• La densità del reale… pensieri sul romanzo

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    di Gian Carlo Zanon

    «Dostoevskij, forse, era egli stesso estremamente interessato a vedere quale sarebbe stato alla fine il risultato del conflitto ideologico ed etico dei personaggi da lui creati (o meglio che si creavano in lui)». Nota nel saggio di Michail Bachtin, Dostoevskij .

    Discutere su un romanzo all’interno di un gruppo di lettura è sempre interessante non solo perché emergono dinamiche interumane che delineano la realtà umana dei partecipanti (quello casomai sarebbe materia per un buon psicoterapeuta di gruppo) ma soprattutto perché fanno reagire il pensiero e quindi spingono a ulteriori ricerche.  

    Per quanto mi riguarda ormai da tempo cerco di verbalizzare un “sentimento” che provo leggendo un romanzo che ha a che fare con la densità narrativa. Oggi, dopo un vivace incontro con un gruppo di lettura, ci provo partendo da un paragrafo di un articolo dal titolo Modern Fiction che Virginia Woolf scrisse nel 1919: «Esaminiamo per un momento una mente comune in un giorno comune. Essa riceve una miriade di espressioni – banali, fantastiche, evanescenti o scolpite da una punta d’acciaio – che le provengono da tutte le parti. È come una pioggia incessante di atomi… Registriamo gli atomi così come essi cadono sulla mente e nell’ordine in cui cadono, tracciamo un disegno, per quanto sconnesso o incoerente all’apparenza, che ogni immagine o incidente incide sulla coscienza. Se lo scrittore potesse basare il suo lavoro sui suoi sentimenti e non sulle sue convinzioni, non ci sarebbero più trame, né commedie, né tragedie, né storie d’amore, né catastrofi, alla maniera precostituita. La vita è una serie di lampioni piantati in forma asimmetrica, è un alone luminoso semitrasparente che avvolge la coscienza dall’inizio alla fine. E non è forse compito del romanziere saper rendere questa qualità fluttuante, inconoscibile, inafferrabile, con il minimo intervento di ciò che è sempre esterno ed estraneo?»

    Quando leggo un romanzo, senza rendermene conto, colloco i personaggi in quella cornice immaginaria, non ben definita – di cui parla Virginia Woolf, tratta in parte da ciò che sto leggendo, in parte dai miei ricordi esperienziali e in parte da immagini che sgorgano da sole dalla mia memoria inconscia sollecitata dalla narrazione… è un flusso di pensiero inconscio… insomma non decido io cosa vedere ma la visione si crea nella mia mente in modo naturale senza che “ci metta le mani”, né tenti di dargli un senso, né un significato. Penso che accada a tutti… ma forse non è così: «Com’era ben chiaro al Lukács della Teoria del romanzo, l’obiettivo del romanzo non è di rappresentare la realtà, bensì di dare a questa un significato» G. Di Giacomo Estetica e letteratura

    Riposto il libro, riporto poi alla mente questa mescolanza di immagini e mi rendo conto del grado di densità  esistente… ma come spiegare questa densità? o la sua carenza? o la sua mancanza?

    Gita al faro e la Signora Dalloway di Virginia Woolf racchiudono tutto ciò che vorrei dire se trovassi le parole per definire la densità romanzesca. In questi due romanzi – che marcano definitivamente il limite che discrimina la letteratura ottocentesca da quella novecentesca – i personaggi non sono ciò che sono – in quanto predefiniti dal narratore –  non sono neppure “ciò che fanno”, ma sono ciò che essi sentono interiormente: è il modo in cui “avvertono” la realtà che li attornia e le loro reazioni che li definiscono… ma cosa li attornia?… sappiamo che il vuoto non esiste e che gli atomi che dividono spazialmente gli esseri umani fanno da tramite tra un mondo affettivo e un altro in quanto divengono veicoli delle sensazioni, delle pulsioni, degli affetti… dell’odio e dell’amore. È quello lo spazio che il narratore deve riempire, se non vuole che il senso che dà spessore, consistenza, densità, ricchezza al romanzo si trasformi in un vuoto in cui i personaggi fluttuano come fanno gli astronauti nelle navicelle spaziali.

    Per dare spessore a un romanzo è necessario che lo spazio narrativo si riempia di “intenzionalità magiche”. Quindi è necessario un “radicamento sentimentale” che ovviamente non può essere creato dalla forma ma dai contenuti inconsci che lo scrittore ha in sé. C’è anche chi, di contenuti inconsci per costruire un romanzo, non ne ha o ne ha pochini.

    Tutto ciò che è detto nel romanzo – come scrive Erich Auerbach nel saggio Mimesis Il realismo nella letteratura occidentale – dovrebbe essere il riflesso del pensiero cosciente e inconscio dei personaggi stessi. La realtà interiore dei personaggi deve essere portata alla luce non da un narratore onnipresente che astrattamente delinea la loro realtà umana mediante la descrizione delle loro caratteristiche caratteriali, dai loro comportamenti e/o tramite i dialoghi, ma dalla capacità, del narratore, di vedere al di là della superficie visibile: «Dostoevskij possedeva la capacità come di vedere direttamente la psiche altrui. Egli penetrava nell’anima altrui come armato di una lente che gli permetteva di cogliere le più sottili sfumature , di seguire le pieghe e i passaggi più impercettibili della vita interiore dell’uomo. Dostoevskij, come aggirando le barriere esteriori, osserva direttamente i processi psicologici che si compiono nell’uomo e li fissa sulla carta…(…) » Michail Bachtin, Dostoevskij

    Il suo, come quello di Virginia Woolf, era un processo alchemico che si svolgeva nella loro interiorità: il “prodotto finito” di quell’alchimia psichica è ciò che leggiamo nei loro romanzi. 

    [«Nessuno parve tanto triste, Nera e amara, a mezza via in una cupa profondità, nel canale tra il sole e l’abisso, una lacrima si formò, forse cadde; e le acque agitate la raccolsero e si placarono. Nessuno parve mai tanto triste»  “Chi parla in questo capoverso? Chi guarda la signora Ramsay? Chi fa la constatazione che nessuno aveva mai avuto un’espressione così triste e chi fa supposizioni sulla lacrima, la quale – forse – si forma e cade nel buio, sull’acqua in movimento che l’accoglie e poi torna nell’immobilità? (…) – bisognerebbe ammettere che è l’autrice a descrivere tutto ciò “la quale però non sembra ricordarsi di esserlo e quindi dimentica che dovrebbe essere ben informata sui suoi personaggi”. ] Dal saggio citato di Auerbach.

    Come ricordava Albert Camus un romanzo è, o dovrebbe essere, un trattato filosofico: «senza un ideale, per quanto illusorio, non c’è alcuna ricerca, alcuna vita autentica, alcun legame con la totalità, e non resta che il lirismo della disillusione. Il romanzo è “la forma dell’avventura, del valore proprio dell’interiorità; il suo contenuto è la storia dell’anima (…) che di avventura va in cerca, per trovare, in esse verificandosi, la propria essenzialità”» G. Di Giacomo Estetica e letteratura.

    Senza un ideale, senza una “convinzione”, senza alcuna vita autentica, senza alcun legame con la totalità, non ci può essere densità narrativa.

    Dallo scenario romanzesco devono emergere, personaggi, immagini, suoni, atmosfere, fusi tra loro in una magica alchimia; quando ciò non accade la semplice narrazione di fatti e/o di “dati biografici” non è in grado di ricucire la realtà… e rimane un vuoto che viene riempito di manierismo letterario.  

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    Se la poesia racchiude il ‘mistero’ del passaggio da una “sensazione istantanea” a un breve testo scritto, il romanzo, forse, è ciò che lega assieme il susseguirsi di quelle “istantanee”… se la poesia è una “istantanea”, il romanzo è un “film”. 

    “Sentire un romanzo” significa aver in dote la capacità di avvertire in quelle parole lette il pensiero dello scrittore che evoca proprie immagini interiori o di avvertirne l’assenza?

    6 marzo 2026

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