• Sam Shepard – Motel Chronicles – San Marcos, Texas – marzo ‘79

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    Sam Shepard e Patti Smith

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    Pubblichiamo un altro racconto di Sam Shepard raccolto nel volume Motel Choronicles

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    Qui una breve biografia dell’autore.

     

    San Marcos, Texas – marzo ‘79

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    Lavò la sua camicia rossa nel lavandino. Stese sul pavimento un asciugamano del motel. Stese la camicia sopra l’asciugamano. Mentre lisciava le maniche e le incrociava sul ventre della camicia pensò alla propria morte. A come avrebbero incrociato le sue braccia proprio come le maniche sul suo stesso ventre morto. Stese un secondo asciugamano in cima alla camicia rossa di modo che la camicia fosse come impaninata poi camminò sopra l’asciugamano a piedi nudi, con dei passetti affrettati, strizzando fuori l’acqua.

     

    Questa era una cosa che aveva imparato da sua madre. Glielo aveva visto fare coi suoi piedi nudi in cima a dei golfini azzurri e pelosi con delle conchigliette sintetiche come bottoni. L’aveva vista arricciare le dita dei piedi. Aveva osservato l’acqua sprizzar fuori leggermente più azzurra dell’acqua. Sanguinante di tintura. Pensò ai piedi di lei. e se li figurò con tanta precisione che gli comparve davanti sua madre tutta intera.

    Sbucciò via l’asciugamano superiore, sollevò la camicia come una pelle e l’appese. La camicia rossa ondeggiò nel vento del condizionatore. Per un secondo pensò che fosse una bandiera. Pensò che poteva essere una Camicia Fantasma. Si girò verso la finestra senza alcun motivo. Era a quaranta miglia e qualcosa da Austin. Fuori, cameriere Chicane con pullover rosa spingevano carrelli di biancheria lungo corridoi di cemento parlando piano in Spagnolo. Si capiva che erano consanguinee.

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    Si spostò verso il letto. Guardò la copertina di un libro: Vedute di Los Angeles – 125 Fotografie in Bianco e Nero. Contrasto tra Passato e Presente. Si rigirò sul letto. Ascoltò il gabinetto. Ascoltò le ossa della sua schiena. Ascoltò lei che gridava in fondo alla sua testa. Gli parve di sentirla gridare. Fu quasi certo di sentire la sua voce che parlava. (La verità era che lei non riusciva a raggiungere l’orgasmo. Così imitava l’idea che si en fatta dei suoni di un orgasmo definitivo. Ogni volta che !o rifaceva cercava di superare l’ultima imitazione e alla fine sembrava più che la stessero uccidendo che amando.)

     

    Balzò in piedi. Corse fuori in fondo ai gradini d’acciaio. Oltre la Macchina del Ghiaccio. Oltre due gatti ossuti. Sentì qualcosa scorrergli nelle vene. Qualcosa come il ghiaccio. Come se la Macchina del Ghiaccio lo trapassasse con questo pensiero. Si fermò. Proprio a pochi passi dal suo camion. Le macchie di tabacco da masticare spruzzate sulla portiera secondo il disegno imposto dal vento dell’autostrada gli diedero il voltastomaco. Le sue stesse macchie. Lo costrinsero a pensare che forse stava perdendo il controllo.

    Tornò di corsa in camera. Afferrò una salvietta. La immerse in acqua bollente. La strizzò. Sentì il calore attraverso le dita. Appena un po’ bollente. Distolse lo sguardo dalle mani come se il dolore per la scottatura fosse molto più forte. Una scottatura molto più forte che scorreva più a fondo sotto la pelle. Tornò giù di corsa. Incominciò a strofinare con furia la portiera del suo camion. In preda a una bizzarra paura di essere colto in fallo con un camion schifoso. Anche da estranei.

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    tumblr_m4ut9c8Mmt1qa1iiqo1_500Sam Shepard e Patti Smith

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    Piano piano tutto questo strofinare gli stava cambiando le idee. Sentì che lo stava restituendo a se stesso. Molto lentamente. Finì la portiera. Passò ai finestrini. Notò le macchie di carburante intorno al tappo del serbatoio. Passò a quelle e poi pensò che avrebbe pulito tutto il camion.

    Questa dedizione totale alla pulizia lo stava restituendo a se stesso. La salvietta era nera. Alcune persone coi bagagli si erano fermate a guardare. Si girò verso di loro. Scomparvero. Il camion era diventato argento brillante.

     

    Lanciò la salvietta nera con la mossa che usava alla scuola superiore per i lanci di pallacanestro. Mentre la salvietta compiva un arco verso il cestello dei rifiuti di acciaio arancione gli venne da pensare che se avesse mancato il bersaglio, molto presto gli sarebbe successo qualcosa di molto brutto. Non lo mancò.

     

    Salì sul camion e rimase seduto a lungo senza muoversi. Osservò una Pagina Sportiva verde che svolazzava attraverso un lotto di terreno vuoto. La vide impigliarsi in corte erbacce spinose e poi liberarsi e volare contro una rete di filo spinato. La osservavano anche tre Pettirossi. Non aveva mai visto dei Pettirossi in un clima simile. Era profondamente turbato nel vedere come il vento gonfiava le loro penne e non stavano nemmeno volando.

     

    Quando fece buio lasciò il camion e controllò la sua casella nell’atrio. Una cartolina da Muskogee riproduceva in giallo sbiadito l’Ufficio Postale e il Tribunale Federale. Sul retro, scarabocchiato in nero, si leggeva: “Tesoro, ho avuto il rapporto del medico e lui mi ha detto che è meglio che non ti veda più”. E questo era quanto. Niente firma.

    Niente di niente. Fece capolino nel bar del motel, sperando di trovarci Billy Wells. Una signora grassa con un Chihuahua in grembo era seduta da sola davanti a un Whiskey Sour.

    Gli fece un cenno di saluto come se lo conoscesse. Lui non ricambiò.

     

    Portò la cartolina fuori verso la piscina. Il riverbero dell’acqua gli fece strizzare gli occhi così li chiuse. Passò attraverso l’erba secca e sentì una canna da giardino che innaffiava il cemento. Aprì gli occhi. Un Messicano lo stava guidando al di là di un quadrato di cemento bagnato tenendo la canna di lato. Mentre lo attraversava, l’uomo gli spruzzò gli stivali e rise. Lui rise di rimando ma pensò che era uno scherzo imbecille.

     

    Lasciò aperta la porta della sua stanza . Sistemò la cartolina nella cornice dello specchio. Si lavò la faccia nel lavandino. Si spostò verso la finestra asciugandosi il viso con una maglietta. Una folata di vento invase la stanza attraverso la porta aperta. La cartolina cadde dallo specchio.

    Sotto la sua finestra passò una cameriera portando un’insalata avvolta nel cellophane. Una forma esplose attraverso la porta. Un uomo grosso come un treno. Due pugni lo colpirono alle spalle. Poi uno sul lato della testa. Si accasciò.

    Colpì il condizionatore con un ginocchio. Batté il naso contro il bordo del tavolino di veto. Gli arrivò un calcio nella schiena. La forma parlò: “Fai ancora casino con Virgie, e io t’ammazzo”.

     

    Rimase a lungo bocconi per terra. Esattamente dove era caduto. Tese l’orecchio. Non per paura che la forma tornasse. Ascoltò semplicemente come andavano le cose dentro di lui. Alzò gli occhi sulla sua camicia rossa che gocciolava dalla gruccia. La sentì sgocciolare. Sapeva che erano giorni e giorni che stava sgocciolando a quel modo. Segnando il tempo. Squillò il telefono. Non poteva raggiungerlo.

    Non voleva raggiungerlo. Squillò a lungo. Passò della gente davanti alla sua porta aperta. “Suona il telefono”, gli dissero passando. Il telefono tacque. Non riusciva neanche a immaginare chi potesse essere all’altro capo. Lo vedeva solo come un telefono. Che suonava. Un telefono nero. Rimase lì per tutta la notte. Esattamente dov’era caduto.

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