• Natacha Appanah: lo stormire della memoria – Recensione

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    di Gian Carlo Zanon

    «Me dijiste solo lo frágil permanece, y yo te creí porque de cierto modo me gusta creer que lo flexible, lo pequeño, lo insignificante vence de algún modo sobre lo rígido, lo grande, lo importante… sólo eso y sólo por eso, cuando me lo dijiste pensé: Sí, sólo lo verdaderamente frágil permanece».

    Alejandra Pizarnik

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    Natacha Appanah è nata nel 1973 a Mauritius da una famiglia di immigrati di origini indiane. Cresce parlando il creolo mauriziano e scrivendo nella lingua dei colonizzatori: il francese. Inizia la carriera letteraria lavorando a Mauritius come giornalista. Dal 1988 vive e lavora in Francia proseguendo la sua attività di giornalista e scrivendo poesie. È anche autrice di quattro romanzi pubblicati in Francia e tradotti in numerose lingue.

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    La mia lettura di La memoria fragile di Natacha Appanah, segue quella di Kolkoz di Emmanuel Carrère. Due autobiografie che rimandano alla trilogia autobiografica Il labirinto del mondo di Marguerite Yourcenar, ma anche alla poetica del premio Nobel Annie Ernaux incentrata sulla sua autobiografia e a romanzi famosi come L’amante di Marguerite Duras. Tanto per citare alcuni autori che scrivono in francese.

    Queste biografie, più o meno romanzate, hanno in comune la stretta unità tra il tratto strettamente personale, il tratto storico e quello sentimentale, ovvero universale.

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    Per quanto riguarda l’aspetto intimo Natacha Appanah scende nel profondo usando le immagini degli affetti. Questa potrebbe essere una caratteristica dell’epica indù, ossia un modo di narrare di sé, o dei personaggi di un romanzo, che ritroviamo per esempio nel romanzo di Arundhati Roy, Il dio delle piccole cose e ne I figli e della mezzanotte di Salman Rushdie. Un modo di raccontare estremamente personale in cui ogni senso corporale: odori, sapori, suoni, immagini, il senso del tatto, (memoria inconscia di un’esistenza non ancora umana del contatto con il liquido amniotico e primi mesi di vita quando le sensazioni fisiche e quelle psichiche sono estremamente fuse insieme)fanno parte integrante della struttura narrativa. Nulla a che vedere con la madeleine della recherche proustiana che è molto più cervellotica.

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    Mi piace molto il concetto di memoria fragile del titolo e il modo in cui viene raffigurata: lo stormo degli uccelli che disegna nel cielo immagini cangianti, mutevoli, liquide.

    Si, perché la memoria, come dice la citazione posta nella prima pagina dell’autobiografia di Appanah, «è una scelta» una scelta inconscia che scompone ricompone il ricordo. Certamente è fragile… ma come scriveva la poetessa argentina Alejandra Pizarnik «solo ciò che veramente fragile permane».

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    La memoria fragile di Nathacha Appanah è quindi un racconto intimo ed epico che ripercorre la storia della sua famiglia emigrata dall’India per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero a Mauritius nel 1872. L’autrice indaga il significato universale delle migrazioni, del dolore che comportano fatto di umiliazioni, schiavitù fisica e psicologica, di sfruttamento, di rabbia da cui è difficile separarsi. Lo vediamo ogni giorno.

    Il libro fonde la ricerca genealogica con una riflessione più ampia sulle radici, sul colonialismo e sull’identità. Identità umana, parola fondamentale in questa biografia in cui si narrano le modalità con cui questa viene difesa attraverso religione, riti, costumi, abbigliamento, norme tribali non scritte.

    Utilizzando un suono poetico, l’autrice cerca di ricostruire trama e ordito della sua discendenza, tessendo i fili invisibili che legano le generazioni passate a quelle presenti.

    Se vogliamo l’autobiografia narra, prima di ogni altra cosa il legame che intercorre sempre e comunque fra la propria genealogia e, cito Yourcenar, «l’essere che io chiamo me». Questo legame rappresenta il tentativo, inconscio, di tener salda la propria identità, evocando nella memoria ciò che l’ha resa ciò che è. E Natacha Appanah fa proprio questo ma anche di più perché il suo è anche un modo per elaborare separazioni e quindi anche i lutti, le separazioni.

    Questo testo autobiografico, in modo più o meno cosciente, rappresenta i riti di passaggio tra uno stato dell’essere e un altro: nascita, svezzamento, visione dell’altro diverso da sé, rapporto con l’altro diverso da sé, morte.

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    Memoria dell’esperienza vissuta

    La memoria è contenuto essenziale della realtà umana: pensiamo per esempio a chi, per una malattia o quant’altro, perdendo la memoria perde la propria essenza umana: l’essere non c’è più… evapora. La memoria, è il principio dell’essere: la fantasia ricordo del vissuto cutaneo omeostatico è ciò che permette al neonato di cercare il rapporto con l’altro da sé con la certezza/speranza che esista un seno psichico. Fantasia ricordo che andrà poi a svolgere un ruolo primario nella ricerca e nella realizzazione del rapporto con l’altro da sé.

    La memoria è selettiva e in divenire, segue il farsi della persona che in ogni istante diviene altro. Per cui se prima un accadimento veniva pensato in un modo, poi viene pensato in un altro. Poche cose, sfumature che però cambiano la complessità del mosaico mnemonico.

    È per questa ragione che nella memoria entra in gioco anche la capacità di immaginare che diventa il collante per ricreare, ogni volta, l’immagine musiva della propria esistenza.

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    Nella biografia di Natacha Appanah, si nota per esempio una differenza sostanziale tra lei, che vive la ritualità della sua gente con una visione antropologica e gli immigrati, a lei consanguinei, che vivono il rito come difesa della propria identità di appartenenza senza la quale la loro identità umana viene messa a repentaglio, in crisi. Vedi l’isolamento del nonno che vive la lontananza coatta come dramma identitario e lacerazione irrisolvibile. 

    Anche il linguaggio – che è uno strumento sia per identificarsi dalla lingua “del padrone” sia per identificarsi con il linguaggio degli affetti – viene messo in crisi e ricreato utilizzando il creolo ovvero distorcendo la lingua imposta dai padroni, con il proprio linguaggio verbale identitario.

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    L’autrice parla dei silenzi e delle “bocche chiuse” sui tabù familiari e tribali… le umiliazioni non si raccontano, si annulla l’indicibile… ricordo che per decenni nessuno narrò dei campi di concentramento nazisti…

    Quindi la memoria non è ciò che rimane del ricordo, ma è elaborazione e narrazione intima dei ricordi che nelle narrazioni si sfanno e si rifanno come le forme che creano gli stormi degli uccelli in volo. 

    Natacha Appanah, racconta anche della sua frattura geografica che mette in pericolo i ricordi. Ricordi che riannoda sapientemente nella sua memoria inconscia per far sì che non vengano inghiottiti dall’oblio, vanificando così la propria esistenza umana.

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    20 agosto 2026

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