• Percezione e realtà, vero o falso, verità e delirio – Primo Capitolo

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    di Gian Carlo Zanon

    La realtà «(…) la vediamo così, perché ce la facciamo così, costruendola attorno al nostro io per poi scomporla, e ricrearla da capo a ogni momento» Virginia Woolf – La signora Dalloway

    Avviso ai naviganti:  ciò che leggete parte da un assunto inconfutabile, ossia “ciò che non esiste è inesistente”

    Fare ricerca è una passione mai sopita in me… penso che sia lo strumento che, al pari di Faust, salverà la mia “anima”, ossia la mia realtà umana inconscia, il mio pensiero.

    Anche questa volta vorrei avvertire il lettore che questo lavoro è solo una ricerca dettata da un’esigenza privata, intima, personale. Le mie riflessioni, private e in divenire, sulla dinamica percettiva hanno quindi un “valore euristico” e quindi sono da intendersi solo come un “gioco”, non necessariamente rigoroso. Ciò mi lascia libero di muovere il mio pensiero senza legacci razionali o scientifici che provino ciò che penso. Anche questa volta i miei pensieri trascritti sono da considerarsi suggestioni, o se volete “appunti di un diario personale”  in cui vengono trascritti pensieri sparsi che indagano la dinamica percettiva, senza i vincoli del paradigma scientifico galileiano. Le molteplici citazioni che troverete altro non sono che un espediente per avvalorare ciò che scrivo attraverso l’auctoritas di persone di gran prestigio soprattutto letterario. Loro possono esprimere verbalmente ciò che voglio dire ancor meglio di quanto io lo fare possa fare con il mio pensiero.

    Evidentemente non parlerò di percezione meccanica, obiettiva, per il semplice fatto che il pensiero inconscio interponendosi tra osservatore e oggetto osservato, ne impedisce il “compimento fotografico”.

    Certamente vi è una infinita dialettica percettiva tra l’immagine obiettiva dell’Altro che si stampa sulla retina e il soggetto che nell’istante successivo accampa questa stessa immagine nello spazio permeandola di senso. Nella percezione dell’Altro da sé non ci dovrebbero essere – e il condizionale è d’obbligo – idee  a priori di kantiana memoria, ma il formarsi istante per istante, del fenomeno in divenire perpetuo. Panta rei, tutto scorre nel continuo divenire del rapporto tra percezione obiettiva e immagine soggettiva. Lo sguardo malato, e quindi violento, nega l’essenza umana; la dialettica come prassi del fare poetico la arricchisce. Noi diciamo ‘l’Altro’… e per Noi l’Altro è sempre oltre la frontiera. La linea di quell’irrequieto confine è la nostra capacità di pensare il rapporto, di immaginarlo.

    La sensazione

    La parola estetica (latino: aesthetica)  è generata dalla parola greca aìstesis (αἴσθησις), che significa “sensazione”, e dal verbo aìstánomai  (αἰσθάνομαι), che significa “percepire attraverso la mediazione del senso”. (1) La parola Estetica, a causa di slittamenti semantici, è passata nel linguaggio comune per indicare l’aspetto e i caratteri, soprattutto esterni, di oggetti, prodotti, atti, performances artistiche – come il ballo per esempio – suscettibili di essere considerati esteticamente; acquista anche, in più casi, il significato di «bellezza esteriore, struttura armonica».

    Questa parola mi interessa perché centra il cuore della questione: “percepire attraverso la mediazione del senso”. Mi interessa anche perché la questione percettiva, estetica, è antica e mai scientificamente risolta.

    Quindi la realtà non è ciò che viene percepito con la vista? La realtà, in prima istanza è oggettiva, senza qualità né aggettivi. È ciò che vediamo. Ma questa ‘realtà’ data non esiste come ‘realtà psichica’«… tutti noi, forse, aggiungiamo  – alla percezione – un significato! (…) La percezione non è mai un fenomeno puro, è sempre e comunque piena di significati».(2) Quindi è nel momento della percezione che si dà senso all’oggetto osservato… in maggior modo se “l’oggetto osservato” non è un oggetto inanimato, non è un “vivente non umano”, ma un essere umano. E dare senso all’essere umano significa dargli, a livello inconscio, una “tridimensionalità umana”, un contenuto psichico. Ciò che permane in chi guarda è ciò che apparentemente è più fragile, ossia la sensazione che accompagna sempre la percezione. Ciò che “vede” chi guarda è il risultato della “dialettica” estetica tra l’oggetto e il soggetto che “impone” la sua interpretazione soggettiva. 

    «La frase vera: “ogni rappresentazione deriva dalla percezione ed è la ripetizione di essa” assume l’aspetto di maschera ghignante che ci inganna nel dimenticare e non pronunciare la parola cosciente: soltanto percezione cosciente (…) l’oggetto percepito inalterato nasconde un male, un’intenzionalità nascosta».(3)

    Attenzione però, quando si tratta del rapporto con l’altro da sé, in realtà, non si tratta di sovrapporre un’immagine costruita a priori per l’oggetto percepito, con uno ‘sguardo violento”, un falso giudizio, perché, altrimenti, sarebbe un guardare per negare le qualità dell’altro. La percezione dovrebbe essere una dialettica tra l’oggetto in sé e lo sguardo di chi osserva; nella percezione si deve comporre, quasi simultaneamente, la figura/forma oggettiva osservata con l’intuizione del contenuto invisibile delle qualità dell’altro; una fusione tra percezione sensoriale e ‘visione’ psichica. Guardare è un “fare l’altro da sé”… il termine “poesia” proviene dal verbo poiéo (ποιέω): faccio, produco, creo, invento, immagino, rappresento, genero.

    Perché tiro fuori questa carta con il verbo poiéo in rilievo? Lo faccio perché nella “percezione poetica” si può intravedere la dinamica percettiva. Come d’altronde nella percezione delirante in cui è nascosta una dinamica percettiva, ma alterata. La differenza è sottile: detto in soldoni nella percezione poetica l’oggetto viene arricchito – pensiamo a Dulcinea del Don Quijote di Cervantes – invece nella percezione delirante l’oggetto viene alterato negativamente:  per noi l’Altro è sempre un enigma, un limite, un confine. La linea di confine è tra nostra realtà immateriale e l’Altro è al di là di noi, più o meno sconosciuto, più o meno perturbante, più o meno desiderato, più o meno negato, più o meno rifiutato.Rifiutato perché le sue qualità ci appaiono disumane.

    Desiderato perché le sue qualità le vogliamo per Noi e sono tanto più desiderabili quanto più l’Altro è sconosciuto.

    La paura del nuovo che emerge

    «Sconvolti dall’orrore  a quella vista mostruosa tutti/ indietreggiarono ma quanto li urgeva alle spalle/ era ancora peggiore; perciò da soli si precipitarono/ a capofitto dai limiti del cielo, incalzati/ dall’ira eterna bruciante nel pozzo senza fondo»

    Milton, Paradiso perduto, Libro VI (vv 862-866)

    L’ultimo approccio, il meno auspicabile, è la negazione dell’Altro il quale viene negato perché le sue qualità appaiono troppo stridenti con le percezioni abitudinarie.

    Per alcuni le “novità” sono stimoli eccessivi che mettono in crisi l’usuale visione del mondo. In questo caso l’Altro deve essere fatto rientrare nelle usuali categorie di pensiero magari alterandone il senso o deformando, negativamente, l’immagine percepita: l’Altro, durante queste “crisi”, non è più esattamente quello che è  perché  ha perso le sue qualità originarie.

    E la crisi, dovuta allo stupore del nuovo perturbante, che irrompe facendo traballare abitudini mentali, può causare traumi psicotici. «Solitamente i mortali fuggono da quanto è nuovo e a loro estraneo» affermava il filosofo della natura Empedocle nel dramma di Friedrich Hölderlin.

    Abitudine e percezione

    Nel suo libro Un uomo Oriana Fallaci scriveva: «L’abitudine è il più spietato dei veleni perché entra in noi lentamente, silenziosamente, cresce a poco a poco nutrendosi della nostra inconsapevolezza, e quando scopriamo d’averla addosso ogni fibra di noi s’è adeguata, ogni gesto s’è condizionato, non esiste più medicina che possa guarirci.»

    Samuel Beckett nel suo saggio giovanile Proust esamina a fondo l’abitudine la quale influenza massivamente la percezione: «L’osservatore  corrompe l’osservato  colla propria mutevolezza. Di più quando è il caso di un rapporto umano, ci troviamo di fronte al problema di un oggetto la cui mutevolezza non è una mera funzione del soggetto, ma è indipendente e personale: due dinamismi separati e immanenti fra i quali non vi è alcun possibile sistema di sincronizzazione.» E questo perché l’abitudine pervade la percezione e si frappone tra il soggetto e l’oggetto osservato: «L’abitudine è per Proust – scrive Sergio Moravia nella prefazione del saggio di Beckett sopra citato – ottundimento e alienazione. (…) L’abitudine è la prigionia dell’uomo entro un mondo di superficie. La tragedia dell’uomo abitudinario è non vedere il mondo che sta al di là della superficie.»

    L’abitudine consiste in un continuo e perpetuo processo di adattamento della realtà alle abitudini mentali del soggetto che adatta e riadatta le realtà esterna, perturbante, al suo pensiero inconscio. L’abitudine scrive Proust «(…) consiste nella sovrapposizione della nostra anima familiare all’anima spaventosa dell’ambiente». Per Baudelaire la realtà è «l’appropriata fusione di soggetto e oggetto».

    In realtà, al di là della “percezione poetica” che arricchisce l’oggetto, la percezione proustiana altro non è che una fuga dalla realtà in quanto troppo perturbante per il soggetto che inconsciamente la annulla per ricrearne un altra che deve corrispondere alle sue percezioni abitudinarie. Altrimenti c’è la crisi.  

    Storicamente il perturbante sconosciuto dev’essere fatto rientrare in una categoria perché solo così si può pacificare l’angoscia del nuovo, dell’Altro da sé. Non riconoscere un essere umano come proprio simile solo perché non essendo esattamente identico a noi non rientra nelle nostre percezioni abitudinarie è un delirio che va sempre rifiutato. Chi non riconosce l’altro da sé come un uguale finirà per aderire aderire a credenze misogine, xenofobe, razziste.

    I mortali rifuggono il nuovo e ciò che stupisce può portare a crisi identitarie. Alcuni preferiscono credere che guardando la realtà dal buco della serratura delle loro camere stagne possano decifrare ciò che vedono in modo parziale… in realtà ciò che percepiscono è solo quella piccola porzione di realtà che essi vogliono vedere o, dato il loro fragile stato psichico, possono permettersi di vedere. Per credere di esser ciechi a volte basta chiudere gli occhi… credono di essere salvi perché sanno chiudere gli occhi!

    10 gennaio 2026

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    NOTE

    (1) αἰσϑητικός letteralmente, dottrina della conoscenza sensibile: Estètica s. f. [dal lat. mod. aesthetica (coniato da A. G. Baumgarten, 1735), femm. sostantivato del gr. αἰσϑητικός: v. estetico]. –Letteralmente, dottrina della conoscenza sensibile.

    (2) A. Masini; Dalla percezione delirante all’Analisi collettiva; Il Sogno della farfalla n. 1, 2004, pag.7.

    (3) Massimo Fagioli, Bambino donna e trasformazione dell’uomo, seconda premessa, Se avessi disegnato una donna – 2013.

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