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di Gian Carlo Zanon
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Giorni fa sono stato invitato dall’ARCI Dallò di Castiglione delle Stiviere a presentare il libro di Mario Tedeschini Lalli Nazisti a Cinecittà. Invito che si è rivelato molto, molto interessante perché mi ha consentito di approfondire la conoscenza del sottobosco della storia dal dopoguerra agli anni Ottanta che, neanche a dirlo, ha condizionato la storia italiana fino ad oggi.
Questo saggio storico riguarda sì la storia del cinema ma anche la storia tout court in quanto qui vengono fuse in modo indissolubile.
Ma, come ha suggerito l’altra sera l’autore, andiamo per ordine: il libro si apre con la narrazione dell’eccidio delle Fosse Ardeatine in cui vennero uccisi dagli occupanti nazisti per vendetta 335 italiani. 23 ore prima che iniziasse il massacro, a cui parteciparono tutti gli ufficiali nazisti sparando un colpo di pistola alla nuca delle vittime, ci fu il colpo di mano militare dei GAP romani in cui furono uccisi 33 poliziotti altoatesini nazisti, trasformati magicamente dall’attuale Presidente del Senato in una banda musicale âgé.
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Faccio una digressione ricordando l’articolo dell’Osservatore Romano, uscito 21 ore dopo la fine dell’eccidio e riportato da Alessandro Portelli nel suo libro L’ordine è stato eseguito. Nell’articolo i partigiani vengono incolpati di essere i responsabili dell’eccidio di via Ardeatina: «Trentadue vittime da una parte; trecentoventi persone sacrificate per i colpevoli sfuggiti all’estero dall’altra (…) Al di fuori, al di sopra della contesa (…) invochiamo dagli irresponsabili il rispetto della vita umana che non hanno il diritto di sacrificare mai; il rispetto per l’innocenza, che ne resta fatalmente vittima; dai responsabili la coscienza di questa loro responsabilità, verso se stessi, verso le vite che vogliono salvaguardare, verso la storia e la civiltà.» Il messaggio fu chiaro: gli irresponsabili furono i partigiani; le vittime i soldati tedeschi; i 355 civili assassinati alle Fosse sono stati sacrificati a causa dei «colpevoli sfuggiti all’estero» per mano di chi vuole salvaguardare la civiltà.
Le palesi menzogne propagandistiche, sempre riconfermate, contenute in questo comunicato che addossa tutta responsabilità ai GAP, “colpevoli”, “irresponsabili”, di aver loro “sacrificato 335 persone”, saranno la matrice con la quale verrà confezionata la demonizzazione della Resistenza da parte della Chiesa cattolica e dal suo braccio secolare: la Democrazia cristiana. Scrive Paolo Spriano nel suo libro 1946-1956 – Le passioni di un decennio: «Già i benpensanti, con il 1946-47, parlavano dei partigiani come dei delinquenti».
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Ma torniamo al libro di Tedeschini Lalli che narra in che modo furono ammazzati le vittime scelte tra coloro che erano prigionieri dei nazisti a Roma. «(..) tutti gli ufficiali del comando, anche quelli con funzioni diverse, furono chiamati a partecipare per “dare buon esempio” ai sottoposti». L’autore ci racconta anche chi fossero gli ufficiali materialmente responsabili del genocidio. Responsabili che in seguito ritroveremo sul grande schermo: Borante Domizlaff, Karl Hass: «(…)tutti e due, e questa è la nostra storia, torneranno a indossare l’uniforme tedesca molti, molti anni dopo la strage delle Ardeatine, e le loro immagini saranno pubblicate proiettate ovunque.»
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Questo è il “mistero” che permea questo libro: come è potuto accadere che due assassini nazisti che uccisero di propria mano degli innocenti, siano passati inosservati proprio quando la loro immagine appariva sugli schermi italiani? come hanno fatto, registi come Dino Risi, Aldo Scavarda, De Sica, Luchino Visconti, Rodolfo Sonego, Duilio Coletti, Carlo Lizzani, Nanni Loy, Luigi Comencini, – e altri importanti registi italiani che non solo erano di sinistra ma tra loro ce n’erano alcuni che erano stati partigiani e che avevano subito torture da parte dei nazifascisti – a non essersi fatti una semplice domanda: dato che questo individuo è un tedesco, dato che ha un’età per la quale durante l’occupazione poteva essere stato un occupante nazista, dato che parla anche l’italiano, eccetera… ma vuoi vedere che è un nazista contro cui lottavamo durante l’occupazione? Magari è uno dei boia delle Fosse Ardeatine?
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E invece niente… eppure sono apparsi in film famosissimi: Una vita difficile, Tutti a casa, La Ciociara, La caduta degli dei «(…) con la presenza dell’ex maggiore delle SS Karl Hass, comandante dell’Amt VI dell’Aussenkommando Rom der Sicherheispolizei und des SD. La stessa persona che 25 anni prima aveva fatto parte, per due volte, dei plotoni di esecuzione che misero a morte gli ostaggi delle Fosse Ardeatine.»
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Ciò che mi a colpito particolarmente è il metodo di cui si è avvalso nella ricerca che ha portato al componimento di questo saggio storico, ma anche la passione per la ricerca che emerge tra queste pagine zeppe fino all’orlo di dati, nozioni, immagini, storie private, segreti di stato, eccetera.
La sua estenuante ricerca mi ricorda la celebre frase dello storico ucciso dai nazisti Marc Bloch «Il buon storico somiglia all’orco della fiaba: là dove fiuta carne umana, là sa che è la sua preda». Questo libro, è un vero labirinto denso di storie che si intrecciano in cui il lettore rimane sempre più sconcertato dalle rivelazioni qui contenute.
Come sottolineato in un post anche da Etta Tonelli Dallò «grazie al certosino lavoro di ricerca di Mario, abbiamo scoperto come Borante Domizlaff e Karl Hass, due ufficiali delle SS che il 24 marzo 1944 spararono alle vittime delle Fosse Ardeatine, sono poi riapparsi, con altri ex ufficiali tedeschi, nella produzione di alcuni dei più celebri film italiani del dopoguerra. Il primo, assolto nel 1948, resterà negli anni fedele a Kappler, aiutandolo nella fuga dall’Italia nel 1977. Il secondo, sfuggito al primo processo arruolandosi nei servizi segreti americani e italiani, sarà raggiunto dalla giustizia solo cinquant’anni dopo e condannato all’ergastolo. Nel frattempo, fra gli anni Cinquanta e Sessanta, tutti e due sbarcarono il lunario anche interpretando “sé stessi”, in parti da militare tedesco, in film come “Una vita difficile” di Dino Risi, “La ciociara” di Vittorio De Sica, “Tutti a casa” di Luigi Comencini, “La caduta degli dei di Luchino Visconti”. E non furono i soli.
“Nazisti a Cinecittà” è nato da una scoperta casuale che ha poi dato il via a una lunga ricerca tra carte di servizi segreti, cineteche, archivi privati e interviste a famigliari. È un racconto che a tratti si tinge di giallo, una finestra su una realtà paradossalmente “normale” dell’Italia del dopoguerra: il “nazista della porta accanto” è tornato utile per raccontare il nazismo.»
Tonelli Dallò ha anche evidenziato «come quanto raccontato in questo libro sembri inserirsi in un problema più ampio della storia italiana del dopoguerra, quello della difficoltà di fare pienamente i conti col nazifascismo (di cui “l’ armadio della vergogna” è forse il simbolo più noto) e si è chiesto: questo è accaduto per ragioni politiche, per continuità degli apparati dello Stato, per desiderio di pacificazione o per una più generale volontà di dimenticare?»
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Lo scotoma
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L’esergo di prima pagina in cui viene citata una frase colta dal racconto di E. A. Poe, La lettera trafugata, è messo lì appositamente per sottolineare un assoluto assurdo. C’era una reale inconsapevolezza o un adeguamento all’aria che tira? Cosa è successo? Da cosa è stato determinato questo scotoma? Domande che rimarranno senza risposta. Come rimarranno senza risposta certa le domande sul sottobosco, in cui hanno vissuto i criminali nazisti, composto da servizi segreti italiani e stranieri, ministri, ambasciatori, vescovi come Alois Hudal che ritroviamo come protagonista nella fuga dei nazisti in Sudamerica, eccetera.
Questo micelio sotterraneo ha pervaso e pervade ancora la storia italiana – anche quella che oggi sta scorrendo sotto i nostri occhi come una pellicola distopica – dando vita a funghi velenosi come la strategia della tensione e alle relative “stragi di stato” a partire da Portella della Ginestra per finire con la strage alla stazione di Bologna e oltre. In realtà queste metastasi non hanno finito di proliferare: come ha detto un testimone al processo contro alcuni criminali sudamericani colpevoli di atrocità in Sudamerica, svoltosi a Roma una decina di anni fa: il Plan Condor ha solo cambiato nome, non certamente i piani per fare rimanere il Centroamerica e il Sudamerica il giardino di casa degli USA. Le vicende del Venezuela sono esemplari.
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Come al solito sto divagando… ma d’altronde un buon testo è quello che accende mille lampadine e fa iniziare mille ricerche.
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Vorrei finire, cambiando completamente registro, rispondendo alle sollecitazioni di Etta Tonelli Dallò sul cambiamento di percezione del film determinato dalla conoscenza delle atrocità commesse da questi nazisti che interpretano film famosi firmati da registi altrettanto famosi: «(…) [noi spettatori] per decenni abbiamo visto quelle immagini senza conoscere la biografia dell’uomo che compariva sullo schermo. Poi tu (si riferisce all’autore del libro) ci fornisci un’informazione nuova. A quel punto possiamo rivedere esattamente la stessa scena, ma non riusciamo più a guardarla nello stesso modo.
Ed è qui che nasce una domanda (che personalmente mi intriga molto): è cambiato il film o siamo cambiati noi? Materialmente il film è identico. Eppure il significato che attribuiamo a quell’immagine può cambiare radicalmente. Quello che prima era semplicemente «un attore che interpreta un nazista» diventa ai nostri occhi anche una traccia involontaria della Storia reale penetrata dentro la finzione. (…) Per questo la vicenda va oltre l’aneddoto «incredibile ma vero». Tocca una questione molto bella per chi si occupa di cinema: quanto sappiamo realmente di ciò che un’immagine contiene? E quanto un’informazione acquisita dopo può modificare retroattivamente la nostra esperienza di un film?»
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Questo discorso è molto, molto intrigante e Mario Tedeschini Lalli, perdonerà me e Etta di questa digressione… sollecitata però da lui stesso.
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Rispondo citando Mimesis –Erich Auerbach: gli esseri umani cambiano, in ogni momento della loro vita, la percezione/interpretazione della realtà «poiché in noi si compie ininterrottamente un processo di formazione e di interpretazione il cui soggetto siamo noi stessi».
Ossia: si ha una percezione – sensibile – sulla quale si sovrappongono, come atto poietico, il nostro pensiero, le nostre conoscenze, le nostre immagini interiori. La “percezione poietica” è una rappresentazione soggettiva della realtà: alla percezione sensibile oggettiva, “fotografica”, segue quindi un’inconsapevole interpretazione istantanea del dato di realtà, ovvero si arricchisce o si impoverisce di senso l’oggetto percepito; l’oggetto percepito si riempie di contenuti soggettivi e lo si rappresenta al soggetto stesso, cioè a chi guarda. Il contenuto di questa rappresentazione è il senso “intuito” nella sensazione, vissuta inconsciamente dal soggetto, che è sempre presente durante la percezione e la accompagna. All’interno di questo sincretismo percettivo si svolgono le dinamiche inconsce del soggetto di fronte all’evento che gli si dipana davanti agli occhi. Si potrebbe dire che è nell’istante della “percezione poietica” che si interpreta, sincreticamente e dialetticamente, la realtà oggettiva. La percezione è sempre soggettiva ed è a priori in quanto nell’istante della percezione il soggetto “aliena/proietta”, inconsciamente, nell’oggetto osservato “il proprio essere”, ciò che conosce o che crede di conoscere “a priori”. Di fatto nell’istante della percezione si instaura una “dialettica unidirezionale” tra la realtà oggettiva, che è quella che è in quell’istante, e l’essere umano che è ciò che è in quell’istante. Quindi la percezione, in sé, essendo una interpretazione soggettiva, non si può definire universale tout court… è la dinamica percettiva che è universale in quanto identica in ogni essere umano. La percezione è quindi sempre soggettiva, guai se non lo fosse, ed è impensabile stabilire categorie percettive a priori uguali per tutti. Lo si tenta di imporre nei regimi totalitari.
Quindi in questo caso è chiaro che se guarderò di nuovo Una vita difficile, alla vista di Borante Domizlaff, il pensiero andrà a questo libro che sto recensendo, ma quanto questa nuova conoscenza influirà sulla percezione dello spettatore è impossibile da stabilire perché rimarrà sempre soggettiva. Ossia ogni spettatore, sapendo di trovarsi di fronte a un criminale nazista, reagirà a suo modo. Metti per assurdo che lo spettatore sia un fascista… come reagirà? Esultando?
Per quanto mi riguarda penso che la mia percezione cambierà poco, perché quando guardo un film, soprattutto al cinema, vivo le vicende senza il filtro della ragione cosciente. Quel nazista col mitra che sta per uccidere Sordi era un brutale nazista anonimo prima e lo sarà anche adesso… perché? Ma perché io in quel momento non vedo un attore che recita la parte del nazista io vedo un nazista vero e reale. Come lo era Domizlaff.
Ho sempre creduto “religiosamente” a questa frase «Con i suoi miti e le sue passioni la tragedia produce quell’inganno in rapporto al quale chi inganna è più onesto di chi non inganna e chi è ingannato è più saggio di chi non si fa ingannare». Platone, Gorgia
Ovvero, secondo me, nel momento in cui si guarda un film, un’opera teatrale, e tutto ciò che riguarda l’arte in generale, la nostra “potenza soggettiva”, capace di trasformare la realtà esterna, in qualche modo si appanna perché entriamo inconsciamente nella potenza delle immagini, delle parole, del movimento che ci sovrastano impedendoci, tanto o poco che sia – e qui entra in gioco la sensibilità di ognuno – di sovrapporre il nostro Io… lo facciamo dopo, a mente fredda, scrivendo, per esempio, recensioni.
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E chiudo qui ringraziando Etta per avermi segnalato questo splendido testo, e l’autore che ci ha permesso di entrare ancor più profondamente nella complessità della storia.
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28 settembre 2026

