• Il mio kolchoz… il suono del tempo-memoria…

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    di Gian Carlo Zanon

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    Emmanuel Carrère ha scritto Kolchoz un libro/memoria in cui lo scorrere dalla macro storia del modo si fonde indissolubilmente con la micro storia famigliare: lì, in quelle pagine, un suono di fondo emotivo fa da leitmotiv alle vicende della famiglia Carrère-d’Encasse. Lì tragedie epocali si miscelano con genealogie, tradimenti, menzogne, rivoluzioni, letteratura, paesi esotici, dimore, situazioni e panorami che sembrano tratti dal dottor Zivago, uomini abbietti come Putin, lessico famigliare, rapporti impetuosi e teneri tra una madre “esagerata” e un figlio segnato da quell’esperienza che scrive elaborando il lutto per lei, in modo spesso straziante, per offrirlo al mondo. Ma in questo libro c’è tanto, tanto ancora.

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    In questo tempo in cui ogni certezza per il futuro è stata annichilita dal fragore di guerre e stridii di psicopatici che siedono ai culmini delle piramidi del potere, ho molto amato questo suono cha sa di umano.

    Come non innamorami di questo “lessico famigliare” che assomiglia così tanto al mio, in cui ritrovo quel sentire che intorpidiva la mente fino a che non credevo di averne capito definitivamente il senso nominandolo. Un suono che mi è  famigliare perché ritrovo anche la lingua straniera materna da amare e da odiare. C’è persino la rottura tra madre e figlio, per me durata sette anni, per la pretesa di onestà… la pretesa di non mentire sulla storia famigliare.  

    Per questo sono affascinato dalla sua lucidità emotiva… mi affascina la sua capacità di tenere ben aperti gli occhi sulla realtà, di non negarla grazie all’onestà intellettuale che lo costringe, come il Galileo di Brecht, a dire al mondo ciò che sa, anche se ciò che sa è una sentenza definitiva per l’umanità «… Allo stesso tempo, sono tra quelli, sempre più numerosi, convinti che stiamo andando incontro a una catastrofe storica senza precedenti, il tracollo della nostra civiltà, se si è ottimisti, e, se si è pessimisti, l’estinzione della nostra specie».

    I “trenta gloriosi anni” – Cinquanta, Sessanta, Settanta – in cui abbiamo avuto la fortuna di crescere io e Carrère, forse hanno permesso, a me, a lui e ad altri pochi milioni di individui, di essere salvati dalla lebbra comune oggi dilagante. I “trenta gloriosi anni” ci hanno vaccinato e quindi dato vitalità e speranza nell’umanità sufficiente per non rinunciare a capire cosa accade nella nostra realtà umana, per non rinunciare di affrontare l’invisibile, per dare un nome vero agli avvenimenti, anche a quelli interiori, per elaborare i lutti ovvero le separazioni, ricordando quel momento in cui, forse distraendosi, la madre ci amò: «È questo, per mia madre, il questo che la salvava e a cui doveva aggrapparsi quando era oppressa dall’angoscia, nel cuore della notte, nell’assurdo ed eroico lettino rosa, penso sia stato l’averci tenuto tra le braccia, me e le mie sorelle, quando eravamo piccolissimi, e averci amati con un amore così saldo e così grande, più grande di qualsiasi cosa». 

    Questo suo libro rappresenta una ricerca per dare un senso a questo smisurato amore che sente per la madre «ci provo, rompendo la crosta di rancore e malintesi formatasi in più di cinquant’anni, arriverò alla sorgente di questo libro, lo sconfinato amore che ci ha uniti nella mia infanzia». 

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    Ci prova evocando un rito famigliare che appartiene anche alla mia memoria: dormire con la madre in assenza del padre «A questo rito mia madre aveva dato un nome: fare kolchoz. Ci piaceva da morire fare kolchoz. *  Non so fino a quando lo abbiamo fatto – direi: per molto tempo ancora dopo aver smesso di credere a Babbo Natale.»

    La parola kolchoz entra quindi nel lessico famigliare della famiglia Carrère-d’Encasse e va rappresentare un rituale “collettivo” privato: quando il padre era assente per viaggi di lavoro i tre figli, Emmanuel, Nathalie e Marina, si riunivano con coperte e cuscini accanto alla madre per «fare kolchoz». Quel rito sarà ripetuto da Manu** e le sorelle attorno al letto della madre morente… anch’io ho vissuto i miei kolchoz… molto simili.

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    Carrère affonda profondamente nelle faccende famigliari. Per lui “i panni sporchi (non) si lavano in famiglia”. I ricordi, lo sapevano i lirici greci, si risciacquano alle fonti di Lete e Mnemosine, diventano memoria, tessere d’identità umana… se annulli un ricordo, se menti su un ricordo l’identità umana, che è soprattutto memoria, si lacera, si piaga.

    Ed ecco che emerge dalle memorie una storia dolorosa, avvertita dal piccolo Manu per ciò che fu: un abbandono affettivo prima e dopo un radicale mutazione della realtà umana della madre che lo segnò profondamente: «C’era qualcosa che non andava. Una sensazione di minaccia che mi portava a esagerare le manifestazioni di affetto verso mia madre» Il piccolo Manu avverte una assenza affettiva. Assenza confermata dalle telefonate di un misterioso “signor N.”: così si identificava l’uomo dall’altra parte del cavo quando rispondeva Emmanuel. La madre alla notizia della chiamata quando tornava dal lavoro, o se era in casa e le veniva passata la chiamata, si rabbuiava: «In quel momento il suo volto era duro, sparita ogni complicità tra noi (…) fino a quel momento non mi aveva mai fatto sentire di troppo. (…) In camera mia, giravo a vuoto, preoccupato, sull’orlo delle lacrime ma senza volermene confessare la ragione.» Se Manu faceva cenno di avvicinarsi, lei «con il volto sempre più scuro mi faceva cenno di lasciarla in pace».

    Dopo un lungo periodo Emmanuel giunge a una «inevitabile conclusione: nostra madre aveva un amante. Era interamente protesa verso un uomo che non era né mio padre né io. Si stava allontanando. Ci stava abbandonando.» Poi le cose accadono: un piccolo letto viene messo in un stanza-sgabuzzino e il padre viene esiliato lì: «Non ha mai più dormito nel letto matrimoniale – e questa disposizione è stata riprodotta in ogni altro luogo in cui i miei genitori hanno abitato in seguito».

    Dopo anni Emmanuel saprà che «Lui, Louis Carrère d’Encausse, se sua moglie lo avesse lasciato si sarebbe ucciso». Lei rinuncia all’amore che era lì lì per realizzarsi «Se si uccide, la mia vita sarà distrutta, e anche quella dei miei figli, e anche il nostro amore» è ciò che dice al Signor N. in una tragica telefonata udita da una sorella di Emmanuel, svelata solo decenni dopo.

    Carrerè racconta come la madre, dopo quella separazione si trasformi come quegli alieni del film L’invasione degli ultracorpi: «Mia madre non è sparita, anche se in un certo senso sì. È avvenuta una metamorfosi. La giovane donna entusiasta e sorridente intorno alla quale io e le mie sorelle facevamo kolchoz è stata sostituita. (…) Non guardava più, scrutava. Un’altra donna abitava il suo sguardo.»

    La madre di Manu aveva un amante, lui solo, sebbene in modo confuso, lo seppe subito guidato dal suo solo sentire. La madre, innamorata del signon N., stava per abbandonare la famiglia, la tenne in ostaggio il marito con il ricatto del suicidio. Lei rimase ma, per tutta la vita, fece pagare, coscientemente al marito, e inconsciamente a Manu, il prezzo di quella forzata rinuncia esistenziale.

    Carrère solo da grande avrà la certezza che Manu non si sbagliava, che ciò che “avvertiva nell’aria” era reale. Che le sue sensazioni, a cui allora non sapeva ancora dare un nome, avevano un fondamento, una verità.

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    Com’era verità l’amore per la madre: «Da piccolo ho amato mia madre come non ho amato e non amerò mai nessuno in vita mia. Con candore entusiasta e assoluto».

    «L’abisso di tempo che mi separa dal bambino che sono stato negli anni Sessanta, pazzo di gioia quando sua madre gli sorrideva dai gradini di ceramica azzurra della piscina di Cazéres (…) vedevo quanto mia madre fosse orgogliosa del suo bambino e anch’io ero orgoglioso».

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    Così, con un linguaggio personalissimo, Carrère entra nella storia familiare legata a doppi fili con la Storia con la maiuscola. Lo fa con quella saudade  che riempie di senso la narrazione… lo fa usando tessere di ricordi per comporre il cangiante ma permanente mosaico mnemonico del rapporto con questa donna tanto amata. 

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    Tutto questo accade nelle mémoires di Carrère mentre la storia del mondo, da fine Ottocento ad oggi, cammina sfocata a fianco del suo microcosmo famigliare seminando pensieri, casualità e sorti, incontri, separazioni che determinano la storia personale dei protagonisti di questa splendida ed emozionante biografia sentimentale. Tutto accade mentre il microcosmo affettivo dell’autore e il macrocosmo della storia in movimento si mescolano in modo così… così… così naturale… Kolchoz rappresenta gli affetti e sentimenti della realtà umana che si confrontano con la macro storia con cui conviviamo…

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    Note

    * La parola kolchoz  designa la comunità agricole a gestione collettiva dell’Unione Sovietica che vennero in seguito copiate in Palestina, sin dal 1917, dai sionisti dell’est Europa, fondamentalmente da kolchoziani: i primi kibbutz erano stati costruiti sul modello del kolchoz.

    **Manu è il suo nome nel lessico famigliare

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    20 settembre 2026

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