• The Perfect Days di Wim Wenders

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    di Gian Carlo Zanon

    L’opera d’arte importante, quella che permane nella memoria degli occhi nei giorni successivi alla visione, rivelando alla mente piccoli frammenti invisibili che ne arricchiscono il senso, non è quella che piace a prima vista, e neppure quella concettuale con tanto di “didascalie”, messe lì con lo scopo, non dichiarato e a volte inconsapevole, di appiattire il pensiero dello spettatore. Un’opera d’arte importante, come Perfect Days di Wim Wenders, è quella che rompe i canoni estetici aprendo possibilità inesplorate di realizzazione artistica.
    Parlando di questo film, visto ieri sera, potrei cadere nell’ossessione citazionistica e, partendo, ça va sans dire, da Yasujirō Ozu, citare qualche centinaio di nessi tra Perfect Days e centinaia di film della cinematografia dal dopoguerra a oggi, ma preferisco fluttuare sulle onde mnesiche e lasciare che Mnemosine plasmi il ricordo visivo trasformandolo in memoria inconscia.
    Questo film di un, a parer mio, ritrovato Wim Wenders, è paragonabile a un diamante dalle mille sfaccettature. Un diamante che visto solo come immagine totale non può rivelare il senso, allo stesso tempo occulto e manifesto, dell’opera del cineasta tedesco.


    Wenders torna a quella freschezza artistica presente in Alice nelle città e in Nel corso del tempo, in cui sono i piccoli frammenti, racchiusi in pochi fotogrammi, e piccolissimi discorsi tra i protagonisti, i veri rivelatori di senso.
    Questa è la sua cifra poetica che lo ha caratterizzato all’inizio e che, a mio parere, da Falso movimento in poi aveva parzialmente perduto, nonostante capolavori come Il cielo sopra Berlino.
    La vita di Kōji, è fatta di giorni in cui, apparentemente, i gesti si ripetono sempre uguali. Ma i suoi giorni sono tante sfaccettature del diamante che è la sua esistenza, sempre alla ricerca, inconscia, del giorno più perfetto di quello precedente. Un’esistenza fatta di presenza affettiva che “contagia” coloro che vengono a trovarsi a contatto con lui. Kōji, lo dice in quelle poche parole che scambia con la nipote, si è scelto il suo mondo, ma il suo mondo non è una quella invisibile corazza caratteriale, più o meno spessa, che i suoi interlocutori indossano per proteggersi da altri ostili mondi. Il suo mondo lancia continuamente messaggi al mondo, in mille modi, con uno sguardo, con un gesto, con una canzone… mi viene in mente una poesia di Emily Dickinson che inizia così «È questa la mia lettera al mondo che mai non scrisse a me»… ecco questo film di Wim Wenders è la sua lettera al mondo… è necessario “tradurla”, portarla con sé, …

    Ultima correzione: 6 febbraio 2026

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