• Il film di Abel Ferrara su Pasolini tra agiografia e tragedia

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    di GianCarlo Zanon

     

    L’uscita nelle sale – il 25 settembre – del film di Abel Ferrara Pasolini riaccende l’attenzione sullo scrittore friulano ucciso nel 1975. Non ho visto il film, passato inosservato a Venezia, e non penso che lo vedrò.
    Come ho già raccontato in un altro articolo, Pasolini. L’uomo, l’artista, l’intellettuale … il misogino e il pedofilo (leggi qui) P.P. Pasolini rappresenta, secondo me, tutto ciò che di negativo esiste nella cultura cattocomunista italiana che si è impossessata, a ragione, della sua icona, per farne un emblema del martirio cristiano.

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    Cerco ausilio alle mie certezze e lo trovo in prima istanza in una intervista, dall’eloquente titolo Se il lupo si fa vittima, che Simona Maggiorelli, sul settimanale left n.35 ancora nelle edicole, fa a Daniele Giglioli autore del saggio Critica della vittima: « Nel suo libro – dice l’intervistatrice a Giglioli – lei rilegge la figura di Pasolini alla luce della mitologia della vittima – e l’intervistato risponde – In Pasolini si incontrano il poeta e il copywriter che sa cosa funziona in una società di massa. Ha intuito e selezionato alcuni aspetti della propria biografia e ne ha fatto un tratto centrale di tutta la sua opera. Che poi è una sorta di identificazione cristologica o con il profeta. Prende ad esempio il “Vangelo secondo Matteo”, caro agli ebrei, in cui Dio dice che Gesù viene a realizzare la parola dei profeti, che vengono regolarmente uccisi dal popolo. (…) se poi ci mettiamo la morte che ha fatto… »

     

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    Tutto ciò è senza dubbio vero visto che nella sua ultima intervista Pasolini disse «Con la vita che faccio io pago un prezzo… È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose».

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    Frasi sibilline che possono stupire solo chi non ha studiato le poesie e la “poetica del visionario” di Arthur Rimbaud: dopo Une saison en enfer del poeta francese, Pasolini non solo non può più essere originale ma, oggi, potrebbe essere accusato di copia-incolla. Ma questi veri o presunti plagi letterari non sono certo i suoi peggiori delitti.

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    La poetica di Pierpaolo Pasolini, come scrisse Marco Belpoliti nel suo saggio Pasolini in salsa piccante, semmai è da ricercarsi nella sua pedofilia criminale: «Pasolini è diventato un martire, una sorta di profeta dei tempi che cambiano. Ma viene rimosso il fatto che il più grande intellettuale italiano, poeta, cineasta, romanziere, giornalista, editorialista, è stato anche, in qualche modo, un pedofilo: un tema tabù. A maggior ragione se questo fatto è la radice stessa del suo poetare».

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    Belpoliti due giorni fa, a Mantova ha incontrato Alberto Arbasino, che fu un grande amico del friulano, e lo ha intervistato. Nell’intervista Belpoliti ha chiesto ad Arbasino, che risponde evasivamente, ragione di una sua frase contenuta un’intervista del 1963: «C’è un passo del tuo ritratto che mi ha colpito. Là dove tu parli del vittimismo masochistico genuino e profondo di Pasolini, “ostentato e strumentale per la carriera ma molto autentico, presentandosi insieme come capro espiatorio e agente provocatore – o come capro espiatore, sempre più eretico e martire” (…)»

     

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    Belpoliti non molla, vuole sapere : «Da dove nasce questa propensione al vittimismo?» chiede ad Arbasino che questa volta risponde : «Forse nasce in Friuli, nell’infanzia. Se si pensa che Casarsa è poi diventata Casarsa della Delizia, ed è il luogo dove ha subito il processo per comportamenti lascivi, come si diceva un tempo.»
    Come si dicesse “un tempo” la violenza sessuale su un minore non lo so, so che ora si definisce crimine di pedofila. Ma, risponde candidamente Arbasino alla domanda di Belpoliti, il termine pedofilia non esisteva e quindi … Belpoliti -«Tu hai scritto in un articolo, (…) che nel caso di Pasolini che va coi ragazzi si trattava di pedofilia.» Arbasino: «Sì. Era pedofilia, ma era anche un termine che allora non esisteva. Non c’era. Si tratta di un termine usato dopo.»

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    Se si può ringraziare Arbasino per aver detto finalmente la verità su Pasolini, non lo si può perdonare però per la sua stolidità anaffettiva con cui banalizza e minimizza i crimini violenti compiuti dallo scrittore su minorenni. Crimini che gli valsero la cacciata dall’insegnamento e dal Pci. Per Arbasino era tutto normale «Lo si faceva normalmente nelle canoniche, perché una grande maggioranza dei preti così toccavano il sedere dei bambini.»

     

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    Usciti da questa tragedia degli orrori, vissuta da molti intellettuali come un commedia con cui divertirsi, rimane il tema del “martirologio” di Pasolini. Ricordo che dopo l’uccisione ad opera di un minorenne – che, come dice la sentenza, scaturiva dalla ribellione alla violenza di Pasolini – da subito la sua morte venne strumentalizzata da chi non era interessato alla verità ma voleva creare l’agiografia di un Pasolini santo e martire culturale.

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    Ma le bugie hanno le gambe corte: come ricorda Belpoliti nell’intervista, ad agosto è uscito su IlSole24Ore un articolo di Graziella Chiarcossi, in cui la nipote di Pasolini spiega senza mezzi termini che non c’è stato nessun furto del manoscritto di Petrolio. Un dato falso che era una delle “prove” proposte negli ultimi anni per sostenere la vicenda dell’uccisione politica dello scrittore.

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    Poi ci sono le sentenze: «Va ancora una volta ribadito che nessun dubbio consistente circa la partecipazione di terzi al delitto trae origine da elementi o da seri sospetti ricavabili da dati diversi da quelli offerti dal racconto dell’imputato e dall’analisi dei reperti, delle tracce, dei risultati delle perizie (…) » affermò la sentenza della Corte d’Appello del 1976. Il resto, viste anche le dinamiche dell’arresto del Pelosi, avvenuto immediatamente dopo il delitto, a mio giudizio è mitografia di bassa lega che prosegue l’opera cristologica che Pasolini se era cucita addosso, e che ha trasformato un campetto delle periferia romana in Golgota e un violentatore di minorenni in vittima predestinata.

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    Pasolini, che secondo ciò che dice Arbasino nell’intervista, «Andava solo con i ragazzini» si era cucito addosso la maschera della vittima predestinata con una serie di “io so ma non lo dico” che lasciavamo ammirati gli intellettuali ma che a me rammentano le ingegnose provocazioni delle mie cuginette … io ci cascavo, allora però avevo pochi anni … e poca esperienza …

     

    17 settembre 2014

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