• Realtà parallele – La veggente

      0 commenti

    de-chirico-

    “Fu come se la complessità del mondo degli umani fosse svanita e con lei tutte le sfumature che costituiscono l’infinita gamma dell’essere. Rimaneva l’essenziale: il desiderio, l’odio, il dolore … e poco altro.”

    -

    «Chiamo oblio quella facoltà della memoria di rigettare nell’insensibile il ricordo di una sensazione calda e viva , di trasformare in rappresentazioni che hanno perso il loro potere inebriante e o atroce il ricordo dell’amore vivo, dell’amore di carne e di calore.» (Charlotte Delbo – Spettri miei compagni)

     -

    La veggente

    -

    Vi è mai capitato di trascorre un periodo in cui una strana sensibilità vi porta il dono della “veggenza”. Quel saper le cose senza vederle che avevate perduto da troppo tempo?  Ora è tornato .. è tornato. Succede: quel sesto senso, che sa afferrare le cose senza nome, riappare e “ti fa veggente”.

    Ma poi … che significa in fondo essere veggente se non avere il coraggio di decifrare la realtà e renderla nota a se stessi e, se è il caso, anche agli altri? Essere “veggente” significa “vedere” ciò che si nasconde tra le pieghe del reale … anche se a volte si deve sopportare l’infamia pur rifiutandola. A volte significa anche rimanere soli con la verità chiusa in un scrigno da cui si sprigiona l’aspro afrore dell’esistente intero.

     -

    Ormai da giorni sento che “quella visione”, per troppo tempo rinnegata, sta riemergendo. Quel vedere che si impossessa del tuo sguardo che avevi bendato … e per mentire ancora dovresti fare ancora compromessi con … con la memoria di te. Di te che sì mentivi, ma mai per fare male agli altri.

    Non so cos’è questo sentire. So che è uno strumento prezioso, che ho saputo serbare nello scrigno più inviolabile, nascosto in quella remota zona del corpo che chiamano mente.

    E sì, so che ci fu un tempo in cui questa estrema sensibilità non mi permetteva neppure di leggere, o di ascoltare nulla che fosse anche poco distante dalla verità. Quella verità vera che si sprigionava dai miei occhi e inspessiva e dava forma a cose a cui fino ad allora non avevo dato senso.

    Allora – come ora – mi rendevo conto di aver percorso, per un tempo che appariva infinito, un strada laterale a quella della verità. E se qualcosa vedevo ancora era perché a volte attraverso improvvisi varchi giungevano ancora suoni ed immagini … come quando giunti ad un angolo dell’isolato, girando il viso si scorgono, per pochi secondi, attimi di vita che scorrono nella strada immediatamente parallela …

    Ero stata tradita e non era mia la colpa se ora vedevo … vedevo individui strani … individui che, pur sapendo della loro appartenenza al genere umano, percepivo come involucri svuotati di senso. No, non giudicavo gli altri … è che non riuscivo a giudicare … perché era come se vivessi nella “città delle bilance false”.

    12

     -

    Fu come se la complessità del mondo degli umani fosse svanita e con lei tutte le sfumature che costituiscono l’infinita gamma dell’essere. Rimaneva l’essenziale: il desiderio, l’odio, il dolore … e poco altro. Oltre all’essenziale c’erano solo poche e isolate maschere trasparenti di una stravagante compagnia di attorucoli della Commedia dell’Arte che recitavano seguendo sempre il solito, miserrimo canovaccio.

    -

    Fu come se vedessi i banditori dei Padiglioni delle Meraviglie strillare alla folla che si assiepava davanti alle porte dell’ignoto «Venite! Affrettavi! Si va a cominciare. I commedianti, come ogni giorno, interpreteranno La commedia della vita. Una commedia antica che vi indica come intraprendere la vostra “commedia della vita” giocando il gioco delle parti . All’uscita non dimenticate di scegliere la vostra maschera prima di tornare a casa. Venite! Affrettatevi!»

    Allucinazioni? Deliri? No solo immaginazione. Tutto ciò fu causato, credo, dal tradimento di un’amica che per “divertirsi un po’” , così disse, aveva tentato, con successo, di sedurre il mio ragazzo.

    Intanto la Verità incalzava battendo all’ennesima porta che non voleva aprirsi. E quando dovevo rispondere al richiamo dei miei simili sentivo solo l’eco della mia voce che declamava un pensiero … un pensiero stereotipato che mi appariva come un semplice oggetto inanimato … erano cose in forma di parola che sbobinavo da un vecchio registratore ligio al suo dovere.

    In quei giorni poco rimase … ma non ci fu il deserto … intorno a me si aprirono spazi ampi attraverso i quali intravidi l’invisibile. Ne ho memoria.

    -

    Ricordo maschere trasparenti e volti … a volte mi impaurivo perché quei volti che si accampavano davanti ai miei occhi rimanevano senza mistero. Senza quel mistero che dà sapore alla vita.

    -

    E allora cercavo negli sguardi , nelle labbra, nei sorrisi qualcosa di sconosciuto che mi potesse affascinare ancora, ridarmi il mistero … ma nello stesso tempo temevo che, una volta svelato il mistero celato dietro due nere ciglia quel segreto mutasse la propria natura primaria e perdesse il suo incanto. E questo mi irritava.

    -

    Mi irritava perché sapevo che per troppo tempo avevo addomesticato il mio sentire e imposto il silenzio al mio corpo che ora riprendeva il sopravvento tornando alla naturalità tutta umana di vedere la profondità del reale e il suo rovescio invisibile. E la mia fame voleva saziarsi di realtà vera e non si accontentava di surrogati cha la imitavano. E questo mi dava dolore.

    -

    Scaraventata in poche ore in una realtà che non avevo voluto vedere, stavo sola in un cantone del tempo …e mi leccavo le ferite. Era inutile cercare soccorso. Gridare “aiuto” inutile . Inutile perché nessuno, pensavo, poteva darmi ciò che mancava.

    -

    Rimaneva solo la certezza di essere stata molto amata, forse anche da chi non c’era più… e questo lo vivevo in modo discordante perché, se da una parte riempiva tutto il mio essere, dall’altra mi rendeva vulnerabile … ero così invaghita dalla necessità di assoluto che a volte mi sentivo ridicola … ogni tentativo di riprendere il controllo di me stessa mi procurava dolore perché sentivo che parti del mio mondo interiore franavano facendo dissolvere in nubi di polvere gli affetti che davano senso alla mia vita. Sapevo di dover ricomporre la realtà contro la disgregazione interiore causata dal credere solo a ciò che è annusabile, visibile, tastabile, udibile, odorabile, assaporabile.

    Ma per ricomporre la realtà vera dovevo sapere come e quando per un “accidente” avevo perduto tutti i riferimenti precedenti. Dovevo sapere perché vedevo i gesti di molti, di troppi, ridotti a esteriorità pneumatiche che non presupponevano un’interiorità umana. La sensazione di estraneità a ciò che mi circondava mi impediva di decifrare il quotidiano e dargli un senso.

    .

    Fu come se vivessi a lato della realtà e mi accanissi per dare forma e volume a ciò che percepivo come oggetti svuotati di umanità e quindi di senso.

    Quelli con cui, fino ai giorni che precedettero la “catastrofe”, – intesa come rivolgimento della verità – condividevo il quotidiano senza farmene un cruccio ora mi sembrano fantasmi con maschere trasparenti che impietose lasciano trasparire tutta la rozzezza … e la memoria privata di spessore tornava ad essere ricordo fotografico, piatto,  bidimensionale. E questo mi causava angoscia e sconforto.

    -

    Cosa mi mancava e cosa mi restava? Non lo sapevo. Non sapevo neppure quali fossero le priorità e non sapevo distinguere chiaramente i bisogni del corpo dalle istanze della mente perché queste ultime erano state fagocitate dai buchi neri della mancanza assoluta. Quella che non prevede il ritorno.

    -

    In quei giorni scelsi. Scelsi di scendere nell’Ade, il regno degli invisibili, per dare senso al dolore, per ricercare me stessa … e tornando con l’ombra della mia realtà umana perduta e ritrovata non mi voltai indietro per vedere se mi seguisse … poi ci fondemmo. E fummo di nuovo una sola. E un mattino riemersi dal sonno, dai sogni, e tutto ebbe un senso e tornò la molteplice profondità dello  sguardo.

    Ora sento che quel tempo sta ritornando. Ne vedo già le avanguardie … mi accorgo di abbassare lo sguardo quando, attraverso “maschere nude”, per un attimo vedo volti deformarsi mostrando il vero ritratto del loro artefice.

     -

    G.D.B.

    Dal mio diario alla data 10 maggio 2015

    -

    Realtà parallele articoli correlati

    -

    Scrivi un commento