• Linguaggio e rappresentazione narrativa – Il monoteismo e le forme narrative del logos e del mito

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    di Gian Carlo Zanon

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    Tutto ciò che è narrazione è, quasi sempre, espressione letteraria. Può sembrare banale e certamente lo è, ma se non si comprende a pieno il senso di questa affermazione non si può conoscere l’oggetto di studio che, se non ricordo male, è la ricerca sulla nascita e sul divenire del monoteismo.

    Dire monoteismo è soprattutto dire narrazione perché anche le religioni monoteistiche per vivere e perpetuarsi nel tempo hanno bisogno di narrazioni/espressioni letterarie che le sostanzino. Dal punto di vista culturale, una religione senza narrazione non esiste.

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    Se è vero che la nascita della religione monoteistica è difficilmente collocabile in un luogo, all’interno di una etnia ben definita e/o in un tempo storico certo,  è anche vero che essa prende forma, come tutte le religioni, per la definizione di sé, per definire l’esterno a sé, per dare un senso al rapporto uomo natura, per rispondere a domande universali che l’essere umano si pone.

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    Per far questo è necessaria la narrazione (1) . Narrazione che sarà sempre più complessa ed “evoluta”: dalle leggende sui sentieri dei sogni degli Aranda australiani fino a giungere alla visione immaginifica del Big Bang. Anche il Big Bang, sebbene si basi su deduzioni scientificamente valide e forse esatte,  è una narrazione nella sua forma più elementare: c’era una volta un nucleo di materia che esplose miliardi di anni fa dando vita all’universo. Corro il rischio di essere “blasfemo” ma, dal punto di vista letterario, il Big Bang non è altro che una narrazione che assomiglia moltissimo alle migliaia di cosmogonie mitiche e alla genesi narrata dai tre monoteismi. Certo cambiano gli attori,  al posto della divinità monoteista c’è la materia che esplodendo si espande  creando l’universo che abbiamo cominciato or ora a conoscere ma … forse aveva ragione il pseudo-Giovanni del quarto Vangelo quando disse “all’inizio era il logos”?

     

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    Certamente no – ed è bene ricordare che nomina sunt consequentia rerum  – ma se dobbiamo partire da dati certi, storicamente accertati con il paradigma scientifico vigente, si continuerà a brancolare nel buio. Semplificando, tutto ciò che lo storico offre al lettore è una narrazione contenente il suo punto di vita: la cosiddetta Unità d’Italia fu un’opera umanitaria o una sordida guerra di conquista? E lo stesso vale per la Guerra in Iraq. Se non sappiamo i veri contenuti di quegli accadimenti – che dal punto di vista storico sono accaduti l’altro ieri – figuriamoci se possiamo conoscere le vere cause, vale a dire i contenuti intenzionali, che hanno causato fatti storiciche che si perdono nel millenni.

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    Dati certi non ce ne sono neppure per quanto riguarda “il libro” per antonomasia. Quanti racconti, quanti miti, quanti pensieri, quanti scritti sono stati riversati, da esseri umani che volevano narrare laeggende, a modo loro, nella Bibbia … potrei dire come noi la conosciamo ma non lo posso dire perché ne esistono migliaia di versioni che si trascinano nel tempo . E poi che senso ha conoscere la prima bibbia scritta? Avrebbe senso se delirassimo pensando che esiste un libro scritto o dettato da un dio come raccontano le leggende di Giovanni Ev. e di Maometto, ma…  E qui subito mi contraddico: ha senso fare una ricerca dal punto di vista filologico per vari motivi storici attuali e anche per sbugiardare chi usa i testi testamentari a suo uso e consumo interpretandoli nel modo che ritiene più opportuno. C’è persino un certo Mauro Biglino che, prendendo spunto dai miti ebraici, epurati dal canone biblico, in cui si parla di esseri sovraumani che scendono sulla terra per dominare il creato,  interpreta la bibbia come quel libro che rivelerebbe la presenza degli extraterrestri sulla terra … e c’è persino un Certo Bergoglio che proprio ieri ha ribadito che dio non vuole che si usino un contraccettivi … figuriamoci!!!

     

    Inoltre, dal punto di vista letterario la ricerca sulla bibbia è decisamente interessante anche perché, insieme all’epica omerica, fonda tutta la letteratura romanzesca occidentale: la Bibbia, ovviamente, racconta delle leggende ed è ciò che fa anche Omero.  «La Bibbia è almeno una letteratura e il Dio di Israele è se non altro il più grande personaggio letterario dei tempi», scrive Erri de Luca, nel suo libro Una nuvola come tappeto, (Feltrinelli, 1991, p. 9.).

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    Il racconto biblico, mette al centro della scena un Dio unico che, come accade nella mitologia greca e in quella del Vicino Oriente antico si rapporta con gli esseri umani se non altro per il semplice fatto che senza quel rapporto egli non esisterebbe … n’est-ce pas?

    Il mezzo letterario che viene scelto dai redattori del Vetero testamento , è la prosa narrativa.  Fatto unico nel Vicino Oriente antico che, come farà Omero, dall’Enuma Elish all’epopea di Gilgamesh utilizza il canto aedico tradizionale cioè l’epica in versi.

     

    «Perché questo ricorso al racconto e alle risorse di storie in prosa per dire la storia e i fondamenti della storia? Per il fatto che solo la prosa narrativa, con il suo gioco complesso e aperto, consente la rappresentazione del sottile rapporto tra la libertà divina e quella umana che si confrontano nella storia. Sulla scena del racconto, nella semplicità e nella complessità dell’intreccio, nello spazio e nel tempo della interazione tra i personaggi, assistiamo anche a ciò che sfugge alla rappresentazione del discorso in versi dell’epopea e al discorso speculativo – all’incontro tra il progetto di Dio e la libertà degli esseri umani -. L’intenzione teologica è qui interamente «calata» nella articolazione narrativa e, come sottolinea Alter, vi è «una interfusione completa fra arte letteraria e visione teologica, morale e storico-filosofica, in cui la percezione più piena della seconda dipende dalla più completa comprensione della prima»(2)

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    Ma sto correndo troppo … vado per ordine, vado per ordine e scelgo un punto di partenza da cui muovermi avanti ed indietro nel tempo: scelgo Alessandria d’Egitto e la redazione della Septuaginta cioè della Bibbia trascritta in greco,  traducendola dall’ebraico, dai fantomatici 72 saggi tra il III e il II sec. a. C.. (3) Bibbia che, per contrastare la traduzione dal greco operata da Martin Lutero, fu dichiarata autentica dal Concilio di Trento. (1545-1564)

     

    Questi dati, ancora molto grossolani,  mi servono per un motivo molto semplice: nello stesso luogo, nello stesso tempo storico, e quindi probabilmente dagli stessi “saggi” che redassero il canone biblico, furono redatti i testi dell’Iliade e dell’Odissea divenuti canonici: «Il nostro testo – scrive Fausto Codino nel suo libro “Introduzione ad Omero” – deriva in sostanza da quello stabilito degli eruditi di Alessandria d’Egitto nel III-II sec. a. C.».  (4)

    Da questi dati, certi al 99%, deduco che i destini dell’epica “omerica” e dei testi veterotestamentari si siano incontrati ad Alessandria e che entrambi i testi siano stati maneggiati dallo stesso mitico stage redazionale. Da questi dati deduco anche che ciò che è giunto fino a noi sia, grosso modo, soprattutto per quanto riguarda la Bibbia, il risultato di ciò che i “70 saggi” decisero di vergare. Ma chi erano i veri redattori? Si narra che fossero eruditi ebrei ma quasi sicuramente è una leggenda. Erano religiosi? A quale religione appartenevano? Quali erano le loro intenzioni? Ecc. ecc., mille domande che non troveranno mai una risposta certa.

     

    L’unica certezza è che la Septuaginta, pur essendo stata in parte “addomesticata” – dal punto di vista dello stile e del ritmo letterario – mantiene inalterati le forme, i contenuti e le intenzionalità religiose presenti nelle edizioni ebraiche “incontaminate” dalle traduzioni.

    E qui si potrebbe aprire un’ulteriore discussione infinita perché è impossibile pensare che i testi veterotestamentari fossero assolutamente impermeabili alle culture con cui venivano a contatto. Sempre andando per sommi capi, si può dire che mentre nelle versioni usate dal mondo ebraico i testi sono quasi “telegrafici” e, in confronto alla rappresentazione omerica, “cacofonici”, nella Septuaginta il testo è più smussato da una narrazione aggettivata all’“occidentale”.

    Ad esempio, nella versione Torà della Torà di ShaDaL tradotta da Samuel David Luzzatto, troviamo scritto «Abramo, alzatosi alla dimane, mise il  basto al suo asino, prese seco i due suoi domestici ed Isacco suo figlio,» e nella Vulgata stampata dalla Casa editrice San Paolo leggiamo «Abramo, si alzò di buon mattino, sellò il suo asino, prese con sé i due servi e il figlio Isacco».

     

    Apparentemente sono abbastanza simili, ma, tra le tante differenze, spicca quel di buon mattino, che in una situazione così tragica stona moltissimo. Anche dire “Isacco suo figlio” al posto di “il figlio Isacco” crea uno scarto semantico notevole. Ma queste differenze sono “minime”. Perché? Perché io leggo l’antica Vulgata, cioè un Antico Testamento canonico redatto dalla Chiesa cattolica stampato nel 2001 e una Torà tradotta nella seconda metà del diciannovesimo secolo.

    Ora perché nella Vulgata c’è una forte aggettivazione che manca nella bibbia ebraica? A cosa servono gli aggettivi? Gli aggettivi servono dare all’esistente le qualità specifiche dell’oggetto, cioè i contenuti. Senza questi contenuti la narrazione non ha spessore e se la narrazione non ha spessore noi non possiamo conoscere la realtà storica, perché è una mera elencazione di fatti presumibilmente accaduti.

    Esempio : se uno storico fra cent’anni scrivesse di monoteismo islamico dicendo che in Iran esiste da 1500 anni senza, aggettivando i due periodi,  fare la differenza tra un prima e un dopo Khomeini, il fruitore del testo conoscerebbe un dato storico in dubbiamente vero ma indubbiamente falso. Falso perché senza le qualità l’oggetto di studio è asettico, piatto, direi morto. O perlomeno morto a al punto da non far comprendere il divenire dell’Islam, non solo nella storia iraniana, da Khomeini in poi.

     

    Tornando alla comparazione tra mitopoiesi omerica e narrazione biblica, queste differenze di stile – scelta della prosa, assenza di aggettivi ecc. – creano scenari semantici diversi.  La Torà ma anche la Vulgata biblica sono ben lontane dall’epica omerica, e questo anche se le due narrazioni forniranno personaggi e leggende a cui attingerà tutta la letteratura occidentale.  (5)

    Pensiamo per esempio al tema del doppio che affonda sia nei miti greci sia nelle leggende ebraiche. Tema che si allaccia a una idea, presente in entrambi le culture, di scissione endogena presente nella natura umana, ma assente in altre culture (6) «Quanto alle differenze con il concetto di peccato e di pentimento, non va dimenticata l’assenza in Cina della concezione monoteistica, di quella di un dio personale e del dualismo spirito materia» (Il “peccato” in Cina Paolo Santangelo)

     

    Dualismo molto presente soprattutto nel pensiero occidentale post platonico, nei miti ebraici e cristiani e quindi impresso a fuoco nella nostra cultura. «Nessuno di noi, infatti — salvo i grandi paranoici — può pensare di coincidere perfettamente con l’Io che crede di essere.» scriveva a gennaio Massimo Recalcati su Repubblica, ratificando la “naturale scissione” dell’essere umano. (7)

     

    Per la nostra cultura non esiste una sola realtà umana che è fusione tra corpo e mente e che può realizzarsi ma anche  ammalarsi creando così una scissione tra ciò che si era in origine  e ciò che si è per essersi ammalati. Per la cultura occidentale esistono due entità: luce/ombra;  diurna /notturna; razionale irrazionale; corpo /mente;  male/bene;  diavolo/dio  ecc.,  – che lottano tra loro per la supremazia del pensiero e del comportamento. Ma il concetto di dualità, di duplicità, di male e bene, di demone e angelo, è abbastanza recente visto che negli antichi miti ebraici tramandati da Giuseppe Flavio – e di cui vi è traccia negli Apocrifi del Nuovo Testamento – il demone è sempre un angelo caduto. Quindi il “male” non c’è dall’inizio, ma c’è un “bene” che si ammala. (8)

    Nella narrazione religiosa e epica, che fondano la nostra letteratura, protagonista e deuteragonista, in fondo in fondo, vengono tratteggiati come due facce della stessa medaglia e non come fossero due identità umane ben distinte: Achille e Patroclo, che lo imita indossando la sua corazza e il suo scudo, Don Quijote e Sancho Panza ecc. ecc..(9)

     

    Ma queste idee presenti sia nei miti greci che nelle leggende ebraiche erano simili anche prima che il monoteismo cristiano fondesse definitivamente cultura ebraica e cultura greco-romana? Se pensiamo al Minotauro metà uomo metà bestia, dobbiamo rispondere di sì, ma come racconta Erich Auerbach nel suo saggio La cicatrice di Ulisse inserita in Mimesis – Il realismo della letteratura occidentale le intenzionalità di chi racconta sono diverse, e quindi diversa è la forma in qui vengono rappresentate le leggende : «La concezione ebraica di dio non è tanto causa quanto piuttosto sintomo del loro modo di vedere e rappresentare». E torno alla banalità del dire che “tutto ciò che è narrazione, è espressione letteraria”. È espressione letteraria che va nella direzione voluta da chi scrive. Chi racconta le storie bibliche, dice Auerbach  «è un bugiardo consapevole: non un bugiardo come Omero che mente per dar piacere, bensì un mentitore politico, ben consapevole del fine e che mentiva nell’interesse di una volontà di dominio. (…)»

    La differenza importante tra i libri di Omero, di Esiodo e di altri greci e la Bibbia sta nel primo caso nel cuore e nella gola di chi narra e nel secondo nell’intenzionalità di chi detta o nella mano di chi scrive:  «Ciò ha la sua base innanzi tutto nella concezione giudaica dell’uomo, ma pur anche nel fatto che i redattori non furono poeti, bensì scrittori di storia addestrati a rappresentare storicamente la vita umana (…) così il Vecchio Testamento, in quanto si occupa di storia umana, si dispone in tre campi: leggenda, relazione storica e teologia interpretativa della storia».

     

    Ma questi sono ancora solo spunti per una lettura comparata tra la bibbia ebraica  e i testi dell’epica greca e mediorientale …

     

    Articolo scritto nel gennaio 2016, riveduto nell’aprile del 2016 e pubblicato il 10 aprile 2016

     

    NOTE

     

    (1) Mario Vargas Llosa nel suo libro El ablador, racconta molto bene quanto la narrazione dei miti, facendo da collante per gli individui che vivono in piccolissimi clan disseminati  in una vastissima area della foresta pluviale amazzonica, sia funzionale in quel sistema relazionale. Il romanzo mostra come la narrazione del mito abbia il potere di trasformare le credenze religiose in modo evolutivo o regressivo.

     

    (2) La Bibbia e la letteratura dell’Occidente. Lingua madre, legge del padre e discendenza letteraria

    di Jean-Pierre Sonnet – Lumen Vitae, Bible et sciences humaines, n°4, 2001, pp. 375-388

    (traduzione di Luciano Zappella) http://www.bicudi.net/analisi_narrativa/sonnet_bibbia_letteratura.htm

     

    (3)  Anche se in realtà, come trovo scritto in una bozza di un lavoro in fieri da Giampiero Minasi: «La canonizzazione inizia embrionalmente a partire dalla metà del III sec. a. C. prevalentemente nell’ambiente ellenistico di Alessandria d’Egitto, comincia a fissarsi verso gli anni a cavallo del 100 d. C., per poi arrivare ad un assetto definitivo nei secoli III-IV d. C. 

    Da questo canone dell’antico testamento venne fatta una traduzione in latino, la cosiddetta Vulgata che rimase come canone per la Chiesa cattolica a tutt’oggi. Inoltre questo canone nel cinquecento fu tradotto in tedesco e fatto stampare da Martin Lutero. Le due versioni risultarono decisamente discordanti ma la struttura e la “sacralità” del testo rimasero inalterate.»

     

    (4)  Vai a Canone alessandrino con questo link https://it.wikipedia.org/wiki/Canone_alessandrino

     

     

    (5)  La Bibbia e la letteratura dell’Occidente. Lingua madre, legge del padre e discendenza letteraria

    di Jean-Pierre Sonnet – Lumen Vitae, Bible et sciences humaines, n°4, 2001, pp. 375-388

    (traduzione di Luciano Zappella) http://www.bicudi.net/analisi_narrativa/sonnet_bibbia_letteratura.htm

     

    (6)La credenza di un dio (interiore) personale e l’idea dell’esistenza di un dualismo tra spirito materia sono due facce della stessa medaglia che fondano, a mio giudizio, il pensiero monoteista.

     

    (7) Massimo Recalcati – Repubblica 17.1.16 – I tabù del mondo – La follia di Narciso divenuta trappola del nostro tempo –  L’epoca in cui viviamo ha esaltato la figura raccontata da Ovidio come emblema di un soggetto che basta a se stesso e che vorrebbe annullare la dipendenza dall’Altro. L’Io è diventato il nuovo idolo pagano altrettanto superstizioso di quelli che la ragione critica dell’illuminismo è riuscito a smascherare –  Lacan lo diceva a suo modo: il problema non è più quello di distinguere la preda dall’ombra, ma di essere tutti noi prede della nostra stessa ombra.

     

    (8)  «Fu col VI secolo a. C. che iniziò in Grecia lo sviluppo di concezioni dualistiche, con la diffusione del mito orfico e del culto di Dióniso. Benché nella figura di quest’ultimo si fondessero crudeltà e amore, mascolinità e femminilità, vi si affermava una sorta di opposizione fra le due nature dell’umanità, quella materiale, il corpo (negativo derivante dai Titani), e quello spirituale, l’anima (positiva, derivante da Dióniso, divorato dai Titani). Tale dualismo si distingueva da quello iranico, in quanto quest’ultimo il conflitto si svolgeva fra due poteri spirituali, la luce e le tenebre; entrambi le correnti, tuttavia, ebbero ad influenzare profondamente il pensiero giudaico, quello gnostico, e quello cristiano ed hanno mantenuto un notevole ascendente sulla morale occidentale». Paolo Santangelo Il “peccato” in Cina, Laterza. Ed.1991- pag. 22

     

    (9)  Ci sono decine di opere di critica letteraria in cui vengono trattate sia la quijotización de Sancho che la sanchificación de Don Quijote.

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