• Camus: lettera a un militante algerino

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    CAMUS de

     

    «Ho incontrato nella storia, da quando sono nell’età adulta, molti vincitori il cui volto mi appariva ripugnante. Perché vi leggevo l’odio e la solitudine. Perché non erano niente se non erano vincitori e per diventarlo dovevano ammazzare e sottomettere. Ma esiste un’altra razza di uomini che ci aiuta a respirare, che ha sempre posto la propria esistenza e libertà solo nella libertà e nella felicità di tutti, che trova quindi fin nelle sconfitte le ragioni per vivere e per amare. Questi, anche se vinti, non saranno mai soli.»

    Albert Camus, La Spagna nel cuore, 1954

    Kessous_a

    Albert Camus scrisse questa lettera a Mohammed el Aziz Kessous, militante e giornalista algerino come lui sempre in cerca di una terza via tra il fanatismo coloniale francese e quello del Fronte di Liberazione Nazionale algerino nell’ootobre del 1955.

    Questo testo è inserito nella raccolta di scritti politici, curati da Vittorio Giacopini, Mi rivolto dunque siamo pubblicato da Elèutera

     

    Algeria French

    Un soldato francese di guardia in una strada a Oran,

    nell’Algeria occidentale, 2 maggio 1962.

    I piedi neri dipinti sul muro indicano i cosiddetti “Pieds Noirs”,

    come venivano convenzionalmente chiamati gli europei che vivevano in Algeria.

    (AP Photo/Horst Faas)

     

    Mio caro Kessous,

    ho trovato le sue lettere al mio ritorno dalle vacanze e temo che la mia approvazione arrivi troppo in ritardo. Sento comunque il bisogno di confermargliela. Non farà fatica a credermi se le dico che, in questo momento, soffro d’Algeria proprio come altri soffrono di polmoni. E dal 20 agosto sono vicino alla disperazione.

     

    Supporre che i francesi d’Algeria possano adesso dimenticare i massacri di Philippeville e di altre località, vuol dire non capire niente del cuore umano. Supporre viceversa che la repressione, una volta scatenata, possa generare tra le masse arabe fiducia e stima nei confronti della Francia, è un altro genere di follia. Eccoci dunque messi gli uni contro gli altri, costretti a farci più male possibile, implacabilmente. Quest’idea mi è insopportabile e sta avvelenando tutte le mie giornate.

     

    Eppure lei e io, così simili uno all’altro, con la stessa cultura, con le stesse speranze, amici fraterni da tanto tempo, uniti nell’amore per la nostra terra, sappiamo che non siamo nemici e che potremmo vivere felicemente, insieme, su questa terra che è la nostra. Perché è nostra, e non riesco a immaginarla senza di lei e senza i suoi fratelli, certamente non più di quanto voi possiate separarla da me e da chi è come me.

    E lei l’ha espresso benissimo, meglio di quanto avrei potuto dire io: siamo condannati a vivere insieme. I francesi d’Algeria, e la ringrazio di aver ricordato che non erano tutti possidenti e assetati di sangue, saranno in questo paese da più di un secolo e sono più di un milione. Tanto basta a differenziare il problema algerino da quelli che esistono in Tunisia e in Marocco, dove l’insediamento francese è relativamente scarso e più recente. Il “dato francese” non è eliminabile in Algeria e il sogno che la Francia scompaia da un momento all’altro è semplicemente puerile.

     

    A French soldier guards a street corner in Oran, Algeria, May 15, 1962. On the wall is a poster of the right-wing nationalist Secret Armed Organization, calling for citizens to take up arms against Algerian independence. (AP Photo/Horst Faas)

    D’altro canto, non esiste una ragione al mondo per cui nove milioni di arabi debbano vivere nella propria terra come degli esclusi: il sogno di una massa araba cancellata per sempre, silenziosa e asservita, è anch’esso delirante. I francesi hanno radici antiche e vitali nella terra d’Algeria e non si può pensare di strapparle.

    Ma questo, secondo me, non dà loro il diritto di tagliare le radici della cultura e della vita arabe. Per tutta la vita ho difeso (e lei lo sa bene: questo mi è costato l’esilio dal mio paese) l’idea che da noi fossero indispensabili riforme ampie e profonde. Non hanno voluto darmi retta, hanno insistito nel sogno di potenza, che sempre si crede eterno e dimentica che la storia continua a procedere, e le riforme sono diventate sempre più necessarie.

     

    Quelle da lei indicate rappresentano in ogni caso un primo passo, indispensabile, che va fatto senza indugio, con l’unica condizione che non lo si renda impossibile annegandolo prima nel sangue francese o in quello arabo.

    Ma affermare oggi questo, lo so per esperienza, vuol dire entrare nella no man’s land tra due eserciti, e tra le pallottole mettersi a predicare che la guerra è un imbroglio e che il sangue, se in certe occasioni fa avanzare la storia, la fa avanzare verso una barbarie e una miseria ancora più grandi. Chi osa gridarlo con tutto il suo cuore, con tutta la sua pena, che risposta può aspettarsi di sentire, al di là delle risate e del fragore ancora più intenso delle armi?

    E tuttavia lo si deve urlare e, visto che lei si propone di farlo, non posso lasciarla affrontare quest’azione folle e pure indispensabile senza esprimerle la mia solidarietà fraterna.

     

    Sì, è essenziale conservare, per limitato che sia, lo spazio di un dialogo ancora possibile; è essenziale ristabilire, Per vaga e precaria che sia, la distensione. Per questo è necessario che

    ognuno sostenga la pacificazione tra i suoi. Gli imperdonabili massacri di civili francesi provocano altre devastazioni altrettanto stupide nei confronti delle persone e dei beni del popolo arabo.

    Si direbbe che alcuni pazzi, in preda al furore, consapevoli di non potersi liberare da un matrimonio forzato, abbiano deciso di stringersi in un abbraccio mortale. Costretti a vivere insieme e incapaci di unirsi, hanno stabilito di morire insieme. Mentre ognuno rafforza con i propri eccessi le ragioni e gli eccessi dell’altro, sul nostro paese si abbatte una tempesta mortale, destinata a montare fino alla distruzione generale.

    Aziz Kessous

    In questo continuo gioco al rilancio l’incendio si estende e domani l’Algeria sarà una terra di rovine e di morti che nessuna forza, nessuna potenza al mondo sarà in grado, in questo secolo, di rimettere in piedi.

    Per questo è indispensabile mettere fine a una tale spirale, ed è appunto il compito che ci tocca, a noi, arabi e francesi, ancora intenzionati a tenerci per mano. Noi francesi dobbiamo lottare per impedire che la repressione osi diventare collettiva e far sì che la legge francese conservi nel nostro paese un senso generoso e limpido; per ricordare ai nostri gli errori e gli obblighi di una

    grande nazione che non può, pena la sua decadenza, reagire al massacro xenofobo scatenando una repressione di pari natura; per favorire infine l’avvento di riforme necessarie e decisive, che avvieranno la comunità franco-araba dell’Algeria sulla strada dell’avvenire.

    Voi arabi dovete, per parte vostra, dimostrare instancabilmente ai vostri che il terrorismo, quando fa vittime tra la popolazione civile, oltre a far dubitare a ragione della maturità politica degli uomini capaci di azioni simili, riesce solo a rafforzare gli elementi antiarabi, a valorizzare i loro argomenti e a tappare la bocca all’opinione liberale francese, che invece potrebbe trovare e far adottare una forma di conciliazione.

     

    Qualcuno mi ribatterà, come fanno anche a lei, che la conciliazione è un fatto superato, che ora si tratta di fare la guerra e di vincerla. Lei e io, invece, sappiamo che questa guerra sarà senza reali vincitori e che, dopo come prima, ci toccherà ancora, e per sempre, convivere nella stessa terra. Sappiamo che i nostri destini sono legati al punto che qualsiasi azione dell’uno comporta la reazione dell’altro, che il crimine produce il crimine, che la pazzia risponde alla demenza, che infine e soprattutto l’astensione dell’uno provoca la sterilità dell’altro.

     

    Se voi democratici arabi falliste l’obiettivo della pacificazione, l’azione di noi liberali francesi sarebbe fin d’ora destinata al fallimento. E se davanti al nostro dovere noi ci dimostrassimo deboli, le vostre povere parole sarebbero trascinate nel vento e nelle fiamme di una guerra spietata.

    Ecco perché mi trova tanto solidale con quello che intende fare, mio caro Kessous. Le auguro, ci auguro, buona fortuna. Voglio credere con tutte le mie forze che sui nostri campi, sulle nostre montagne, sui nostri lidi trionfi la pace, che finalmente arabi e francesi, riconciliati nella libertà e nella giustizia, s’impegnino insieme a dimenticare il sangue che oggi li divide. Quel giorno, noi che siamo insieme esuli nell’odio e nella disperazione, ritroveremo insieme una patria.

    algeria

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