del bene, volontà che altrimenti sarebbe facile preda delle tentazioni malvagie.
    Al contrario Tommaso d’Aquino, pensava che gli esseri umani possedessero una naturale disposizione e tendenza al bene e alla conoscenza di tale bene, e che quindi avessero il libero arbitrio ovvero la possibilità di scelta.

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    Martin Lutero, monaco agostiniano con la sua teoria del “servo arbitrio” ribaltò la tesi tomista e, ripercorrendo la via teologica agostiniana, fece propria la teoria della predestinazione rifiutando l’esistenza del libero arbitrio: “non è la buona volontà che consente all’uomo di salvarsi, ma solo la fede, infusa dalla grazia divina”. Secondo Lutero è Dio e solo lui a spingere gli esseri umani nella direzione della dannazione o della salvezza.

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    All’interno della Chiesa cattolica, che ovviamente si era schierata contro le tesi di Lutero e di Calvino, iniziarono una serie di dispute sul concetto di libero arbitrio, che passando dal Giansenio, fautore di un ritorno radicale alla teologia agostiniana, continua ad essere inutilmente disputato dai teologi.
    Tant’è, che ancor oggi per la Chiesa cattolica non esiste il crimine ma solo il peccato perché il male è dovuto non a una scelta personale ma a Satana il guardiano infernale dell’inferno creato da dio… e da chi sennò?.
    Ma anche la filosofia non sta messa molto bene perché i deterministi credono che tutte le cose che accadono nel presente e che accadranno nel futuro siano meramente una conseguenza necessaria causata dagli eventi precedenti. Nell’ottocento il biologo inglese T. H. Huxley, pensava che tutti i pensieri coscienti fossero fenomeni secondari che accompagnano i processi fondamentali nel sistema nervoso centrale azzerando così la possibilità di volontà di scelta del pensiero.

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    Queste credenze religiose e parascientifiche stanno alla base della nostra cultura. Per cui è del tutto naturale leggere delle elucubrazioni come quella di Dell’Acqua.

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    Tornando con i piedi per terra penso di poter affermare che libertà di scelta e di giudizio presuppongano una dose minima sanità mentale. Penso inoltre che chi si ammala perda il pensiero e quindi la libertà. In che misura lo può decidere solo un buon psichiatra.

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    Il caso del “suicidio assistito” di Lucio Magri (già trattato a suo tempo in un interessante articolo da Giulia De Baudi) avvenuto nel novembre 2011 è esemplificativo: Magri stava male psichicamente, era depresso e quindi non era in grado di decidere della propria esistenza. Il 23 marzo del 2009 lo psichiatra Massimo Fagioli, invitato a La7 nella trasmissione Omnibus Life per parlare di eutanasia e di morte assistita, fu molto chiaro: «… in caso di malattia psichiatrica non si può lasciare decidere al paziente, perché il paziente psichiatrico farà di tutto tranne che accettare la cura. Il paziente psichiatrico per caratteristica della malattia rifiuta ogni cura perché, secondo lui, è sano (…) non si può fare una legge sulla libera volontà, perché, in psichiatria, la libera volontà del paziente non c’è più».
    È chiaro che un malato di depressione, come pare fosse Magri, è una persona malata psichicamente, e per tanto non essendo in possesso delle proprie facoltà mentali non è in grado di intendere e di volere. Altra storia invece per quanto riguarda Monicelli, che non era depresso ma un malato di cancro terminale. Come scrisse Giulia De Baudi «La sua sofferenza era fisica e non psichica e quindi lui, che era in possesso delle sue facoltà mentali, andava aiutato ad aver una morte degna. Per paura che non gliela concedessero ha fatto tutto da solo. Ha avuto un gran coraggio, un coraggio invidiabile. Nulla da eccepire.»

     

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    -Servo arbitrio o libertà responsabile?

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    La storia non è il mero prodotto di forze impersonali. E se è vero che la storia con la S maiuscola non è scritta dalle moltitudini, ma solo da essi sofferta, è anche vero che la propria storia personale si somma dialetticamente con quella delle moltitudini.

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    «Bisogni ed esigenze. Le esigenze sono proprie della realtà umana. – scriveva Massimo Fagioli il 31 marzo del 2006 sulla rivista left – I bisogni, se non vengono soddisfatti, fanno morire il corpo. Le esigenze, se non vengono realizzate, fanno morire la mente (…) Senza equivoci; senza diversità nella soddisfazione dei bisogni del corpo che sono uguali per tutti; libertà nella realizzazione delle proprie esigenze originali in ogni essere umano. (…) La libertà … la diversità è l’obbligo di essere esseri umani; ricreare la mente della nascita, sempre.»

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    L’essere umano – che rifiutando il disumano inizia la sua esistenza con una scelta esistenziale – sin dai primi giorni di vita è in grado di scegliere (2) ma a volte, (ammalandosi più o meno gravemente) demanda la propria libertà di giudizio a qualcun’altro rinunciando così alle proprie responsabilità etiche.

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    Il bravo soldatino, che, come nel film Good Kill di Andrew Niccol guida i droni che uccidono esseri umani come se stesse giocando ad un videogame, rappresenta bene la rinuncia alle responsabilità etiche di tutti quei militari che obbediscono ciecamente alle di regole di ingaggio sparando all’impazzata contro esseri umani a volte inermi. Si parte da lì e si giunge alla Banalità del male in cui Hannah Arendt racconta il caso del nazista Adolf Eichmann giustiziato in Israele, il quale aveva organizzato la “soluzione finale” “obbedendo agli ordini”.

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    Quando si affida a qualcuno o a qualcosa, esistente o meno, la libertà di pensare ed agire, la propria realtà umana viene degradata.
    Così come è degradata l’identità umana dell’uomo di apparato che tace e china la testa davanti a chi spera un giorno di raggiungere o superare. Così come è degradata la realtà umana di chi nasconde il proprio disagio psichico, a volte grave, nella droga o nell’alcool che servono da alibi alle proprie azioni disumane.
    Anche non agire ed essere passivi può essere degradante: «Questa lotta vi riguarda» scriveva Camus contro l’anestesia di una cospicua parte popolo francese che a pochi giorni dalla liberazione di Parigi ancora non prendeva parte alla lotta contro l’occupazione nazista.

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    Anche accettare come un destino una cultura che ha stabilito da almeno 2500 anni che la realtà umana ha in sé dalla nascita un male originario e/o peccato originario significa rinunciare alla propria libertà di pensiero che prevede “l’obbligo di essere umani”.

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     “Obbligo di essere umani” che significa non perdere quella consapevolezza di sé che ci dà la misura della realtà e che ci fa resistere e disubbidire a leggi o a non aderire a costumi criminali anche se questi sono legalizzati da governi iniqui e tollerati da chi sta intorno a noi. “Obbligo di essere umani” è conservare la bellezza, la vera bellezza … la bellezza salverà il mondo ha scritto qualcuno. Ma la bellezza va riconosciuta dove esiste…

    «E, certamente, è nel rapporto uomo donna che si renderà vera l’eguaglianza fra gli esseri umani che potranno darsi la libertà delle proprie possibilità diverse”

    Massimo Fagioli, left n.33- 2014, pag. 69.

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    7 settembre 2014

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    Note

    (1) L’Analisi esistenziale o Psicologia esistenziale è un’analisi filosofica dell'”esistenza”, che emerge dalle pagine di “Essere e tempo”, opera del protonazista Martin Heidegger del 1927, che costituisce il punto di partenza per l’elaborazione di Ludwig Binswanger. Franco Basaglia, epigono di Binswanger fondò il suo pensiero e il suo agire su questi presupposti teorici.

    (2) «Lo struggimento ed il dolore di quei primi mesi di vita, senza coscienza e senza parole, quando il nostro sentire era così certo, così intenso ed appassionato da non poter sopportare indifferenza e delusioni» Francesca Pirani, Il sogno della farafalla,n. 1 1992, pag.5.

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