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di Gian Carlo Zanon
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«Circe – Molti nomi mi diede Odisseo stando sul mio letto. Ogni volta era un nome. Dapprincipio fu come il grido della bestia, di un maiale o del lupo, ma lui stesso a poco a poco si accorse ch’eran sillabe di una sola parola. Mi ha chiamata coi nomi di tutte le dee, delle nostre sorelle, coi nomi della madre, delle cose della vita. Era come una lotta con me, con la sorte. Voleva chiamarmi, tenermi, farmi mortale. Voleva spezzare qualcosa. Intelligenza e coraggio ci mise – ne aveva – ma non seppe sorridere mai. Non seppe mai cos’è il sorriso degli dei – di noi che sappiamo il destino.»
Da dialoghi con Leucò di Cesare Pavese – https://www.igiornielenotti.it/cesare-pavese-le-streghe…/
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Difficile avvicinarsi al mito, difficile farlo con la leggerezza di Pavese nei Dialoghi con Leucò. Difficile invadere questo mondo leggendario intuendo il senso e la portata poetico-conoscitiva della mitologia: dalla notte dei tempi gli esseri umani hanno fatto esperienza del reale attraverso le narrazioni. Nolan, come facevano gli aedi, ha creato una propria narrazione attingendo al mito di Odisseo, lo ha ammantato, più o meno consapevolmente, con la propria poetica.
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A mio giudizio il film di Nolan è un ottimo “adattamento” del mito elaborato da Omero o da chi per lui. Aggiungo che l’assurda pretesa di fedeltà al testo omerico, è risibile.
Ho letto alcune recensioni e le relative interpretazioni su questa pellicola, e, banalmente, mi rendo conto che ogni spettatore ha vissuto la visione attraverso i propri filtri cognitivi, interpretativi. Tutto sta nel modo in cui nel corso degli anni ogni spettatore ha pensato alla realtà umana di Odisseo.
Per esempio come è stato interpretato quell’aggettivo, πολύτροπον? Con “Ricco di astuzie” che gli sono servite, come scritto, nel verso successivo, a distruggere Troia e quindi a far strage degli abitanti bambini compresi, a violentare le donne, rendere in schiavitù i sopravvissuti?
Potremmo tradurre oggi πολύτροπον con “capace di una raffinata ragione utilitaristica”. Avremmo quindi un essere umano che anziché pensare umanamente calcola seguendo il proprio tornaconto personale? Forse sì visto che al quarto e quinto verso si dice «molti dolori patì in cuore sul mare, lottando per la sua vita e pel ritorno dai suoi». La propria vita, quella dei suoi… e gli altri?
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Secondo Fausto Codino l’Odissea segna il tramonto dell’età eroica in cui i comportamenti degli eroi – presenti nell’Iliade – non seguono la ragione ma, nel bene e nel male, la loro realtà irrazionale, il dettato del proprio daìmon.
Odisseo no. Lui ragiona, calcola, crea inganni, astuzie. Ragiona in modo utilitaristico forse Achille? Calcola? Crea inganni? No. È l’ira che muove il suo comportamento.
Visto con occhi umanistici, l’Odisseo del poema allora sarebbe l’antieroe, il suo prototipo, il prototipo dell’homo oeconomicus… ma l’homo oeconomicus è l’eroe contemporaneo, che si eleva sugli “sfigati” grazie alla sua arete, ovvero – come scrive Mario Vegetti nel suo saggio L’etica degli antichi – la virtù eroica che è «la capacità di esercitare violenza» per prevalere.
Ma l’homo oeconomicus di fatto si rivela come lo stolido/anaffettivo che vede la striscia di Gaza come una possibile fonte di guadagni… e allora come la mettiamo? Questione “omerica” molto complessa che rimando al saggio di Codino, ma anche alla coscienza di ognuno.
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Ecco, mentre scrivo sto pensando che, come ho già detto, ognuno giudica l’Odisseo del poema secondo il proprio giudizio etico dettato dalla propria realtà umana e lo proietta nel film. Ebbene lo fa anche Nolan, che fa di Odisseo un eroe dal pensiero complesso, non più ebbro di hubris, la inumana tracotanza che acceca e annulla la realtà umana altrui: l’Odisseo di Nolan è un uomo che deve partire per la guerra altrimenti Agamennone ucciderà la sua famiglia e distruggerà Itaca. È un essere umano che pensa a come salvare gli altri, i suoi uomini, Telemaco, anche quando il suo gesto lo potrebbe rovinare, lo potrebbe portare alla morte.
Nell’Odissea questo non è evidente ma tutto ciò c’è nel mito da cui i cantori dell’Odissea hanno attinto: «(…) Agamennone si recò a Itaca, dove gli fu assai difficile persuadere Odisseo a unirsi alla spedizione. (…) Si finse dunque pazzo e Agamennone, Menelao e Palamede lo trovarono che arava un campo pungolando un bue e un asino aggiogati insieme e gettandosi dietro le spalle manciate di sale. (…) Palamede strappò il piccolo Telemaco dalle braccia della madre e lo posò per terra dinanzi agli animali aggiogati all’aratro. Odisseo subito tirò le redini per non uccidere il suo unico figlio e, dimostrando così di essere sano di mente, fu costretto a partecipare alla spedizione. » Robert Graves, I miti greci.
Il regista quindi crea un Odisseo più aderente al mito originario, con una realtà umana assolutamente diversa da quella canonica. Egli ricrea l’eroe, ovvero colui che si riappropria del rapporto interumano, torna al rapporto con la realtà umana degli altri. E lo fa dopo essersi macchiato di delitti senza fine di cui sente il peso dei sensi di colpa che le Erinni gli strillano nella mente. Lui non sorride mai!
Nolan ne fa un eroe moderno che nulla ha a che vedere con l’etica degli antichi, narrata nei poemi omerici, basata sulla supremazia del più forte sul più debole; un eroe che, in dieci anni di guerra al servizio coatto di Agamennone, ha perduto non l’oikos famigliare che gli dava una illusoria identità di appartenenza, ma ha perduto la propria identità umana. Come potrebbe un essere umano uscire immune da tanto orrore a cominciare dal sacrificio di Ifigenia? Così – nel film di Nolan – il suo nostos, si differenzia dagli altri nostoi: il suo ritorno diventa una serie di prove, una serie di riti di passaggio etici fatti di fatiche, di scelte dolorose, attraverso le quali egli riesce a differenziarsi da coloro che periscono perché non elaborano l’orrore.
Anche il finale, che a prima vista non mi era piaciuto, rientra in questa logica. Lui va a separarsi simbolicamente dai morti onorandoli… e lì c’è Antigone, lì c’è L’arpa birmana.
Il film mantiene una forte e costante tensione narrativa creata anche dai suoni che accompagnano la visione. Una cosa su tutte, le protagoniste, persino Circe, ne escono bene. Una perla è la rivendicazione del governo di Itaca da parte di Penelope che ci riporta a ciò che scrisse Bachofen nel suo saggio sul matriarcato: «ma come ho governato Itaca per diciotto anni e voi dite che una donna non può governare?».
Sì, sicuramente l’identità delle immagini femminili, Clitennestra, Elena, Calipso, Penelope, vengono valorizzate ed emergono meglio di quelle maschili. Ma per vedere tutto ciò è necessario un filtro adeguato… chi compilò i canti mitici creando l’Odissea, certamente vedeva in Odisseo un eroe a tutto tondo senza dubbi esistenziali. Ma, come scrisse Sergio Givone nella sua introduzione ai Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese « (…) il mito è, nello stesso tempo, qualcosa di necessario e di impossibile. Necessario perché è la sostanza stessa della nostra vita, che non è mai vita naturale e immediata ma sempre implica un investimento di senso …» E Nolan ha dato un nuovo senso a Odisseo.
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Qualcuno potrebbe obiettare che non si può trattare il mito di Odisseo con categorie etiche e psicologiche strettamente contemporanee, facendo nessi con l’umanesimo… ma in realtà gli affetti, l’odio, il desiderio, le pulsioni inconsce, ora come allora sono identiche, universali, atemporali. Ciò che cambia è la sovrastruttura culturale, sociale, antropologica, religiosa. I sensi di colpa che prova Oreste, – rappresentati dalle Erinni – sono gli stessi che prova Odisseo, che prova ogni essere umano contemporaneo rimasto umano. L’elaborazione del lutto di Antigone è lo stesso dell’Odisseo di Nolan perché si rifà alla separazione, ossia al vissuto inconscio che come ho già scritto è atemporale, universale, varca ogni confine tracciato dagli uomini per tentare di identificarsi dagli “altri”.
Se Euripide si permette di sconvolgere la trama della tragedia degli Atrei negando la morte di Ifigenia (Efigenia in Auilide e Ifigenia in Tauride) e spezzando così il senso del mito, perché Nolan non si può permettere di dare uno spessore identitario diverso da quello canonico a Odisseo? Qualche filologo me lo vuole spiegare?
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«Quando ti metterai in viaggio per Itaca/devi augurarti che la strada sia lunga/fertile in avventure e in esperienze./I Lestrigoni o i Ciclopi/o la furia di Nettuno non temere:/
non sarà questo il genere di incontri/se il pensiero resta alto e un sentimento/fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo./In Ciclopi o Lestrigoni no certo,/né nell’irato Nettuno incapperai/
se non li porti dentro/se l’anima non te li mette contro.//Devi augurarti che la strada sia lunga,/
che i mattini d’estate siano tanti/quando nei porti – finalmente e con che gioia -/toccherai terra tu per la prima volta:/negli empori fenici indugia e acquista/madreperle coralli ebano e ambre,/tutta merce fina, e anche profumi/penetranti d’ogni sorta, più profumi/inebrianti che puoi,/va in molte città egizie/impara una quantità di cose dai dotti./Sempre devi avere in mente Itaca –/Raggiungerla sia il tuo pensiero costante.//Soprattutto, però, non affrettare il viaggio;/fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio/metta piede sull’isola, tu, ricco/dei tesori accumulati per strada/senza aspettarti ricchezze da Itaca.//Itaca ti ha dato il bel viaggio,/senza di lei mai ti saresti messo/in viaggio: che cos’altro ti aspetti?/E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso./Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso/già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare./»
Itaca (1911 – Konstantinos Kavafis
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22 luglio 2026
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La foto di copertina è stata presa dal film L’arpa birmana del 1956 diretto da Kon Ichikawa, basato su un romanzo per bambini omonimo di Michio Takeyama.
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