• Il “niente” e il monoteismo – Le parole che evocano l’Inesistente

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    I buchi neri dell’essere e la “creazione del nulla”

    Il “niente” e il monoteismo – Le parole che evocano l’Inesistente

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    di Gian Carlo Zanon

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    « […] una pulsione di annullamento nei riguardi della totalità dell’altro. L’uomo così accecato si riempie di odio e ucciderebbe […] se non si realizzasse […] un rapporto religioso con l’oggetto parziale circondato dal nulla che paralizza l’uomo […] è il rapporto con dio, ovvero con l’alone nero che circonda l’oggetto parziale»
    da “Teoria della nascita e castrazione umana” di Massimo Fagioli, 1974

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    Non dovrebbe essere poi tanto difficile annodare insieme il fili della ricerca sui concetti “dio/niente/vuoto/nulla/non essere” e quelli dell’essenza del monoteismo. Simbolicamente, se il monoteismo è una delle trame della religiosità,  il “sentimento dell’insistenza”, creato in  hominis mens, è l’ordito che completa questo sistema di pensiero teo-filosofico.

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    Il primo pensiero che sia affaccia alla mente, e che trascrivo nel diario, è: non esistono porte stagne tra religione animistica, politeismo e monoteismo. La costruzione dei sistemi teologici è – come per le favole e i miti – per sua natura continuamente in fieri.

    L’idea del purgatorio, per esempio, venne definita a partire dal Concilio di Lione del 1274 e spirò nel 2011. Il purgatorio, inteso come luogo fisico in cui i peccatori vengono “purgati” dai loro peccati a suon di preghiere prima di poter varcare le porte del paradiso, venne confermato definitivamente nel Concilio di Trento nel 1563.

    Questa favoletta per poveri dementi fu rifiutata da Lutero già nella decima delle sue 95 tesi, «Agiscono male e con ignoranza quei sacerdoti, i quali riservano penitenze canoniche per il purgatorio ai moribondi». Dopo cinque secoli è stata definitivamente abolita da Ratzinger nell’epoca in cui era ancora papa re regnante.

    Come dire: ciò che il pensiero religioso crea dal niente ritorna al niente. Il nulla con cui sono composte queste favole se da una parte è ben modellabile dall’altra è evanescente come l’inesistente vestito d’oro del re della favola. Basta dire “ma il re è nudo” e l’illusione scompare. Ciò che rimane è soprattutto la violenza criminale con cui vengono imposte queste favolette soprattutto dalle religioni monoteiste.

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    Certo è che, da un certo punto di vista, l’animismo è psichicamente più congruo perché legato alle conoscenze contingenti. (1)
    Il pensiero animistico cerca di spiegare i fenomeni e le cause dei fenomeni intesi nella sua accezione primaria, cioè come “ciò che appare o si sente col corpo”.  Partendo dalle conoscenze esistenti in quel periodo storico ci si chiede cosa fa crescere un albero o fa irrompere nel corpo il desiderio? Da cosa o da chi scaturisce il fulmine e da cosa o da chi nasce il vento? Pensieri normali e curiosità che rendevano palesi “carenze di conoscenza” le quali “venivano sanate” donando un’anima/contenuto a ciò che aveva un movimento percepibile anche con il semplice sentire psico-fisico.

     

    1 presocratici

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    I primi filosofi naturalisti, Talete, Anassimandro, Anassimene, tentarono di spiegare i fenomeni della natura e l’arché – il principio di tutte le cose – in modo scientifico. Non tennero conto però di ciò che era interno all’uomo. Il suo sentire inconscio, il suo pensiero notturno, i suoi moti interiori. Per i primi filosofi naturalisti tutto ciò che riguardava direttamente ciò che oggi definiamo realtà umana immateriale era “inesistente”. Forse è questo il peccato capitale della nascita della filosofia che potrebbe indicare le cause del suo fallimento.
    I Presocratici “inventarono” il logos cioè dovettero usare un linguaggio scientifico, e quindi astratto, che escludeva il linguaggio delle immagini, e il mondo popolato da “essenze/entità” invisibili ma reali. (2)

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    Nel frattempo la religione animistica lentamente cedeva il posto al politeismo, più funzionale al governo delle nascenti polis. Poi Platone, creando la metafisica, cioè un pensiero trascendente, ed onnipotente, che poteva fare a meno dei dati empirici della realtà e dell’esperienza conoscitiva, aprì la strada al “monoteismo creativo”.

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    Come dimostrò l’antropologo Ernesto de Martino, il pensiero magico/religioso, che affonda le sue radici nell’alienazione religiosa, continuò per la sua strada secondaria, e tuttora continua a muoversi in modo indipendente dalle religioni ufficiali creando tanti sincretismi religiosi quanti sono i credenti: essendo il pensiero religioso incardinato nell’alienazione religiosa di ogni singolo credente, ogni individuo la propria idea del divino se la crea a propria immagine e somiglianza. Il sincretismo – in continuo divenire – nasce dall’incontro tra l’elemento culturale/dottrinario del milieu d’appartenenza e la realtà umana del credente. (leggi qui)

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    A conferma di questa tesi, posso dire che la nascente Riforma protestante eliminò i culti della Madonna e dei santi ritenendoli idolatri in quanto questi, per il sistema teologico luterano, altro non erano che una riedizione riveduta e corretta degli dei del pantheon politeista.

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    Come si può vedere le credenze magico/religiose e le religioni ufficiali percorrono una strada parallela contaminandosi vicendevolmente. Pensiamo ad esempio ai fenomeni di Padre Pio e di Lourdes in cui il magico viene assunto dalla chiesa Cattolica per i propri scopi; oppure, viceversa,
    al Candomblé, la religione afrobrasiliana tuttora praticata prevalentemente in Africa e in Brasile in cui elementi del monoteismo cristiano sono stati mescolati al sistema religioso originario – proveniente da Nigeria, Togo, Congo – creando questa nuova religione in cui animismo, politeismo e monoteismo convivono in modo “assolutamente armonico”. Ciò che definiamo sommariamente animismo-politeismo, continua a convivere, in modo quasi invisibile, nel mondo contemporaneo ai margini delle religioni cosiddette ufficiali. Potremmo definire questi fenomeni come “infinite sfumature di religiosità privata”.

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    Nei sistemi filosofici religiosi pre-monoteisti, in cui la religione è ancora molto legata al magico, ma anche alle sensazioni corporee, l’homo religiosus rimane ancora ancorato all’“umano sentire”. Ben diversa invece è la religiosità mistica che attinge a “non umano” e cerca le tracce del divino non nell’essere ma nel “non essere”, nel “nulla”.

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    Finché siamo a livello di “a San Gennà famme sta grazia, che te costa ” e, al limite, del suo sangue che “miracolosamente” si liquefà , siamo ancora nel bel mezzo del mondo magico. Mondo magico che mantiene i contatti con la realtà umana, con l’esperienza, con il corpo, con la natura e i cicli della raccolta, con le crisi causate dagli “eventi di passaggio” dalla nascita, alla morte passando per il rapporto con il diverso da sé, ecc. ecc.. Nel pensiero magico il senso dell’esistenza è ancora legato al pensiero del divenire e il mondo è popolato dalla “presenza” dell’invisibile che ovviamente viene interpretato e definito religiosamente e magicamente. (i due termini sono sovrapponibili) Infatti il momento di rottura, rottura/scissione, che deve esser in qualche modo sanata, è definita da De Martino “crisi della presenza” in cui l’individuo sente la propria anima allontanarsi. Se non erro, in psichiatria, questo fenomeno viene definito “stupor catatonico”.

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    La mistica si dissocia radicalmente da tutto ciò. La “presenza” è il male, l’“assenza” il bene. Il mistico cerca e auspica per sé e per gli altri esseri umani la “purezza”, ovvero la completa scissione tra mente e corpo. Il corpo è sede del male la mente, prona alla credenza, la sede del bene. (3) (leggi anche il commento sottostante  di Fabio DP sulla mistica ebraica)

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    Platone sancirà questo “dualismo”: donando l’immortalità all’anima (psyché). Il filosofo greco stabilirà quindi il primato dell’anima immortale sul corpo mortale e corruttibile. La psiche platonica è distinta dal corpo in cui temporaneamente alberga. La psiche per Platone è immortale, poiché appartiene al mondo eterno e perfetto delle Idee. Prendendo a prestito le dottrine che provengono da oriente (metempsicosi/reincarnazione) afferma che se essa si corrompe nella sua vita terrena, è destinata a reincarnarsi in altri corpi mortali prima di ritornare purificata nell’iperuranico “mondo delle idee”. Favole.

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    Corrompersi per Platone e per la mistica trascendentale – che è un cardine dei tre monoteismi e derivati – significa lasciarsi andare alle passioni che risiedono nel corpo. Le passioni corrompono l’anima e la condannano ad un eterno peregrinare da un corpo ad un altro. Nella versione cattolica l’anima corrotta va direttamente all’inferno. Favole

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    Il mistico aspira al “nulla” (Heidegger); al “distacco” (Meister Eckhart); all’atarassia degli stoici, all’assenza, al nirvana e alla soppressione degli affetti legati al corpo e quindi altamente tossici per la mente. L’anaffettività è uno stato del non essere altamente auspicato dal mistico, ed insieme alle tecniche di sopportazione del dolore fisico e di mortificazione corporale, come digiuni, cilicio et similia, viene indotta nelle caserme, nelle scuole coraniche, dai rabbini durante la Torah, nei conventi di tutte le religioni e nei seminari cattolici. Tutti luoghi “omogender” ossia o “per soli uomini” o “per sole donne”. Il contatto tra i due sessi potrebbe provocare qualche rigurgito affettivo troppo coinvolgente.

     

    1cosmogoniaCosmogonia © 2010 Roberto Rebaudengo, Matthias Schnabel

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    Ecco qui che quasi senza rendermene conto sono entrato, partendo dalla ricerca sul nulla, in pieno monoteismo.

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    Copio gli attributi del dio monoteista cristiano “Inconoscibile”, “Ineffabile”, “Eterno”, Assoluto, Tenebra, “Alfa e Omega”, “Nulla divino”, “Immutabile” , “Infinito”. Oppure “Al-Khâliq” (Il Creatore e Al-Muqtadir (L’Onnipotente) che sono solo due dei novantanove nomi di Allah). Infine le espressioni linguistiche ebraiche “Hu” (Lui stesso), “Jahvè” (Il Nome). E rileggendo mi rendo conto che in queste definizioni esiste una sinonimia con la parola “Nulla”.

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    In un articolo apparso sul Il Sole-24 Ore il 9 maggio 1999 il cardinale Gianfranco Ravasi, parlando del mistico Meister Eckhart – quello del “distacco” per intenderci – scriveva «Un pensiero “pericoloso”, dunque, – (quello di Meister Eckhart ) ma assolutamente affascinante, sempre attestato alla frontiera estrema ove le verità rifulgono di luce accecante che può assomigliare a tenebra, sempre in bilico su un crinale tagliente ove col versante dell’essere scoscende dall’altra parte quello del nulla.» ed è chiaro che il pensiero del mistico tedesco era rivolto al dio monoteista: «È luminoso e chiaro, / è completa tenebra, / è senza nome, / è sconosciuto, / senza inizio né fine, / se ne sta in pace, / nudo, senza veste».
    L’innominato è das Unbewusste (L’Inconoscibile) come ripete più volte Conrad nel suo Lord Jim. Ma  nulla di esistente è per definizione “inconoscibile” , semmai è “non ancora conosciuto”, … se esistesse il “Nulla” sarebbe Inconoscibile … se.

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    Dalle pagine del Diario del 7 ottobre 2015

    Leggi qui le pagine del Diario che precedono

    Monoteismo : articoli correlati

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    Il 16 ottobre 2015 Teresa Cortellese ha inviato a Segnalazioni alcuni brani del libro estratti da Gershom Scholem, Lo Zòhar (Sèfer ha-Zòhar, o “libro dello splendore”), in cui viene evidenziato il concetto di Nulla:

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    «Ayin (in ebraico: אַיִן‎?, trad. “nulla”, correlato a Ain- “non”) è un importante concetto della Cabala e della filosofia chassidica: dalla prospettiva Divina, la Creazione avviene “Ayin me-Yesh” (“Nulla dall’Essere”), poiché solo Dio possiede esistenza assoluta; la Creazione è dipendente dal flusso continuo della vitalità Divina, senza la quale ritornerebbe nel Nulla». (leggi anche il commento di Fabio DP postato qui di seguito)

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    Continua a leggere qui su Segnalazioni

    Note:

    (1)«Nel mondo greco la natura era popolata da dei e semidei. La violenza era, forse, meno decisa nei riguardi della realtà umana.»
    Massimo Fagioli, Left, 3 ottobre 2015

    (2)«Anche se non era genialità perché si vedono, nelle figure pensate, ricordi coscienti, è noto che con il monoteismo le immagini sono eliminate. La chiamano idolatria»
    Massimo Fagioli, Left, 3 ottobre 2015

    (3)È ciò che Heidegger definirà “essere per la morte”. Vale a dire: si è solo se non si è o se si assume di non essere.

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    P.S. Questa ricerca deve considerarsi semplicemente come “appunti di un Diario personale” in cui vengono trascritti pensieri – in divenire perché in rapporto con altre ricerche in corso – intorno alle parole “niente”, “nulla”, “mancanza” nel loro significato religioso. Queste espressioni verbali vengono comunemente usate dalla cultura occidentale – come da 40anni sottolinea lo psichiatra Massimo Fagioli nei suoi scritti – per definire una “mancanza originaria” o se preferite un “peccato originario” connaturato alla natura umana.
    Essendo la ricerca in fieri, nel corso del tempo potranno trovarsi all’interno del testo ulteriori citazioni e annotazioni segnalate con date posteriori alla prima pubblicazione del Diario.

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    • Affascinnate Ricerca.

    • L’articolo è indubbiamente molto interessante, ma vorrei far presente che, nello stesso libro di Scholem segnalato da Cortellesi (Le grandi correnti della mistica ebraica) e precisamente nella pagina successiva al brano segnalato, lo studioso tedesco, un antesignano degli studi sulla mistica ebraica, annotava:

      «In molti passi dello Zòhar (…) l’improvviso passaggio dal Nulla all’Essere è rappresentato con il simbolo del punto primordiale (…) già nella scuola di Gerona il principio dell’emanazione della “causa nascosta” è paragonato con il punto matematico, che col suo movimento genera la linea e la superficie (…) il punto primordiale – che risplende dal nulla – è il centro mistico intorno al quale si concentrano i processi della teogonia e della cosmogonia. Il punto che, in se stesso privo di dimensioni, sta tra il Nulla e l’Essere, serve così a rappresentare la “scaturigine dell’essere” (…) le stesse prime parole con le quali lo Zòhar introduce la sua interpretazione della storia della creazione descrivono, in maniera abbastanza fastosa, questo risplendere del punto originario, in questo caso veramente non dalla regione del nulla, ma da quella dell’eterea aura di Dio», p. 228

      Più oltre: «Un altro autore del XIV secolo, Yakòv ben Shèshet nel Meshiv devarìm nekchochìm «non parla direttamente di un “punto”, ma di una “sottilissima essenza, dalla quale comincia a svilupparsi e a estendersi la linea retta”», ivi, p. 252, nota 44.

      Nello stesso libro inoltre leggiamo: «Troviamo un netto contrasto, che pare abbastanza significativo per meritare di essere menzionato: la mistica non ebraica, nella quale l’ascesi sessuale era esaltata e propagandata come uno speciale valore, finiva col trasferire l’erotismo nella relazione di amore verso Dio; invece la mistica ebraica, che non apprezzava l’ascesi sessuale e non scorgeva nel matrimonio alcuna concessione all’imperfezione della carne finiva con lo scoprire il mistero del sesso in Dio stesso. Quindi i cabbalisti respinsero l’ascesi sessuale (…) così in questa nuova gnosi la conoscenza stessa acquistava una sublime qualità erotica», pp. 241-242

      Il rifiuto dell’ascetismo nell’ambito della Qabbalah è ampiamente attestato in numerosi studi. Tutt’altra cosa è l’ambito del chassidismo, cui si riferiva Paolo Zellini nel suo articolo, che è la forma più tarda (XVIII secolo) e marginale (Polonia-Ucraina-Lituania) del misticismo ebraico, ampiamente influenzata da quello cristiano tedesco (cioè Eckhart). Forse per questo un ambito ascetico quanto anche misogino e sessuofobico.

      Rimanendo alla Qabbalah medievale è significativo che parlare di un punto di pura luce, senza dimensione, che “sta tra il Nulla e l’Essere”, da cui si sviluppa una “linea” all’origine di tutte le cose e, nello stesso tempo, rifiutare l’annullamento della corporeità propria dell’ascetismo cristiano – di “tutta” la mistica cristiana – pone la parte preponderante del misticismo ebraico in una dimensione che sembrerebbe essere opposta a quella di Meister Eckhart, successivamente sviluppata da Heidegger.

      Ovviamente l’argomento è estremamente complesso – tutti e tre i monoteismi parlano di “creazione dal nulla” (ma non nella Bibbia, né nel Talmud né nel Corano), un concetto originariamente sviluppato in ambito cristiano nel II secolo, poi passato nella gnosi islamica e infine approdato anche nella Qabbalah ebraica – ma proprio per questa complessità appare necessario tenere presenti tutti i vari aspetti di culture molto sfaccettate e articolate e delle differenze fra di esse.

      Buon lavoro!

      • Grazie Fabio DP, sempre preziosissimi i tuoi interventi. Qui dentro c’è già “un mondo”. E’ chiaro che a “noi cristiani” la bibbia è giunta edulcorata. Avrei molte domande da porti ma questo non è il luogo adatto. Grazie ancora.

        GCZ

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