• La permanenza dell’inconscio mare calmo* (terza e ultima parte)

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    di Gian Carlo Zanon

    Prima parte qui:https://www.igiornielenotti.it/la-permanenza-dellinconscio-mare-calmo-prima-parte/

    Seconda parte qui:https://www.igiornielenotti.it/la-permanenza-dellinconscio-mare-calmo-seconda-parte/

    «Non le è mai capitato» continuò Léon «di ritrovare in un libro un pensiero già formulato vagamente in noi stessi, un’immagine offuscata, quasi ci tornasse da lontano, e l’intera descrizione dei nostri sentimenti più profondi?»

    «Ho provato tutto questo» rispose lei.»

    G. Flaubert, Madame Bovary – Parte seconda-  II capitolo

    Queste poche righe di Flaubert indicano l’universalità del pensiero inconscio che solo attraverso la verbalizzazione riesce a divenire pensiero cosciente. Senza questa possibilità l’“immagine offuscata” dei “sentimenti profondi”, non troverebbe modo di concretizzarsi dandoci in questo modo la certezza della sua esistenza. Senza il pensiero verbale il nostro sentire la realtà immateriale, al di là dei cinque sensi, che fonda la certezza inconscia, sarebbe ancora più fragile… non sparirebbe ma sarebbe più fragile… però la poetessa argentina Alejandra Pizarnik – come ho scritto nella prima parte – disse che “solo ciò che è veramente fragile permane”.  Ma quanto è pericoloso il permanere di questa fragilità senza un pensiero verbale che dia la certezza che ciò che “vediamo”, avvertiamo, sia reale?   

    Ebbene l’arte in generale, e la poesia e il romanzo in particolare, evocando ciò che nell’essere umano è universale attraverso le immagini e il pensiero verbale, danno questa certezza: se un eschimese nel 2026 può comprendere immediatamente un affetto e/o un sentimento profondo per il semplice fatto che ciò che legge, in un romanzo francese ottocentesco o in una poesia di Saffo, corrisponde a un suo vissuto sentimentale, a un proprio sentire “offuscato”… e se conosce quel sentimento perché lo ha vissuto, significa che le barriere spazio temporali e culturali non determinano la realtà immateriale inconscia primaria in quanto questa è universale. Come è universale la sua fragilità. Perché se è vero che alla prima luce si è universalmente uguali – per la dinamica della nascita che è identica in ogni essere umano –  è vero anche che nei marosi dei rapporti interumani, che iniziano immediatamente dopo il parto, questa certezza di una universalità neonatale può divenire sempre più fragile e insicura.

    L’epopea di Gilgameš, per quanto mi è dato sapere, è il primo romanzo epico della storia della letteratura, e Gilgameš è il primo eroe tragico ed «È il più affine a noi e al tempo stesso il più rappresentativo dell’individuo alla ricerca della vita e della conoscenza , e la conclusione di una simile ricerca è inevitabilmente tragica. Forse potrà sorprendere che una storia tanto antica, del terzo millennio a.C., abbia ancora la forza di commuovere e avvincere i lettori del ventesimo secolo d.C., ma non è così». Tutto ciò che scrive N.K. Sandars curatore del libro L’Epopea di Gilgameš (Adelphi ed. 1991) conferma quanto accennavo sull’universalità della realtà umana che non prevede vincoli spazio/temporali. L’unico sostanziale discrimine tra gli eroi tragici moderni e i loro colleghi  dell’epica, Gilgameš, Odisseo, Achille, eccetera, è dovuto dalla non scissione tra sentimento e atto conseguente che possiamo intravedere nell’Iliade per esempio… anche se già tra Iliade e Odissea vi sono già marcate differenze… ma qui entrerei nell’annosa “questione omerica” a cui devo giocoforza rinunciare.

    In ogni modo ciò che è sostanziale, ovvero la realtà immateriale umana universale, i suoi affetti con i suoi conseguenti sentimenti, eccetera, nel tempo non cambia. Questo, contrariamente ai dettati pseudoscientifici mainstream, ci dice la letteratura nella quale incontriamo ciò che di primario c’è nel nostro pensiero inconscio: pulsioni, affetti, desiderio che generano e danno linfa vitale ai sentimenti.

    La forme primarie letterarie sono quelle che conosciamo: la narrazione epica dei miti, la tragedia, la lirica, che daranno vita a innumerevoli modalità narrative, come la commedia, il romanzo, la narrazione religiosa, la danza, il canto, la musica, il balletto, la cinematografia eccetera, eccetera.

    Cosa unisce tra loro queste forme narrative antiche e moderne? La capacità evocativa, ovvero la possibilità di ritrovare in esse un eco ossia «un pensiero già formulato vagamente in noi stessi, un’immagine offuscata». La narrativa, nei modi e nelle forme a cui compete ad ognuna di esse, evoca ciò che negli esseri umani è profondamente universale, e gli dà una forma letteraria, ovvero un’immagine e/o un pensiero verbale. Ovviamente non parlo dei romanzi di Fabio Volo né dei film dei Vanzina et similia.

    Qui parlerò essenzialmente del romanzo moderno e contemporaneo ovvero quello che si sviluppa tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento e giunge ai giorni nostri. Ovviamente non perché nell’epica e nella lirica antica gli echi dei sentimenti fossero meno evidenti, anzi – vedi le liriche di Saffo – ma perché è più facile, per me, individuarli e interpretarli nel linguaggio degli scrittori moderni e contemporanei.  

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    “Quel giorno più non vi leggemmo avante…”

    Questo celeberrimo verso dantesco in cui Francescaben rappresenta lo stato d’animo di chi sollecitato da un romanzo, da una rappresentazione teatrale o cinematografica, eccetera, ha una reazione psichica importante. Ricordo che Susanna Tartaro il 29 maggio 2024 nella trasmissione radiofonica Fahrenheit lanciò un appello : “segnalateci un libro che è stato galeotto tra voi e la vita”.

    Anche Fabio Stassi nel suo romanzo La lettrice scomparsa parla di questo argomento. Per esempio quando scrive: «Io so solo che avere incontrato certi libri mi ha cambiato la vita.» e cosa cerca il protagonista nei libri? «Voglio sapere se qualcuno ha già scritto la mia storia.»  e poi: « Sì quando ciò che leggo coincide con quello che sto vivendo , è proprio come vincere alla lotteria. E quel libro ha fatto saltare il banco. Perché? Perché parla della mia malattia.» e ancora «Per usare una frase proprio di Sweig, la letteratura non è la vita, ma “un’esaltazione della vita, un modo di cogliere il dramma in maniera più chiara e intellegibile”»

    Anche in un gruppo di lettura che frequento, un paio d’anni fa, pensammo alla possibilità di fare degli incontri  il cui tema fosse “il libro che mi ha cambiato la vita”.

    Per quanto mi riguarda,un altro verso, questa volta shakespeariano, in cui nel Giulio Cesare, Cassio dice a un Bruto titubante: «Caro Bruto il destino non sta inscritto nelle stelle ma in noi stessi», fu, per me – allora fervente fedele dell’ineluttabile destino – liberatorio. Il tuono che succedette al lampo mi diede il La per sapere profondamente che io e solo io ero l’artefice della mia vita e che quindi era il caso che facessi fino in fondo ciò che sentivo al di là di ogni ragionamento razionalistico o utilitaristico che serviva solo a incatenarmi al nulla della relazione con la ragione utilitaristica.

    Penso che a ognuno di noi sia accadutodi leggere un racconto, un romanzo, un verso di una poesia, una frase colta alla radio, o in un film, che ci ha turbato particolarmente perché, più o meno consapevolmente, abbiamo intuito che la nostra visione della realtà umana e dei rapporti interumani, da quel momento non sarebbe più stata la stessa… a meno che quell’intuizione non venisse annullata con i suoi contenuti… a meno che quel verso venisse trasformato in consolazione dettata da un “io non posso” che sorge per impedire una trasformazione. Non dimentichiamo che se da un lato le narrazioni danno un nome e un’immagine reale sentimenti e hanno il potere di creare un movimento evolutivo nel pensiero, perché pervadono l’animo umano dando così concretezza e sostanza alla realtà immateriale psichica, dall’altro possono avere una funzione meramente catartica/consolatoria.  Molte persone, e io ne ho fatto esperienza, vivono attraverso i romanzi una realtà parallela: nella vita di tutti i giorni riescono a convivere in una società “fuori sesto”, all’interno di rapporti fasulli, adeguandosi all’aria dei tempi senza mai opporsi al disgregamento umano e sociale, e, parallelamente, con l’aiuto della fiction romanzesca, vivono in altri mondi dove permane un umano fragilissimo in quanto si nutre della negazione della realtà. Realtà familiare e sociale spesso disumana e disumanizzante nella quale si convive senza  mai opporre un vero rifiuto, senza mai mettere in campo una netta separazione. Poi a volte accade che un “verso galeotto” diventi quel “anello che non tiene” di cui parlò Montale, a causa del quale si innesca una reazione psichica scatenante che porta alla ricerca della propria e dell’altrui realtà umana di cui si possono trovare tracce permanenti nella letteratura.    

    Dicevo: chiaramente quel verso galeotto, che improvvisamente si erge tra il super ego castrante e la vita – la vera vita, la vita intera – non fa altro che definire verbalmente pensieri, più o meno inconsci, già presenti. Pensieri che non avevano ancora trovato una forma verbale compiuta capace di fissare un’idea… un’idea, un ideale che potenzialmente avrebbe potuto divenire prassi di vita… pena il fallimento dell’esistenza stessa.

    Ricordo anche i versi di Montale «Codesto solo oggi possiamo dirti,/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo» a cui aggiunsi “ciò che “non vogliamo, ciò che rifiutiamo”, ma anche quelli di Nazim Hikmet: «La vita prendila sul serio» e altre decine, centinaia di versi che man mano fortificavano il mio pur fragile mondo interiore… ma oggi cercando nella mente l’archè, l’inizio, se così si può chiamare, l’inizio di un pensiero che usciva dal caos per definirsi verbalmente, immediatamente mi sono venuti in mente due piccoli racconti di Thomas Mann, Tristano, e Tonio Kroger… mi sono venuti in mente forse perché lì prendevano corpo situazioni e vissuti per me allora inspiegabili, difficilmente interpretabili, che vivevo solo intimamente, senza poterne nemmeno parlare perché non sarei stato in grado di verbalizzarli. D’altronde «la letteratura serve per cercare  e trovare negli altri se stessi…» .

    Una tra queste sensazioni, forse la più forte e la più tragica, era la mia intima, ma non manifesta, estraneità al mondo che vivevo come una  macchia, da tenere nascosta… una macchia che, pensavo, con l’età si sarebbe riassorbita… in Tonio Kroger ritrovavo me stesso: un giovane uomo che non ha un linguaggio condivisibile per sopravvivere in una società fuori sesto ma apparentemente tanto perfetta da farti sentire sempre sbagliato. Ricordo quella volta in cui dissi a un dirigente che mi stava facendo al paternale: “senta, finora ho sempre creduto che il pazzo ero io, ma oggi sono sicuro che i pazzi siete voi”. Se n’ebbe a male, povero cristo… un po’ mi dispiacque…  ma io non potevo morire senza aver vissuto.

    In questi giorni ho riletto i due racconti e mi sono reso conto che entrambi sono come una medaglia a due facce: da una parte i due protagonisti, chi in un modo chi in un altro, vivono questa estraneità al mondo degli umani solo come una solitudine profonda e incolmabile – che in qualche modo ALLORA avevo percepito come eroica – un specie esilio interiore… «la felicità non  sta nell’essere amati, la felicità sta nell’amare» dice Tonio Kroger; dall’altra parte però Tonio rimane in mezzo al guado tra due mondi «senza sentirmi a casa mia in nessuno di essi». Tonio, come il me di allora, aveva un giardino segreto, inaccessibile, e una vita sociale normale in cui giocare, come tutti, il famoso “gioco delle parti”.

    Nel Tristano invece questa estraneità è impersonata, in modo macchiettistico, da Spinel, un poeta squinternato, che invaghitosi della moglie esile e sensibile di un commerciante gretto e meschino,  scrive una lettera al marito ottuso di Gabriela in cui dichiara tutto il suo disprezzo per lui e per quella genia di uomini gretti.

    Ma nonostante queste lacune, per me allora i due protagonisti, con cui evidentemente mi identificavo, erano degli eroi… lo erano anche se sapevo che per la maggior parte della gente che conoscevo erano solo sognatori sfigati… come lo erano d’altronde anche Il giovane Holden di Salinger e Stoner di J.E. Williams degli omonimi romanzi.

    In poco parole vivevo, inconsapevolmente, dissidio tra il bello, il vero, il profondo e la volgare superficialità di un mondo che non mi corrispondeva. Ero dunque un “idiota” al pari del principe Myskin a cui lo stolido Ipolit rivolge queste parole: «È vero principe che una volta avete detto che la “bellezza salverà il mondo”? Signori” prese a gridare a tutti, “il principe afferma che la bellezza salverà il mondo! ed io affermo che idee così frivole sono dovute al fatto che in questo momento egli è innamorato. Signori, il principe è innamorato, non appena è arrivato, me ne sono subito convinto. Non arrossite principe, mi impietosite. Quale bellezza salverà il mondo?»

    Già… quale bellezza salverà il mondo? A vent’anni non avevo risposte… e, come Pietro il Rosso la scimmia del racconto di Kafka, per non mostrare la mia “idiozia” mimavo le movenze intellettuali dei cosiddetti “non idioti”.

    Certamente ora la ricerca è diversa, leggo per cercare conferme ai miei pensieri, per dare loro una forma verbale che si avvicini sempre più al contenuto, del contenuto del contenuto… che verbalizzi soprattutto la mia visione del mondo sempre in divenire… 

    Detto questo… dopo essermi confessato, vorrei tornare alla funzione della narrazione romanzesca…  

    a) Ha una funzione catartica nel senso che ci purifica da pensieri tossici?; b) ha una funzione consolatoria: la vita è così se si vuole cambiare si finisce male come Madame Bovary?; c) ha una funzione  evasiva nel senso che ci permette di evadere per il tempo della lettura dalla realtà?

    Si forse un po’ di tutto ciò ma può anche far parte di una ricerca infinita per cui si leggono mille pagine per sottolineare, se si è sfortunati, solo un paragrafo che esprime un giudizio favorevole o contrario al vostro sulla realtà umana… se è contrario di solito metto accanto un punto di domanda come per dire… ma che cazzo sta a dì questo? 

    Spesso in un romanzo si ritrova se stessi, poco o tanto, in un personaggio… oppure il romanzo serve per definire meglio una persona che si conosce: quell’individuo è come Uriah Heep di Charles Dickens del romanzo David Copperfield. Oppure mette in evidenza un fatto, un modo di rapportarsi che si può correggere. 

    Come dicevo prima, penso che a ognuno di noi sia accaduto di incontrare una narrazione romanzesca grazie alla quale si sono aperti nuovi orizzonti esistenziali; un racconto che in qualche modo abbia toccato corde profonde del nostro essere e che ci abbia aiutato a comprendere di più alcuni aspetti della realtà umana; un racconto, un romanzo, un’opera teatrale che abbia fatto scoprire in noi pensieri latenti da rimettere in gioco e, magari, ci abbia aiutato a prendere decisioni… ma anche ci abbia tarpato le ali. A me è capitato di cambiare città dopo aver letto un libro intervista allo psichiatra Massimo Fagioli nella quale mi riconoscevo completamente: Bambino donna e trasformazione dell’uomo.  

    Scriveva Gramsci quando faceva il critico teatrale. «Luigi Pirandello è un “ardito” del teatro. Le sue commedie, sono tante bombe a mano che scoppiano nei cervelli degli spettatori e producono crolli di banalità, rovine di sentimenti, di pensiero.»

    Il fil rouge che lega tutto ciò è questo: come può un romanzo, un racconto, un’intervista, un’opera teatrale turbare a tal punto la realtà psichica da indurre in noi un cambiamento radicale? Oppure dobbiamo pensare che la letteratura, come tutta l’arte, sia solo consolatoria? O catartica come disse Aristotele?

    Al di là di tutti questi pensieri sono convinto dell’importante ruolo della letteratura nella permanenza della fragile umanità negli esseri umani. Certo i sogni letterari, nel pensiero, sono fragili perché la loro sostanza è quella dei sogni… in fondo «Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita»**. Come diceva Calderon de La Barca, “se la vita è un sogno”, almeno sogniamola senza annullare le permanenze dei sogni. Sogni fragili che scompaiono al mattino… ma «Me dijiste solo lo frágil permanece, y yo te creí porque de cierto modo me gusta creer que lo flexible, lo pequeño, lo insignificante vence de algún modo sobre lo rígido, lo grande, lo importante… sólo eso y sólo por eso, cuando me lo dijiste pensé: Sí, sólo lo verdaderamente frágil permanece». Alejandra Pizarnik 

    7 gennaio 2026

    NOTE

    *“Inconscio mare calmo” è un’espressione chiave della Teoria della nascita dello psichiatra Massimo Fagioli, che indica uno stato di benessere del neonato. L’inconscio mare calmo è un’immagine interna e un’esperienza pre-verbale di fusione con il mondo esterno, legata al calore e alla sicurezza dell’ambiente uterino, che precede l’emergere della violenza e dell’individualità. Rappresenta una capacità di interesse per l’altro da sé.

    «Il bambino appena nato cerca l’amore della madre e offre con tutto se stesso l’amore del suo essere. Essere che si è formato come reazione alla realtà inanimata aggressiva. La reazione, la prima reazione è di far sparire l’aggressione violenta e la creazione di un pensiero, un’idea, di rapporto totale con un altro essere umano. La reazione allo stimolo nuovo (la luce) è la pulsione di annullamento. Con essa e insieme alla vitalità del corpo, il neonato realizza l’esatto opposto della realtà che lo aggredisce: elimina l’inumano per fare qualcosa di totalmente umano, il primo pensiero, ciò che Fagioli chiamò inconscio mare calmo. Elimina la violenza per fare qualcosa di totalmente opposto a essa: una reazione che è amore e tendere verso l’altro. È la capacità di amare, la forza del cuore, che ogni neonato ha e che gli fa amare senza condizioni l’altro essere umano. La malattia viene quando questo amore totale del neonato viene negato e annullato.» Matteo Fago, L’essere umano che compare alla nascita, Left 21 aprile 2018-https://left.it/2018/04/21/lessere-umano-che-compare-alla-nascita/

    **(W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

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