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di Gian Carlo Zanon
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Non conosco il motivo per cui il titolo originario del saggio di Hanna Arendt, Eichmann in Jerusalem: Bericht von Banalität des Bösen, sia stato tradotto dall’editore italiano in La banalità del male – sottotitolo Eichmann a Gerusalemme –. Il titolo originario letteralmente si traduce in Un resoconto sulla banalità del malvagio, (del cattivo). Lo stesso vale per l’inglese in cui c’è la parola Evil che si traduce come nel tedesco. Certamente le lettere maiuscole, B e D, sembrerebbero messe lì apposta a significare il Cattivo o il Malvagio per eccellenza ovvero il Demonio personificazione del Male con la M maiuscola… che però nel titolo italiano non c’è.
Questa aggettivo – cattivo, malvagio – assumerebbe quindi un senso astratto, trascendente (1), religioso… se però la stessa autrice non avesse più volte chiarito cosa intendeva con quella parola: ella infatti intendeva dare a quella parola un senso psicologico: Eichmann, aveva un deficit psichico, “banale” in quanto comune alla maggioranza delle persone”, e non una malvagità determinata da una entità interiore demoniaca. La “malvagità” – che nei nostri termini potremmo definire con la parola “anaffettività” – si esprimeva nella non reattività della realtà umana anche di fronte agli orrori del nazifascismo. Ciò comportava l’assenza di pensiero criticoe laconseguente mancanza di capacità – o di volontà – di giudizio soggettivo. Mancanza di giudizio soggettivo tipica di burocrati come Adolf Eichmann che eseguono ordini senza riflettere sulle loro conseguenze, trasformandosi così in ingranaggi di un sistema distruttivo, di una disumanità che si estende “come fanno i funghi” che si espandono grazie al micelio sotterraneo… ossia grazie al pensiero inconscio invaso dalle metastasi dell’anaffettività.
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Arendt pensava che Eichmann fosse un burocrate ordinario, se non addirittura noioso. Uno che, stando alle sue parole, non era “né perverso, né sadico”, ma “spaventosamente normale”. In realtà non era “spaventosamente normale”, egli era uno psicotico che agiva con l’unico scopo di
avanzare nella propria carriera nella burocrazia nazista e rimanerne negli apici: i milioni di ebrei morti erano gli scalini per salire le scale gerarchiche e rimanere al potere. Uno psicotico talmente grave e talmente ottuso, da essere completamente incoerente: «(…) non si rendeva neppur conto che esistesse una cosa che si chiama “incoerenza” . Come vedremo questa capacità spaventosa di consolarsi con frasi vuote non lo abbandonò nemmeno nell’ora della morte».
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Banalità…
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La parola banalità etimologicamente proviene dal francese antico banal, che a sua volta deriva dal germanico ban (o latino medievale bannum), significante “bando” o “proclama del signore”; inizialmente indicava ciò che era comune – leggi, norme – a tutti gli abitanti del bannio (da cui banlieue/periferia). Norme e leggi comuni a tutti coloro che abitavano attorno al castello del Signore il quale offriva loro protezione in cambio delle tasse.
Quindi, anche a causa dei soliti slittamenti semantici, la parola banalità indica ciò che essendo privo di originalità, di eccezionalità, di particolarità, è quindi, ovvio, scontato, banale… comune… ma ciò che è comune agli esseri umani può essere anche non banale: la realtà umana alla nascita, identica in tutti gli esseri umani è comune ma non è banale… certamente questa naturale umanità degli esseri umani può essere travolta dal pensiero banale, in quanto comune, della cultura prêt-à–porter egemone, invasiva e spesso violenta … ma quanto di questa naturale umanità viene perduta nel travaglio dell’esistenza spesso attraversata da delusioni cocenti? E quanto permane di questa umanità anche grazie a un pensiero culturale “inconsciamente egemone” in quanto primariamente universale? Certamente esiste un “pensiero culturale” umanistico, e un sentire umano, con una elevata fragilità data la sua particolare “consistenza immateriale” minacciata ogni giorno da un pensiero egemone e, quantomeno apparentemente, forte in quanto si basa invece sul logos della ragione e sulla razionalità utilitaristica. (2)
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«lo que es frágil permanece» (ciò che è fragile permane) scriveva in una lettera la poetessa argentina Alejandra Pizarnik: «Me dijiste solo lo frágil permanece, y yo te creí porque de cierto modo me gusta creer que lo flexible, lo pequeño, lo insignificante vence de algún modo sobre lo rígido, lo grande, lo importante… sólo eso y sólo por eso, cuando me lo dijiste pensé: Sí, sólo lo verdaderamente frágil permanece».
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… ma perché ho scritto tutto ciò… adesso ve lo spiego.
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In questi ultimi tempi, sia da parte dell’America trumpiana che dalla putiniana, giungono in Europa messaggi inquietanti:
Possiamo relegare tra le stupidaggini ciò che proprio ieri l’altro Putin ha detto degli Europei definendoli «porcellini che seguivano la linea di Joe Biden nella convinzione che la Russia sarebbe crollata e sperando di guadagnarci qualcosa» ma certamente ci dobbiamo preoccupare dell’insistenza con cui le due superpotenza aggredisco la cultura europea che vedono come una minaccia alla loro cultura: da tempo arrivano messaggi inquietanti da queste due sfingi, Trump e Putin, che, a quanto sembra, vorrebbero dominare l’Europa anche dal punto di vista dell’egemonia culturale.
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Leggendo i giornali scopro che l’Europa sarebbe ‘decadente’: migrazioni, bassa natalità, pacifismo, energie rinnovabili, eccessiva difesa dei principi umanitari, che l’Europa ostinatamente mantiene, sarebbero le cause della nostra inarrestabile decadenza.
Per Trump e devoti l’Europa rischierebbe la ‘scomparsa della civiltà’ a) a causa dell’immigrazione e dell’integrazione degli immigrati; b) perché non saprebbe far fronte alle sfide odierne; c) perché sarebbe un continente debole a causa di figure politiche e di ideali obsoleti.
Però, dicono, potrebbe tornare forte abbracciando le politiche trumpiane; «Alla domanda diretta della giornalista Dasha Burns, che ha chiesto se considera gli europei “alleati”, Trump non è riuscito ad andare oltre un vago “dipende”».
Kirill Dmitriev, il gestore del fondo sovrano russo e figura centrale nei colloqui con l’amministrazione Trump, ha affermato: l’Europa “sta andando in una brutta direzione”; nel suo viaggio a Delhi, visitando il Rajghat, il luogo in cui era stato cremato il Mahatma Gandhi, Vladimir Putin ha affermato che le «sue idee su libertà, virtù e umanesimo rimangono rilevanti fino ai nostri giorni»… però l’Europa non ha il diritto di rivendicare le idee della ‘Grande Anima’.
Sempre da parte Russa Marija Zacharova, Direttore del dipartimento informazione e stampa del Ministero degli esteri della Russia, ci accusa minacciosa di “Degrado morale europeo, non hanno capito la lezione” senza specificare di quale lezione si tratti.
Trump invece rivendica una «necessaria correzione della salute spirituale e culturale dell’Europa» con accenti su famiglia e natalità e sembra proprio che Trump e Putin si stiano accordando per liberarsi dell’Europa, sbarazzandosi di quell’inutile identità culturale che ne farebbe un agglomerato di «Nazioni in decadenza guidate da leader deboli». «Penso anche che vogliano essere politicamente corretti», ha detto il presidente degli Stati Uniti riferendosi ai leader politici europei, rivendicando l’adagio heideggeriano dell’autenticità dell’essere: siamo tutti perversi, perché non esserlo autenticamente?
In questo dubbio, se essere umani o disumani, l’Europa «non sa cosa fare» tuona Trump. Meglio non essere umani, si fa prima e conviene.
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A quanto pare la più urgente sfida strategica per gli Stati Uniti è delegittimare i valori che stanno, ancora, alla base della cultura europea e che quindi ancora sono in grado di arginare l’ordoliberismo sfrenato e di influenzarne la politica.
Invece la «visione che ha Trump e tutto l’entourage del presidente Usa dell’Europa è quella di un nemico, un concetto condiviso da tutti i conservatori del mondo che contestano il sistema di valori fatto di regole e libero commercio, come di accoglienza e rispetto per identità di genere e diritti etnici, religiosi e di civiltà».
Deregulation è la parola d’ordine per entrare nelle simpatie trumpiane, ovvero vinca il più forte. Tutto ciò già lo vediamo riverberare sulle ultime oscene scelte ecologiche europee che vanno contro la salvaguardia dai cambiamenti climatici.
E così «l’Unione europea da alleato strategico si trasforma nel bersaglio preferito del capo della Casa Bianca, accusata di non essere in grado né di difendere i propri confini, né di influenzare davvero il tavolo negoziale con Mosca.»
«I leader europei, dice il presidente USA, “non sanno cosa fare”, e la guerra in Ucraina – che definisce “il problema più urgente per l’Europa” – ne sarebbe la prova: “parlano, ma non producono risultati, e la guerra continua ad andare avanti”.»
Tutto questo mentre il teatrino delle marionette trumpiano continua a essere alla ribalta guadagnandosi gli applausi dei soliti noti che puntualmente fanno finta di non vedere ciò che accade dietro le quinte.
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Ecco ho qui elencato una serie di affermazioni dei leader dei due paesi volte a minare le fondamenta culturali umanistiche dell’Europa. Per avere un quadro più completo su cosa possiamo aspettarci dall’America, e per sottolineare che questa damnatio memoriae della cultura europea non nasce oggi ma viene da molto lontano, aggiungo ancora un “piccolo dettaglio”: il 19 giugno del 2013 il Fatto Quotidiano pubblicava un articolo allarmante a cui nessuno o quasi diede la giusta attenzione:
«Che un gigante della finanza globale produca un documento in cui chiede ai governi riforme strutturali improntate all’austerity non fa più notizia. Ma Jp Morgan, storica società finanziaria (con banca inclusa) statunitense, si è spinta più in là. E ha scritto nero su bianco quella che sembra essere la ricetta del grande capitale finanziario per gli stati dell’Eurozona. Il suo consiglio ai governi nazionali d’Europa per sopravvivere alla crisi del debito è: liberatevi al più presto delle vostre costituzioni antifasciste.»
Il documento datato 28 maggio 2013 dice questo: “col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica (…) i sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo”. (…) I sistemi politici e costituzionali del sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo. (…)”(3)
Tutto ciò costringe a porci delle domande sui motivi per i quali l’Europa risulta così sgradita a Usa e Russia, o quantomeno alla loro classe dirigente. Certamente i motivi contingenti sono di natura geopolitica ed economica e quindi si utilizzano questi attacchi virulenti allo scopo di annichilire il prestigio culturale per scopi molto prosaici come quello di avere mani libere sulla deregulation commerciale ed economica che mira a privatizzare persino l’acqua che scende dal cielo. È già accaduto, sta già accadendo. (4)
Sappiamo che se da una parte l’UE viene apertamente disprezzata perché debole, dall’altra l’ostilità della destra americana cela anche un timore per la sua ‘forza nascosta’ che spinge l’Europa a rifiutare un rapporto di vassallaggio culturale nei confronti di America e Russia. Quali sono dunque le reali differenze culturali che tanto danno fastidio ai due colossi che vogliono eliminare questa nostra cultura – per intenderci quella reale, non quella del Parmigiano Reggiano et similia rivendicata dai nostri italianissimi governanti – che pervade ogni aspetto della vita dei suoi abitanti?
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Sintetizzando la differenza culturale, in una parola, è quella Umanistica, o quantomeno ciò che ne rimane, ciò che di lei “permane”: «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza» è un celebre verso di Dante Alighieri tratto dall’Inferno (Canto XXVI), pronunciato da Odisseo ai suoi compagni, che esorta gli uomini a non accontentarsi della vita materiale e animale, legata alla mera ragione utilitaristica, ma ad usare il pensiero utopistico, irrazionale per dare un senso più alto all’esistenza. Un’esistenza dell’essere che non può essere solo una inutile corsa verso la morte come quella animale, ma deve perseguire la conoscenza dell’ignoto, spingendosi oltre i limiti del conosciuto, al di là della realtà percepibile con i cinque sensi. Tutto ciò si traduce in una qualità poetica specificatamente umana che è la “capacità di immaginare”.
Il famoso verso di Dante, incarna il Manifesto umanistico perché esalta la dignità umana, proiettata verso una costante crescita etica e intellettuale e non costretta alla vita animale che tende alla sola sopravvivenza della propria specie specifica… quella dei razzisti e dei nazionalisti.
Questo verso, come l’Oratio de hominis dignitate di Pico della Mirandola, ha influenzato profondamente il pensiero rinascimentale i cui echi sono giunti fino a noi: «Tu, da nessun limite costretto, stabilirai la tua natura (…) potrai degenerare negli esseri inferiori, ossia negli animali bruti; o potrai, secondo la volontà del tuo animo, essere rigenerato negli esseri superiori, ossia nelle creature divine». Certamente un’orazione intrisa di religiosità, questa di Pico della Mirandola, che assegna al divindemiurgo il merito di tutto ciò ma che marca fortemente, come fa Dante, la differenza tra una vita, disumana, dedita ai bisogni per la mera sopravvivenza, e una vita umana dedicata a dare senso alla propria esistenza. L’illimitatezza della ricerca, la responsabilità della propria esistenza, e il libero arbitrio sono gli strumenti per rimanere umani.
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«La libertà è l’obbligo di essere esseri umani» Ha scritto Massimo Fagioli sulle pagine di Left qualche anno fa, e questa frase in qualche modo racchiude in sé tutto il portato culturale umanistico delle due precedenti citazioni rinascimentali: l’obbligo di essere esseri umani impone la responsabilità dell’essere (il libero arbitrio), la ricerca continua per dare alla specie umana sempre più conoscenza per il bene dell’umanità intera e, soprattutto, l’etica interiore che costringa a rapportarsi con l’altro da sé in maniera dialetticamente umana. Chi è l’essere umano da “nessun limite costretto” se non quello della naturale umanità neonatale che permane nella realtà psichica inconscia?
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È di questo che hanno paura gli Americani e tutti coloro che si irritano a causa della nostra resistenza culturale umanistica? Teniamo ben a mente che per il pensiero razionale utilitaristico il benessere è associato solo ed esclusivamente al benessere del corpo e conseguentemente al benessere economico. L’immoralità, per il sistema neoliberista, sarebbe quindi legata al rifiuto del benessere economico. Sarebbe immorale anche se il benessere economico, conseguito a scapito della qualità dei rapporti interumani, dovesse prevedere l’annullamento delle esigenze umane o una minore qualità di vita. Qualità della vita dovuta per esempio all’inquinamento, per esempio.
Valori ed esigenze umane, che per la stragrande maggioranza della popolazione europea sono, ancora, irrinunciabili, vengono considerati “lussi umanitari”. Lussi umanitari che vengono apostrofati con parole come “buonismo”, “pacifintismo”, ideologie ambientaliste”, eccetera.
Ma per queste persone che pretendono di “esportare la democrazia”, intesa come “democrazia liberista”, l’essere umano è homo homini lupus, e quindi l’umanità, intesa come solidarietà nell’uguaglianza, è un inutile orpello intellettuale che l’homo oeconomicus del Ventunesimo secolo non si può certamente permettere. L’homo oeconomicus è il modello classico del neoliberismo a cui identificarsi: si tratta di modello umano le cui principali caratteristiche sono la razionalità iper utilitaristica e l’interesse esclusivo per la cura dei propri interessi individuali… ovviamente a discapito degli interessi altrui: mors tua vita mea! Il sistema neoliberista propone un modello di essere umano disumanizzato, un androide che ha annullato ogni reazione emozionale umana. Chi non aderisce a questo modello per la cosiddetta ‘democrazia liberale’ e per lo sviluppo economico senza fine, viene posto ai margini del sistema sociale ed economico neoliberista.
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In un articolo La politica non può rimuovere le emozioni, apparso recentemente su Il Manifesto, Mario Ricciardi, parla di una lezione tenuta nei giorni scorsi da Amia Srinivasan, professoressa di teoria politica a Oxford: «L’inconscio è tornato – scrive Ricciardi – La provocazione lanciata da Srinivasan scardina le premesse culturali che negli ultimi decenni ci hanno condotto a dimenticare la centralità di questa dimensione emotiva del comportamento umano, vedendola solo come un fattore di disturbo della razionalità, da correggere, (…) La dimensione emotiva cui allude Srinivasan annunciando il ritorno dell’inconscio non è quindi soltanto un fattore causale, tra gli altri, che possono spiegare o orientare il comportamento umano, ma una modalità di reazione all’ambiente nel quale ciascuno di noi vive che non si può comprendere se non si tiene conto delle rappresentazioni che compongono la realtà sociale come essa viene percepita. Questo è cruciale in una società permeata di messaggi che si rivolgono alle emozioni più che alla ragione. Secondo alcuni ciò richiederebbe misure di controllo che tengano a bada gli aspetti «irrazionali» del comportamento. Ma, oltre a essere una battaglia persa in partenza, quella dei difensori di un Grande fratello liberale e ben intenzionato è una campagna destinata a approfondire il solco che separa le persone l’una dall’altra, indebolendo ulteriormente, con la politica, la stessa democrazia. L’odio, l’amore, la passione per qualcosa o per qualcuno non sono fatti bruti da ridurre all’attività del cervello o del sistema nervoso. Sono invece aspetti dell’esperienza che colorano e arricchiscono di sfumature un mondo che le scienze sociali quantitative ci presentano in bianco e nero. (…) Una politica che si occupa, oltre che dell’attuale, del possibile, rimette in gioco l’immaginazione, una facoltà che il neoliberalismo ha privatizzato con risultati che sono a loro volta tra le maggiori cause di sofferenza emotiva e di disagio della nostra società, come con sempre maggiore allarme ci segnalano psicologi del lavoro e psicoanalisti. La parola d’ordine di un approccio all’inconscio che accolga l’appello lanciato da Srinivasian nella sua lezione non può essere dunque «adattarsi», ma riconoscersi reciprocamente come esseri umani il cui valore risiede nella comune eguaglianza e dignità, non nella flessibilità di cui siamo capaci nell’adeguarci alle richieste di chi esercita potere sulla nostra vita.» (5)
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CONTINUA… https://www.igiornielenotti.it/la-permanenza-dellinconscio-mare-calmo-seconda-parte/
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1 gennaio 2026
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Note
*“Inconscio mare calmo” è un’espressione chiave della Teoria della nascita dello psichiatra Massimo Fagioli, che indica uno stato di benessere del neonato. L’inconscio mare calmo è un’immagine interna e un’esperienza pre-verbale di fusione con il mondo esterno, legata al calore e alla sicurezza dell’ambiente uterino, che precede l’emergere della violenza e dell’individualità. Rappresenta una capacità di interesse per l’altro da sé.
«Il bambino appena nato cerca l’amore della madre e offre con tutto se stesso l’amore del suo essere. Essere che si è formato come reazione alla realtà inanimata aggressiva. La reazione, la prima reazione è di far sparire l’aggressione violenta e la creazione di un pensiero, un’idea, di rapporto totale con un altro essere umano. La reazione allo stimolo nuovo (la luce) è la pulsione di annullamento. Con essa e insieme alla vitalità del corpo, il neonato realizza l’esatto opposto della realtà che lo aggredisce: elimina l’inumano per fare qualcosa di totalmente umano, il primo pensiero, ciò che Fagioli chiamò inconscio mare calmo. Elimina la violenza per fare qualcosa di totalmente opposto a essa: una reazione che è amore e tendere verso l’altro. È la capacità di amare, la forza del cuore, che ogni neonato ha e che gli fa amare senza condizioni l’altro essere umano. La malattia viene quando questo amore totale del neonato viene negato e annullato.»
Matteo Fago, L’essere umano che compare alla nascita, Left 21 aprile 2018
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(1)Qui per astratto e
trascendente intendo l’idea di qualcosa di ultraterreno, di spirituale, ossia
un’entità demoniaca, uno spirito malefico esterno a cui non si può porre
rimedio. Siamo su un piano puramente magico-religioso che esclude l’immanenza
ovvero che esclude una realtà immateriale interna, psichica che si può anche
curare.
(2)«l’inganno della ragione che domina il mondo» Massimo fagioli, Bambino donna e trasformazione dell’uomo, ediz. 2013 p. 25
(4)https://www.nazioneindiana.com/2003/10/25/mani-in-alto-o-l%E2%80%99acqua-o-la-vita/
(5)Mario Ricciardi, La politica non può rimuovere le emozioni https://ilmanifesto.it/la-politica-non-puo-rimuovere-le-emozioni

