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di Gian Carlo Zanon
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L’onda percettiva
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Percezione sensibile e sensazione formano un’onda percettiva “che va e ritorna” dal soggetto all’oggetto. Un’onda mai identica e sempre fusa con l’emozione provocata dall’accadimento… non esiste una matrice, uno stampo, un canone, da sovrapporre ogni volta alla percezione perché il movimento del pensiero inconscio ogni volta è diverso… perché la realtà psichica è sempre in movimento e quindi in continua trasformazione… pensiamo all’immagine della risacca… dell’onda… c’è sempre, ogni volta, soprattutto nel rapporto interumano, un’incertezza inconscia relativa all’oggetto…. Forse perché da quell’onda percettiva che va verso l’oggetto percepito e ritorna alla nostra mente ogni volta affiora un’immagine diversa…
Nella percezione poetica si colloca un’immagine soggettiva arricchente su un essere umano. Come ho già accennato la visione esatta, oggettiva della realtà, è un’enorme negazione. Chi reifica il reale, strappando il velo affettivo che permea la realtà, soprattutto quella umana, compie un atto inconscio violento.
Ma non si tratta di sovrapporre un’idea precostituita sull’altro con uno sguardo violento, un falso giudizio, una negazione, ma ricomporre la realtà oggettiva che si mostra ai nostri occhi con l’intuizione data dal ‘sentire’ il contenuto invisibile dell’oggetto; in estrema sintesi si fonde la percezione sensoriale con la ‘visione psichica’.
Solo gli psicotici riescono a creare intorno a se stessi una spessa corazza caratteriale che rende impossibile la percezione della realtà profonda dell’oggetto esterno. In questo caso non c’è più una visione tridimensionale, dal punto di vista psichico, dell’Altro da sé osservato, ma una visione che appiattisce l’oggetto, che gli toglie senso.
Il discrimine tra le due percezioni sta nel fatto che il razionalista elimina, per tanto o poco che sia, l’attività poetica dello sguardo, che in qualche modo interagisce (un po’ come fanno materia e luce quando determinano il colore) con il contenuto della realtà osservata.
Per interpretare e decifrare la realtà esterna è necessario una sguardo molteplice, complesso perché la realtà umana esterna, non è un oggetto piatto, è un prisma, un diamante dalle mille sfaccettature: ogni volta che si guarda un oggetto da una nuova angolatura soggettiva – temporale, umorale, esistenziale – si può scorgere qualcosa che prima era sfuggito.
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Mi è capitato di vedere gli occhi anaffettivi di uno schizoide. Ebbene guardando quella espressione inquietante ho avuto la sensazione che quegli occhi fossero due specchi riflettenti la sola realtà materiale. Ciò che possiamo notare in un individuo anaffettivo non è certamente uno sguardo che vuole vedere la realtà vera di ciò che guarda… gli occhi dello schizoide diventano dei fari dai quali sembra che partano raggi che depauperano la realtà umana percepita. Gli occhi dello schizoide non vogliono guardare per sapere dell’altro, vogliono mettere qualcosa nell’altro per alterarne le qualità e poi giudicare ciò che si è “creato” onnipotentemente. In verità non è propriamente un giudizio aprioristico, ma un giudicare una propria creazione in cui viene alienata la propria malattia mentale: “ciò che percepisco non è un essere umano ma un clandestino!” Vedere è passività, guardare è attività, è alienare qualcosa di sé nella realtà esterna… la questione è: di chi è la realtà immateriale del soggetto che guarda? Se è di un essere umano che ha un interesse umano per l’altro da sé osservato va tutto bene… altrimenti!
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L’essere umano esperisce in modo soggettivo l’oggetto esterno nonostante l’evidenza, esteriore, di un dato oggettivo. Questo perché nell’istante della percezione sensibile si associa, la sensazione. Sensazione che nella dialettica con l’oggetto non può che essere sempre diversa.
Nell’istante della percezione di un essere umano si determinerà, sempre, una “dialettica bidirezionale”. Questo perché l’oggetto animato osservato ha la proprietà di modificare la percezione del soggetto. Ciò che viene percepito nell’esperienza diretta – un cane, una grotta, un cielo stellato, un essere umano, lo svolgersi di una melodia o di una propria riflessione, interviene nella modificazione della soggettività. Naturalmente se è vero che l’oggetto osservato può in qualche modo intervenire nella percezione dell’osservatore è anche vero che esiste la possibilità che un atto di osservazione possa influenzare o determinare in qualche modo le proprietà di ciò che viene osservato.
In sociologia si utilizza spesso invece il termine paradosso dell’osservatore, per riferirsi a situazioni in cui la presenza dell’osservatore può alterare l’oggetto sociale osservato. Questo vale anche in antropologia quando un ricercatore raccoglie dei dati su una determinata etnia, con la sua semplice presenza altera la cultura dell’etnia stessa. In ogni caso questa invasività intrinseca nella percezione è sempre da mettere in conto.
Quindi la percezione, in sé, essendo una interpretazione soggettiva in primo luogo inconscia e in continuo divenire, non si può definire universale tout court… è la dinamica percettiva in sé che è universale in quanto identica in ogni essere umano. La visione individuale invece è sempre soggettiva. La percezione è sempre soggettiva, guai se non lo fosse, ed è impensabile stabilire categorie percettive a priori uguali per tutti. Lo si tenta di fare nei regimi totalitari e nelle teocrazie dottrinarie.
Ma qual è la realtà reale dell’oggetto di cui si fa esperienza? Secondo me è quella che si avvicina di più al suo contenuto reale, a ciò che l’oggetto è in sé e ha in sé. Ovviamente ogni volta è necessario entrare nello specifico: esempio banalissimo ed esasperato: generalizzando, se un individuo di sinistra incontra un immigrato in difficoltà, lo percepisce come un essere umano uguale a se stesso da aiutare; se lo stesso immigrato viene visto da un individuo di destra, questi verrà percepito come un diverso da sé da sfruttare. Il, primo riconoscendone l’umanità, arricchisce di senso il percepito, il secondo negando l’umanità impoverisce di senso il percepito.
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Percezione/ rappresentazione
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Panta rei, “tutto scorre“, è un celebre aforisma attribuito al filosofo Eraclito che sintetizza la sua dottrina del divenire universale, ossia l’idea che ogni cosa è in continuo mutamento, paragonabile all’acqua di un fiume che non è mai se stessa: «(…) poiché in noi si compie ininterrottamente un processo di formazione e di interpretazione il cui soggetto siamo noi stessi» (1) la realtà non solo viene percepita da ogni essere umano in modo differente, ma ogni singolo essere umano ha la propria capacità inconscia grazie al suo pensiero sempre in costante divenire.
Ciò che non muta è la adaequatio rei et intellectus, ossia l’adeguamento della realtà percepita al pensiero inconscio del soggetto.
Il soggetto ha una percezione – sensibile – sulla quale si sovrappone, come atto poetico, la sua immagine interna. La copia perfetta e primaria dell’oggetto, risiederebbe, secondo Platone, nel mondo delle idee, nell’iperuranio (μετακόσμια, metakósmia) e secondo me nella realtà umana immateriale. La “percezione poetica” è “un’immagine inconscia non onirica” (M. Fagioli) ovvero una rappresentazione soggettiva della realtà che avviene inconsciamente. Alla percezione sensibile oggettiva, “fotografica”, segue quindi una interpretazione istantanea del dato di realtà, in cui si arricchisce o si impoverisce di senso l’oggetto percepito. Il contenuto di questa rappresentazione è il senso “intuito” dalla sensazione, vissuta inconsciamente dal soggetto. Capacità di dare senso ( o togliere senso) che è sempre presente durante la percezione sensibile e la accompagna. All’interno di questo sincretismo percettivo si svolgono le dinamiche inconsce del soggetto di fronte all’oggetto che gli si dipana davanti agli occhi. Si potrebbe dire che è nell’istante della “percezione poetica” che si interpreta, sincreticamente e dialetticamente, la realtà oggettiva. Realtà oggettiva che, nel caso fosse umana, non ha più le caratteristiche dell’oggettività in quanto muta «ininterrottamente» tanto quanto quella dell’osservatore, ovvero quella del soggetto che guarda.
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D’altronde la trama del pensiero di ogni essere umano è il risultato del suo rapporto con il mondo umano, con la sua cultura, i suoi linguaggi, le sue immagini, con cui viene a contatto dal momento della nascita in poi. La visione che ogni essere umano ha della realtà non umana e della realtà umana che lo circonda è frutto di una propria negoziazione inconscia con l’oggetto esterno: la realtà umana dell’essere umano invade l’oggetto percepito con il proprio vissuto inconscio.
Questo perché il percepito, e la sensazione corrispondente, si impressiona, si imprime nella memoria. Portiamo in noi tracce mnesiche inconsce. Inoltre così come esiste un ricordo cosciente che imita in modo fotografico l’oggetto riportandolo alla mente esattamente come è stato percepito, così esiste una memoria inconscia che ricrea non l’imitazione dell’oggetto ma l’immagine/ sensazione avuta.
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«l’opera artistica rende visibile l’invisibile e rende invisibile il visibile». Kandinski
L’arte dovrebbe sempre aspirare all’Apocalisse nel suo stretto senso etimologico, vale a dire togliere il velo a ciò che è non conosciuto; la rappresentazione artistica dovrebbe far emergere l’invisibile, magari mostrandocelo deformato come nell’astrattismo, trasformando cioè una forma certa in un segno che apparentemente non ha nulla a che vedere con l’oggetto rappresentato, ma che ha la capacità di far scaturire il contenuto dell’oggetto stesso. Contenuto che è l’essenza invisibile dell’oggetto rappresentato.
In altri termini, e con buona pace della mimesis aristotelica, l’essenza dell’immagine artistica consiste non nel riprodurre le forme della realtà, bensì nel rendere visibile i contenuti della realtà. Contenuti che senza l’immagine creata non sarebbero visibili: il senso, il contenuto dell’oggetto, si rivela nell’immagine artistica più o meno nello stesso modo in cui i pensieri inconsci si rivelano nelle poesie o nei sogni. La differenza come disse qualche anno fa lo psichiatra Massimo Fagioli sta nel fatto che mentre il sogno è “un’immagine inconscia onirica”, l’opera d’arte proviene da “un’immagine inconscia non onirica”.
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Effetti collaterali
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«Esaminate una mente qualunque in un giorno qualunque. La mente riceve miriadi di impressioni – insignificanti, fantasiose, evanescenti o incise con l’acutezza di una punta d’acciaio. Ci piove addosso da ogni parte un’incessante pioggia di atomi…» Virginia Woolf – Times Literary Supplement, 2019
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In un frammento di Eraclito troviamo scritto: «ψυχῆς πείρατα ἰὼν οὐκ ἂν ἐξεύροιο πᾶσαν ἐπιπορευόμενος ὁδόν• οὕτω βαθὺν λόγον ἔχει.» = «I confini della realtà psichica non li potrai mai trovare, per quanto tu percorra le sue vie; così profondo è il suo linguaggio (logos)». (traduzione mia) oppure «I confini della mente sono nel profondo … non li potrai mai raggiungere con la ragione.» M. Fagioli
Nondimeno i confini della capacità inconscia di immaginare sono così… così inimmaginabili… e ciò che di reale permane nella percezione della realtà è ciò che c’è di più vero e di più reale per ogni essere umano. Nel bene e nel male ovviamente.
Passiamo la vita a ricomporre, inconsciamente, la realtà per trovare, inventandola, la forma perfetta che corrisponda al suo contenuto: «Nasciamo, per così dire, provvisoriamente, da qualche parte; soltanto a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo, e ogni giorno più definitivamente.» Rainer Maria Rilke
E quando ci sembra di aver trovato la formula alchemica per fonderci col reale non la possiamo nemmeno comunicare: «E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre, chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo d’intenderci; non c’intendiamo mai!» “Sei personaggi in cerca d’autore”, Pirandello.
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Non mi metterò mai completamente d’accordo con i miei simili sulla realtà perché nessuno la percepisce come me: «Ma quello che sogno io nessuno lo può vedere all’infuori di me, nessuno lo può possedere all’infuori di me. E se la mia visione del mondo esterno differisce da quella degli altri è perché vi immetto, guardando il mondo involontariamente, qualcosa del mio sogno, è perché qualcosa del mio sogno mi resta impresso negli occhi e negli orecchi» Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, 26 22, [1913?]
Lo diceva anche Virginia Woolf che era quasi ragionevolmente impossibile «connettere l’interno e l’esterno»… la realtà interiore con la percezione della forma esterna… è per questo che avviene senza l’uso della ragione cosciente.
«(…) mutava io con la rapidità stessa della sua corsa – ce n’era uno nuovo ad ogni curva – come accade quando, per qualche ragione inesplicabile, l’io cosciente, che si trova più in alto, e ha il potere di desiderare, non desidera essere che se stesso. È ciò che alcuni chiamano il vero io, ed è, dicono, composto da tutti gli io che abbiamo in noi; comandati dall’io Capitano, l’io chiave, che li amalgama e controlla tutti» Virginia Woolf – Orlando
Anche nel romanzo Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi viene tirata in ballo la teoria della confederazione delle anime di Théodule Ribot e Pierre Janet: la personalità è come una confederazione di tante anime che si pone sotto il controllo di un io egemone. Nel caso che sorga un altro io, più forte e più potente, questo io spodesta l’io egemone e ne prende il posto, passando a dirigere la confederazione delle anime. In realtà la realtà umana immateriale, sebbene spesso «squassata da trasalimenti», è il nostro libero arbitrio inconscio e arbitrariamente decide sulla nostra percezione: «Per quanto possa apparire una semplice inezia, gli abiti svolgono una funzione, dicono, che non è solo quella di tenerci caldo. Essi cambiano la nostra visione del mondo, e la visione che il mondo ha di noi.» Virginia Woolf – Orlando
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Ma in fondo la questione rimane e il problema che pone è: come, in che modo e maniera si possa conoscere la realtà, si possa avvertire la verità del contenuto del percepito? Ma è poi così importante?
L’uomo razionale si adatta al mondo, lo imita, si fa specchio; l’uomo irrazionale non si adatta al mondo, cerca di cambiarlo e per far ciò non può far altro che creare una rappresentazione che deve necessariamente scaturire dalla propria fantasia interna.
Per noi mortali c’è una parte dell’esistenza in cui la ragione deve cedere il passo all’intuizione e alla sensazione. L’essere umano deve lasciar spazio all’irrazionale, deve abbattere il muro tra realtà e illusione, dare contorni all’invisibile, dare forma a quella parte della natura umana non conosciuta, non definita; quella parte di noi da dove provengono le pulsioni e le immagini interne e che ci dà uno strumento immateriale per vedere immagini invisibili. Immagini che devono essere rappresentate nel nostro scenario immaginifico che dà forma alla realtà.
«Secondo me le donne, quando ci scelgono, non amano proprio noi, forse una proiezione un sogno, un’immagine che hanno dentro. Ma quando ci lasciano, siamo proprio noi quelli che non amano più». Giorgio Gaber
Eppure…
10 gennaio 2026
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Vedi anche il mio articolo: Philip k. Dick: e le porte d’avorio della realtà… il cubo di Rubik https://www.igiornielenotti.it/philip-k-dick-e-le-porte-davorio-della-realta/

