• la SOGLIA

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    di Gian Carlo Zanon

    Volete veramente capire cosa sta accadendo e cosa accadrà se la visione della realtà rimane alterata a causa della propaganda mainstream politica e mediatica? Per capirne di più inizierei dalla lettura della letteratura distopica. Perché? Ma perché la letteratura distopica ha la possibilità di svelare la realtà, prossima/ventura, fingendosi finzione romanzesca. La parola fiction quindi è quanto mai azzeccata per definire la letteratura distopica. Ma perché dovremmo – scusate il plurale maiestatis – affidarci alla fiction distopica per capire la realtà?

    Per un motivo tanto semplice quanto assurdamente complicato: chi fa cronaca – intesa solo come comunicare ciò che riguarda il tempo presente o “adiacente” –  sembra avere in sé una soglia censoria che gli impedisce di andare oltre limiti che egli, in quel dato momento, consciamente o inconsciamente, ha stabilito. Questo non vale solo per chi scientemente fa propaganda di ogni genere, ma anche per chi fa giornalismo, chi fa comunicazioni politiche, chi scrive saggi di ogni genere.

    Andando ancora oltre, la soglia oltre la quale non si va esiste anche nei rapporti interumani privati in cui ogni volta si sceglie di non dire a una determinata persona – o in un determinato momento – ciò che pensiamo veramente. Non sempre nel privato prossimo queste dinamiche assumono aspetti negativi, ma queste camere stagne, coscienti e inconsce, nascono e si cronicizzano proprio nei rapporti primari.

    La dinamica della menzogna a volte si è così incancrenita che sviluppa ciò che gli psichiatri chiamano pseudologia fantastica: l’individuo che ne soffre fa sue, come fossero state vissute, le esperienze che inventa di sana pianta. In questi casi estremi le menzogne si trasformano in fatti o pensieri realmente vissuti: si mente pensando di dire ciò che è vero, reale. Si dicono bugie pensando veramente in ciò che si dice.

    Questa dinamica la vediamo ogni santo giorno quando ci chiediamo se il tale politico che mente spudoratamente senza batter ciglio, creda veramente a ciò che afferma o se sa di mentire.

    Il caso delle dichiarazioni di Trump e del suo entourage sugli omicidi di Renee Good e Alex Pretti, è emblematico.

    Tutto ciò però è solo la punta di un iceberg di questo universale fenomeno di censura individuale a cui però sfugge la fiction letteraria.

    Di questa dinamica ci si può rendere conto una volta che – magari facendo una ricerca seria sulla propria realtà psichica – si arriva a un livello umanamente sostenibile di onestà intellettuale che ci permette di spostare quella soglia censoria ai confini estremi del nostro essere faticosamente conquistati a forza di dolorose separazioni. Si perché le separazioni, se si vuole dire la verità intera sulla realtà che abbiamo dentro di noi, è necessario metterle in conto.

    Me ne accorgo ogni volta che, tanto per fare un esempio, mi ritrovo a parlare della cosiddetta sinistra italica. Ecco in quei casi, una volta mitigata l’incazzatura, mi chiedo: ma possibile che questi compagni, che certamente sono delle persone intelligenti, non riescano a vedere la realtà umana di questi politici senza onore, che si atteggiano a “sinistri” ma che certamente mentono sapendo di mentire? Qual è la soglia della loro onestà intellettuale? E quella del loro coraggio?

    A tutto ciò sfuggono gli scrittori del genere fantascientifico/distopico con i loro romanzi. Ne cito alcuni che dimostrano come la capacità di percepire profondamente la realtà possa essere poi detta, affermata più facilmente attraverso il nascondimento letterario: Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, Arancia Meccanica di Anthony Burgess, 1984 di George Orwell, Il mondo nuovo di Aldous Huxley, Cecità di José Saramago, Minority report e Tempo fuor di sesto di Philip K. Dick.

    Ebbene ognuno di questi romanzi trovano nella realtà odierna la loro realizzazione:

    Fahrenheit 451 anticipa la volontà di distruzione della cultura che oggi stiamo vivendo;

    Arancia Meccanica narra la possibilità di nascondere la propria violenza entrando a far parte delle istituzioni in cui l’uso della forza è consentita;

    1984 è il modello sociale di controllo totale già presente;

    Il mondo nuovo con i suoi individui Alfa, Beta, eccetera, della scala sociale prestabilita in provetta, ha anticipato un futuro diventato presente.

    Cecità non ha fatto altro che dimostrare la cecità, alias anaffettività, della stragrande maggioranza delle persone che, a vario livello, riescono ad annullare (non vedere) il baratro di disumanità che si sta via via sempre più avvicinando;

    Tempo fuor di sesto, di Philip K. Dick, mostra come troppa gente viva la propria esistenza in un teatro in cui recita la propria parte come se fosse un destino;

    Minority report  anticipa ciò che è accaduto solo ieri con l’idea del Governo di introdurre un decreto in cui si delinea un “fermo preventivo” che cancellerebbe i crimini grazie a un sistema chiamato Precrimine. Nel romanzo di Philip Dick basandosi sulle premonizioni di tre individui detti Precog, una ragazza e due gemelli, (la premiata ditta Mellon-Salvin-Tajan&Company?) la polizia riesce a impedire i delitti prima che avvengano e ad arrestarne i potenziali “colpevoli”. In questo modo non viene punito il fatto – che non avviene –, bensì l’intenzione di compierlo. Distopia reale?

    Ebbene questi scrittori erano ben coscienti di ciò che sarebbe capitato all’umanità non perché fossero veggenti ma perché riuscivano a dedurre, guardando senza chiudere gli occhi la realtà e le conseguenze da ciò che già avvertivano.

    Pare che Philip stesse facendo una ricerca sulla differenza tra idios kosmos e koinos kosmos. Idios kosmos è l’idea che ognuno di noi ha della realtà ontologica;  koinos kosmos invece è l’universo oggettivo, ossia ciò che è oggettivamente. Tutta la sua produzione letteraria sarà poi una variazione su questo tema.

    Anche tra le persone che incontro abitualmente, vige  la soglia di cui parlavo prima: ognuno vive secondo il proprio idios kosmos, ovvero la particolare visione del mondo soggettiva che nella loro koinè diveniva un koinos kosmos, ovvero una realtà oggettiva convenzionale, ma anche un “contratto di confine” tacitamente e inconsciamente stipulato… tutto ciò pur di avere un ambiente amicale stabile in cui continuare le loro relazioni… relazioni in cui esiste un ambito relazionale, tacitamente stabilito, con un centro e una periferia ma con una soglia insuperabile pena la fine di rapporti… spesso perenni.   

    A qualcuno pare strana questa modalità grazie alla quale abitualmente si stabiliscono rapporti interumani? Io non direi. Anzi direi che questa è prassi sociale comune: ognuno di noi ha un mondo proprio, privato, la propria visione del mondo più o meno profonda, più o meno superficiale, che si contrapporrebbe alla visione degli altri creando conflitti, se le convenzioni sociali non ci imponessero «una sorta di finzione diplomatica, un minimo comune denominatore tra il mio ideos kosmos e quello del miei vicini». «Ma – scrive Emmanuel Carrère ricordando ciò che pensava Philip K. Disk, – il koinos kosmos – inteso come mondo oggettivo – propriamente parlando, non esiste».

    Per una personalità paranoide, come quella di Philip Dick, il salto da questo assunto, parzialmente condivisibile, alla conseguente considerazione: «Ciò che le persone sensate, indipendentemente dalla varietà delle percezioni e delle interpretazioni, considerano di comune accordo realtà non è che un’illusione, un simulacro (…)  Quella che chiamiamo realtà non è la realtà». O quantomeno è una verità parziale dovuta a una soglia di sbarramento psichica.

    9 febbraio 2026

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