• Natura umana e neoliberismo – Primo Capitolo

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    di Gian Carlo Zanon

    “Questa storia vi riguarda”, la crisi ideologica, etica, politica, economica e sociale

    «Non esistono né giustizia né libertà quando è il denaro a farla da padrone» Albert Camus – Articolo del 21 ottobre 1944 su Combat

    «Una società fondata sul potere del denaro non può aspirare alla grandezza o alla giustizia. E lo può fare ancora meno quando il denaro mantiene i suoi privilegi senza accettare alcuna responsabilità» Albert Camus – Editoriale del 16 novembre 1944 su Combat (1)

    Continuo qui il lavoro cominciato con quattro articoli che vanno sotto titolo di Cannibali, la distopia neoliberista(2) per mettere ancora più a fuoco le radici ideologiche neoliberiste anche alla luce di un nuovo saggio che evidenzia i ruoli avuti dalla filosofia, dall’antropologia, dalla religione, dalla psicanalisi e dalla cultura in generale nel definire la natura umana.

    L’uomo non è una bestia!

    In questi ultimi anni ho notato con piacere l’emergere di un netto rifiuto al pensiero dominante che interpreta la natura umana negativamente. Il pensiero che, detto in parole povere, l’uomo abbia dentro di sé una bestia pronta a scatenarsi in un raptus  improvviso, è purtroppo pervasivo. La  credenza vuole che la “bestia interiore” (3) porterebbe gli esseri umani ad agire solo ed esclusivamente per proprio mero tornaconto personale. Questa credenza, suffragata da “maestri del pensiero” come Agostino, Lutero, Calvino, Macchiavelli, Hobbes, Freud, Jung e dai loro epigoni contemporanei, è la matrice ideologica su cui si fondava il capitalismo di ieri – nelle sue varie forme –  e su cui si incardina il neoliberismo di oggi.

    Di questo parlano saggi di alcuni economisti, che mettono in discussione questa visione pessimistica, come Andrea Ventura(4) e Laura Pennacchi. Dal saggio  di quest’ultima partirò per cercare di descrivere la marea montante del rifiuto alle ideologie dominanti sulla natura umana, partendo dal suo recentissimo lavoro Nonostante Hobbes – Lavoro, Antropologia, Democrazia.

    Inoltre è bene non scordare Bregman Rutger, citato nel saggio di L.P., che nel 2019 ha dato alle stampe  De meeste mensen deugen (La maggior parte delle persone è buona – titolo in Italia: Una nuova storia (non cinica dell’umanità). A questi due saggi si aggiunge il lavoro ventennale sia della rivista LEFT, sia l’immane sfrozo editoriale della casa editrice L’Asino d’Oro entrambi facenti riferimento alla Teoria della nascita dello psichiatra Massimo Fagioli. Ricordo anche che quest’anno è uscito Critica alla ragion bellica, di Tommaso Greco. Nel suo saggio egli narra come si è giunti a definire le ragioni delle guerre per nascondere «interessi inconfessabili e carattere economico e geopolitico».

    L’assetto culturale a cui mi riferisco e a cui si oppongono gli autori citati, in essere anche oggi, è a tutti gli effetti il proseguo di quella antichissima vulgata che interpreta la realtà psichica di ogni essere umano come entità negativa, un “male primigenio”, una malformazione genetica della specie umana. Assunto culturale dominante mai dimostrato scientificamente.(5) Assunto culturale funzionale al sistema neoliberista sempre più aggressivo e disumanizzante.(6)

    Ma andiamo per ordine. Già nel prologo Pennacchi tenta di «ricostruire “i presupposti antropologici”, segnati dalla più che trentennale dominanza neoliberista» in cui è possibile rintracciare il perdurare della «cupa» influenza «di Macchiavelli e Hobbes» convinti dell’intrinseco «egoismo e utilitarismo dell’essere umano» e delle «sue indomabili pulsioni acquisitive disruttive». Questo lavoro L.P. lo fa, scrive, per contrastare l’assunto hobbesiano di homo homini lupus col suo naturale «potere basato sulla forza e la violenza» Inoltre «punta a contrastare in radice l’idea, assai diffusa, dell’irrimediabile malvagità naturale dell’essere umano e quella, ad essa strettamente connessa, dell’origine del potere e della politica solo dalla forza e dalla violenza».(pagg.5 e 6) . In altre parole rifiuta questi assunti culturali e sostiene invece la visione dell’essere umano naturalmente portato alla solidarietà nei confronti egli altri.

    Questi pregiudizi culturali, che parlano di una aggressività costituzionale al genere umano, sono funzionale al potere economico e politico perché costringono il pensiero in camere stagne che non comunicano tra loro impedendo di intuire la vera e reale natura umana.

    Il saggio di Pennacchi inizia mettendo in scena la svalutazione metodica della simbologia del lavoro da parte degli ideologi neoliberisti cavalcata dai potentati economici, dai loro vassalli e dai loro valvassori e giù a scendere nella filiera del servaggio: «Un fitto oscuramento teorico ha gravato per decenni sul lavoro, a cui hanno fatto da pendant la sua protratta svalutazione – materiale, culturale e morale – e la sua invisibilità politica». (p. 10)

    Per portare avanti questa svalutazione simbolica e per annichilire la stima sociale e privata del lavoratore, si è annullata quella parte di identità umana legata alla realizzazione della persona nel mondo del lavoro, senza la quale rimane solo la schiavitù al denaro che serve per la sopravvivenza: «Sullo sfondo di un’accentuazione dello sfruttamento si manifesta una repressione dell’identità di chi lavora e un impoverimento della sua vita emotiva, che hanno ricadute profonde sull’universo di significati e di valori». Che tradotto significa: vali poco o niente perché sei facilmente sostituibile e, se non accetti le mie condizioni, varrai poco o niente anche per questa società fondata su un sistema economico neoliberista che espelle dal suo meccanismo gli ingranaggi imperfetti che non la fanno funzionare perfettamente. Uno scenario terrificante ma reale che possiamo trovare nel romanzo distopico di Aldous Huxley Il mondo nuovo (Brave New World) pubblicato quasi cent’anni fa.

    Questa svalutazione dell’identità umana è funzionale al sistema neoliberista sempre più aggressivo in cui si auspica la proliferazione dell’l’homo oeconomicus: una specie di androide schizoide spogliato di «vita emotiva», carente di identità umana, divenuto modello teorico dell’economia neoliberista che descrive un individuo razionale, egoista, utilitarista che agisce sempre e solo per massimizzare i propri profitti. Un essere umano delirante che percepisce gli altri esseri umani come oggetti inanimati da sfruttare per i propri fini.

    Ma questi individui, che, come nel film L’invasione degli ultracorpi, sono involucri svuotati da “quelle fastidiose” passioni e da quei “inutili” sentimenti che sostituiscono gli esseri umani, chi sono?: sono «Gli uomini morti, pieni di odio per tutto ciò che è vivo e vitale, vanno in giro ad uccidere mostrando affetto, interesse e discorsi che nascondono la pulsione che vuole la morte, la sofferenza, il male degli esseri umani – lo fanno perché – Perché pensano e sanno che una società di uomini liberi, felici, creativi, li escluderebbe(…)» Massimo Fagioli, Bambino donna e trasformazione dell’uomo.

    L’homo oeconomicus, dicevo, è divenuto il modello ideale creato dal sistema sociale economico neoliberista. Un essere dotato di razionalità utilitaristica, che si basa sulla “naturale bramosia” pensata come facente parte sostanziale e ineludibile della natura umana. Un essere anaffettivo che si basa unicamente sulla soddisfazione dei bisogni materiali… ma: «La soddisfazione dei bisogni non ha posto nel rapporto interumano. Essa ha sempre portato gli uomini allo sfruttamento dell’uno sull’altro, a fare di una parte dell’umanità un gregge di animali per la sopravvivenza degli altri.»Massimo Fagioli

    Pennacchi analizza a fondo il sistema neoliberista e i suoi processi che si possono riassumere sinteticamente così:

    DENORMATIVIZZAZIONE: eliminazione delle norme del vivere civile a favore contratto privato tra lavoratore e impresa senza intermediazioni interumane, statali, politiche e sindacali. Sistema lavorativo giunto al fenomeno mondiale del lavoratore “usa e getta”.   

    MERCIFICAZIONE/REIFICAZIONE: rendere ogni entità, anche quella umana, merce di scambio: «questo comporta che la generalizzazione della presunzione che un prezzo possa essere attribuito a qualunque cosa, processo, relazione sociale (…)». (pag.24)

    FINANZIARIZZAZIONE: le aziende aprono a investitori esterni i quali investono con lo scopo di acquisire parte del ricavato dell’azienda di cui possiedono azioni. Questo significa che per rendere accattivante gli investimenti, i ricavati vanno in gran parte agli azionisti e ciò a discapito sia del lavoratore, costretto a  mantenere, rinunciando a una paga adeguata, non solo “la famiglia del padrone” ma anche “le famiglie degli azionisti”, sia dello sviluppo dell’azienda che in molti casi alla fine è costretta ad azioni antisociali, come quella di delocalizzare un’azienda, licenziare i lavoratori “in esubero”, eccetera. In altre parole in questo modo viene seppellito definitivamente il rapporto duale imprenditore-lavoratore. Imprenditore che non avrà più una funzione sociale positiva, e un’etica imprenditoriale a cui rispondere in prima persona.

    L’analisi di L.P. è molto ampia e dettagliata, e affronta la crisi umanistica causata dall’ideologia neoliberista con argomenti antropologici, etici, filosofici, da me difficilmente riassumibili. Quindi mi concentrerò su due aspetti, dal mio punto di vista più significativi e interessanti, posti in evidenza in questo saggio: la questione antropologica-psicologica e il “che fare”, dal punto di vista della prassi sociale, politica ed economica, per arginare questa deriva razionalistica che porta alla distopia sociale.

    La natura umana secondo i profeti del neoliberismo

    Come ho già detto, la visione che l’ideologia neoliberista ha della natura umana poggia su alcuni cardini culturali rimasti inalterati nel tempo: se vogliamo il peccato originario è stato trascodificato nel tempo fin ad arrivare ai giorni nostri praticamente inalterato non nelle forme ma nei contenuti. Alcuni concetti base come «lavorerai col sudore della fronte”, “partorirai con dolore”, “siamo tutti figli di Caino” eccetera fanno ancora parte di una forma mentis diffusa, in cui nichilismo, cinismo, stolidità, razionalismo utilitaristico, si mescolano in un minestrone di pensiero magico/religioso che fa degli assunti del neoliberismo dei dogmi assoluti.  

    «Il nichilismo è una “deificazione del vuoto”, con due dimensioni fondamentali: “una pulsione alla distruzione di cose e persone; e una dimensione di natura concettuale che tende irresistibilmente a distruggere la nozione stessa di verità, a vietare qualsiasi descrizione ragionevole del mondo (un cinismo e una “amoralità derivante dall’assenza di valori”» (Pag. 35)

    Come sappiamo la pulsione è una dinamica psichica inconscia che tende ad annullare i contenuti di qualsiasi elemento esterno in grado di perturbare l’equilibrio di chi agisce la pulsione. La prassi distruttiva materiale «di cose e persone» avviene in una fase successiva, mentre, ad esempio, l’annullamento della «nozione stessa di verità» può avvenire nello stesso istante della percezione. La negazione, il “non è” avviene primariamente in modo inconsapevole. Solo in un secondo momento assume aspetti percepibili, in un pensiero cosciente, nel successivo atto, eccetera. L’assenza di valori non nasce dal nulla, nasce dalla distruzione, totale o parziale, della realtà interna umana del nichilista:

    a) che ha perduto nei marosi della esistenza quella “speranza-certezza” dell’eguaglianza primaria tra esseri umani;

    b) che ha smarrito il senso di quella fiducia e di quella solidarietà verso l’altro da sé che fondano l’identità umana;

    c) che ha creato attorno a sé una “corazza caratteriale” perché ha il terrore di lasciarsi andare a un rapporto interumano che tende alla realizzazioni di entrambi.

    E la pulsione annullante è determinata dalla paura di una possibile ulteriore delusione che lo porterebbe alla rabbia e alla pazzia fino a quel momento latenti. Preferisce credere che gli esseri umani siano disumani come se stesso, che nascondino, come fa lui, sotto le forme e le formalità sociali, il mostro… un mostro borderline che si nasconde dandosi alibi pseudoscientifici, comportandosi “civilmente” in modo formale entro i canoni della legge come fanno tutti. Legge che, se messo in condizioni di poterlo fare, cerca di accomodare perseguendo il proprio utile e la propria visione sulla natura umana: questa che sto descrivendo è l’essenza politica del neoliberismo trumpiano.

    Hobbes e Macchiavelli

    L’homo oeconomicus è l’individuo «colonizzato» dall’ideologia neoliberista, è l’individuo «dell’Io minimo», dell’incoerenza, della scissione tra sentimento e ragione utilitaristica. È l’homo che vive «una coazione spersonalizzante» che lo trascina compulsivamente «alla velocità e alla competizione». Pensiamo per esempio agli atleti che sfidando la velocità muoiono di continuo per superare gli avversari.

    Sono persone che hanno, in vario grado, alienato la propria realtà umana nell’accaparramento di oggetti che danno senso alla loro misera esistenza, degradando il senso  stesso dell’esistenza che è, non dovrebbe essere, è, legata indissolubilmente al rapporto interumano umano.(8) La competizione, il prevalere ad ogni costo sull’altro, sugli altri, è esattamente il contrario e quindi nega il senso dell’esistenza dell’essere umano nel mondo. Questo perché l’homo oeconomicus annulla le proprie e le altrui profonde esigenze umane trasformandosi in un “androide” anaffettivo.

    L’homo oeconomicus è quindi la concretizzazione, disumana e disumanizzante, contemporanea del modello umano auspicato da Macchiavelli e da Hobbes. Ed è il modello dell’uomo che ha raggiunto “l’autenticità dell’essere” auspicato dal teorico del nazismo Heidegger. (9) In altre parole è l’Übermensch, ovvero l’oltre uomo di Nietzsche che si è realizzato pienamente nel contemporaneo homo oeconomicus legittimato dalla visione culturale egemone sulla natura umana, resa socialmente congrua dal sistema economico e sociale neoliberista. E questo è un enorme problema sociale che, se non arginato porterà quella “Catastrofe neoliberista” paventata da Angelo D’orsi nel suo saggio omonimo.(10)

    Laura Pennacchi nel secondo capitolo intitolato “La terribile antropologia di Macchiavelli eHobbes”focalizza la sua attenzione su questi due filosofi tanto gettonati dalle destre occidentali per la loro visione della natura umana funzionale all’ideologia neoliberista.

    Ne parliamo nel prossimo articolo…

    6 Novembre 2025

    NOTE

    (1)Estratti dal libro Albert Camus, Questa storia vi riguarda, corrispondenze per Combat 1944-1947, pagine 262, 217, Bompiani editore, Milano, 2010  

    (2)https://www.igiornielenotti.it/tag/cannibali/

    (3) In Jung, il concetto di “archetipo animale” è strettamente legato alla filogenesi e all’inconscio collettivo, poiché, secondo lui. gli archetipi sarebbero predisposizioni innate ereditate dall’evoluzione della specie umana. Secondo questa fantasticheria, non suffragata scientificamente, la filogenesi spiegherebbe la storia evolutiva della specie umana, le cui esperienze ripetute e trasmesse geneticamente formerebbero la base dell’inconscio collettivo. (SIC) Inoltre, secondo la psicologia di Jung, la riconciliazione con la nostra “animalità” è fondamentale per l’integrazione psichica e la conoscenza di sé, poiché la parte animale è legata alle nostre radici ancestrali e alle leggi della natura: ergo la natura umana ha in sé istinti animali. Questa vulgata culturale, funzionale per un tipo di società patriarcale, che mostra l’essere umano naturalmente perverso, circola da migliaia di anni in altre forme: «il peccato originale e il mito di Caino dei monoteismi; il Male radicale innato nella natura umana della filosofia; il legno storto (Kant); l’uomo sin dalla nascita naturalmente perverso (Agostino, Lutero, Freud); l’archetipo animale di Jung; “Nel più intimo dell’uomo c’è il nulla, come “fondo abissale”, Ab-Grund costitutivo dell’essere” (Heidegger), la “manque à etre” irriducibile (Lacan)ecc. ecc..» Vedi anche nel primo capitolo del mio saggio “Alienazione religiosa – i buchi neri dell’Essere e il vortice del Nulla”

    (4)Andrea Ventura https://www.igiornielenotti.it/la-trappola-radici-storiche-e-culturali-della-crisi-economica/

    (5)Il Premio Nobel per la medicina Levi Montalcini intervistata il 26 febbraio 1987 da Franco Prattico, su Repubblica.it ha ribadito che «Non c’è nulla, nel nostro patrimonio genetico che ci spinga all’aggressività, a uccidere i  nostri simili. (…) le radici della ferocia e della distruttività, come quelle del conformismo, vanno cercate lontane dal patrimonio genetico della specie»

    (6)«Tornano le mostruosità della favola del peccato originale, il male radicale, ed anche le manque di Lacan. Tutti hanno sempre voluto pensare alla natura umana violenta, perversa stupida. Lo dicono, lo raccontano, lo ripetono anche ai bambini piccoli. Ricordati che il male è dentro di noi. Ed io ho visto sofferenti che, per un problema che faceva la depressione reattiva, erano depressi perché erano convinti di essere incurabili. E molti suicidi sono dovuti a questa credenza. Male radicale dice Kant, ed è più violento del logos greco che parlava di animalità. (…) Nel peccato originale, ed in Kant, maestro dell’illuminismo, la realtà del male dentro l’uomo è destino che non si può modificare. E le origini sono date dalla creazione di dio.» Massimo Fagioli – Left, 3 ottobre 2015

    (7)«Il delirio sull’innata cattiveria dell’uomo è antico: basti leggere nel VII capitolo de Le Confessioni di Sant’Agostino cosa pensasse l’ipponate della “bramosia congenita” dei neonati che sin dai primi mesi vorrebbero per se stessi l’intero latte della balia: «Ho veduto io con questi occhi un bimbino geloso: non parlava ancora, eppur guardava pallido e con occhio torvo un suo compagno di latte». Il nesso dal pensiero di Agostino sull’antagonismo competitivo in culla al pensiero neoliberista mi sembra chiaro: competitività, competizione, antagonismo, concorrenza, secondo questa credenza, sono innati sia nel mondo animale che nella specie umana. Difficile sfuggire a questa mistificazione mainstream. E come ben sappiamo sono relativamente poche le persone che hanno una vitalità sufficiente per resistere a questo pensiero onnipresente ed egemonico. Come d’altronde è difficile sostenere il peso della realtà intera… ma visto che siamo nati…» Barbara Armigliato e G.C. Zanon, Siediti. È festa: la tua vita è in tavola

    Le ricette etiche ed ecogastronomiche dei BarbaGian. Edizione autoprodotta 2024 . Castiglione delle Stiviere; p.36.

    (8)«E maturò il pensiero che il rapporto interumano era vero se ognuno tendeva a realizzare la propria identità quando, anche senza rendersi conto, si muoveva verso l’altro per determinare o favorirne la realizzazione». Massimo Fagioli, Left n.25 2013

    (9)«Del resto l’Heidegger che considera l’etica come tema filosofico di scarsa importanza e che rifiuta di dare il più piccolo interesse alla funzione degli ideali e dei valori nell’edificazione della soggettività – poiché dare valore significa soggettivazione e questo comporta il più grande oltraggio all’Essere – è anche quello che identifica il soggetto con la morte stessa, da cui trarre una agghiacciante grandezza, (…)» pagina 109

    (10)Angelo D’Orsi, Catastrofe neoliberista- Il regime che ha devastato le nostre vite (L.A.D. edizioni – 2025) Vedi anche il terzo capitolo di Cannibali, la distopia neoliberista sul Blog I giorni e le notti: https://www.igiornielenotti.it/cannibali-la-distopia-neoliberista-terzo-capitolo/

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