• Ad mortem te Carlo Maria Martini

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    di Giulia De Baudi

     

    Ascoltatemi amici, concittadini del mondo… pensanti.

     

    Io vengo a seppellire Carlo Maria Martini non a lodarlo.

     

    Gli atti che l’uomo fa vivono oltre di lui.

     

    Il pensiero sovente, rimane sepolto con le sue ossa … e sia così di lui.

     

    Il nobile Sofri dalle pagine di Repubblica ci ha detto che egli credeva nella resurrezione o meglio nella redenzione dalla colpa e per questo compulsivamente visitava le carceri «Il cardinale Martini è stato, fin da giovane e poi sempre, un visitatore di carceri …» Gran merito a lui … se ciò fosse vero nella sua essenza. Non risulta che Martini abbia mai visitato per esempio le carceri dell’ESMA (Scuola di meccanica della Marina militare argentina) dove migliaia di giovani vennero torturati, violentati, prima di venire affidati ai cappellani militari che li accompagnavano agli aerei da dove venivano gettati nell’oceano. Ma probabilmente, per Martini, questi giovani essendo dei ‘rossi’ non avevano alcuna possibilità di redenzione.

     

    Ora io con il consenso dei pensanti vengo a parlarvi di Carlo Maria Martini  morto.

     

    Non era un ambizioso, dicono i giornalisti…  lo dice anche Scalfari e Scalfari è uomo d’onore: «Se n’è andato un padre che poteva anche essere un Papa alla guida della Chiesa». Una frase che ricorda il retore Antonio che commemora Cesare : «Si è anche vero che tutti voi mi avete visto alle feste dei Lupercali tre volte offrire a Cesare la corona di Re e Cesare tre volte rifiutarla. Era ambizione la sua?»

     

    Quindi Martini come Cesare rifiutò la corona di papa re: lo suggerisce Scalfari e Scalfari è un uomo d’onore. Si badi bene: rifiutò la corona come la ‘rifiutò’ Cesare.

     

    E tuttavia è anche Sofri ad affermare che egli non era ambizioso e Sofri, voi lo sapete, è uomo d’onore … condannato per omicidio del commissario Calabresi.

    Io non vengo qui a smentire Sofri ma soltanto a riferirvi quello che io so.

    L’umile Martini,  colui che, scrive Sofri: « accudisce un anziano povero irascibile e anticlericale » poi conosce «Karol Wojtyla che lo toglie all’accademia e lo manda, lui mai stato curato d’anime, arcivescovo a Milano, la più grande e delicata diocesi del mondo». Quindi un Martini che piace molto a Woytjla che piace molto all’amico Pinochet … un altro uomo d’onore. Quando si dice affinità elettive.

    Tutti voi, dice il nobile Sofri, avete visto i militanti di Prima Linea quando questi consegnarono il loro arsenale di armi in vescovado, «ed anche la decisione dell’arcivescovo di dare il battesimo ai due gemelli concepiti in un’aula di tribunale da due di quei militanti, che l’avevano chiesto». Che atti eroici. Ora questi atti vengono agiografati da giornalisti come il nobile Simone De Rosas che dal suo pulpito giornalistico afferma «Anche i terroristi si arresero all’uomo cui solo il Parkinson ha impedito di diventare Papa». E forse, aggiungo, anche il fatto che Ratzinger, essendo a capo della Gestapo vaticana, alias Sant’Uffizio,  conosceva i segreti di tutti i suoi concorrenti, e forse anche perché – noi lo sappiamo solo oggi – si stava già preparando il Quarto Reich tedesco in forma di egemonia economica. Che strane connessioni, saranno casuali?

    Anche un esponente del terrorismo degli anni ’70, il nobile armiere dei Comunisti Combattenti Rivoluzionari, Ernesto Balducchi, ricorda Martini quando in carcere insieme a lui ed ad altri brigatisti recitò un Padre nostro… che importa se poi andavano ad ammazzare i padri degli altri in carne ed ossa. Balducchi ricorda Martini come un sant’uomo, e Balducchi, condannato per banda armata, è un uomo d’onore.

    Tutti uomini d’onore … come il nobile Scalfari che ama talmente l’umanità da percepire i bambini esattamente come Agostino d’Ippona grande amico di un altro vescovo di Milano, Ambrogio «la bontà dei bambini non esiste. La predominante necessità d’ogni bambino è quella di conquistare il suo territorio, attirare su di sé l’attenzione di tutti, vincere tutte le gare, appropriarsi di tutto ciò che desidera. Togliendolo agli altri. Vincendo sugli altri. Sottomettendo gli altri». (Repubblica il 23 ottobre 2005).

     

    E così il nobile Scalfari, che ha queste idee ambrosiane sui bambini,- migrate poi nel credo freudiano –  ricorda amorevolmente il caro estinto della curia milanese che diceva frasi indimenticabili «Non sono i peccatori che debbono riaccostarsi alla Chiesa ma è il pastore che deve cercare e ritrovare la pecora smarrita». Infatti nel 1994 in Ruanda i preti cattolici di etnia Hutu andarono a cercare i Tutsi per ricondurre “le pecorelle smarrite all’ovile” … ci andarono con i machete che i pastori della chiesa di Roma affidavano nelle loro mani cristiane. Un milione di morti. (La genesi di quel massacro la racconta anche Maurizio Bettini nel suo ultimo libro Contro le radici. Tradizione, identità, memoria).

     

    Perdonatemi amici pensanti, il mio cuore sanguina vedendo la Verità sfregiata da questi uomini … d’onore. Devo aspettare che esso smetta di sanguinare … dovrei aspettare ma la Verità che fino a ieri scuoteva il mondo ora giace viva qui in questa bara accanto al cadavere di un uomo di chiesa … e non c’è un solo uomo che la difenda dagli ‘uomini d’onore’.

     

    Signori se io venissi qui per scuotere il vostro cuore, la vostra mente, per muovervi all’ira alla sedizione farei torto a Scalfari, torto a Sofri, torto a Balducchi … uomini d’onore, come sapete.

     

    No, no. Non farò loro un tal torto. Ohh… preferirei farlo a me stessa, a questo morto, a voi, piuttosto che a uomini d’onore quali essi sono.

     

    E tuttavia io ho con me, trovata nei scaffali della storia, la Verità sugli uomini della Chiesa … dentro la quale Martini  ha convissuto a suo agio.

     

    Ebbene se il popolo conoscesse questa storia che io non posso farvi leggere, perdonatemi, il popolo si getterebbe sulle ferite della Verità per baciarle, per intingere il pensiero nel suo sacro sangue, no… no amici no, voi non siete pietra né legno ma uomini.
    Meglio per voi ignorare, ignorare.

     

    Solo il plebeo, nonché eretico, Odifreddi ha osato infrangere l’antica usanza ipocrita di vivificare, adulandoli, i morti e mortificare i vivi: «Anzi, Martini – dice il plebeo Odifreddi – è stato il grande elettore dell’ultraconservatore Benedetto XVI, e ancora lo scorso 3 giugno ha tenuto ad andare a salutarlo a Milano, pur essendo gravemente malato.  In realtà, quello tra loro è stato un ovvio gioco delle parti, giocato ad majorem Dei gloriam, secondo il motto dei gesuiti come Martini. O meglio, ad majorem Ecclesiae gloriam, per coprire rispettivamente da ali sinistra e destra l’intero campo da gioco. Non a caso, entrambi hanno istituito due analoghi specchietti per attirare le compiacenti allodole sedicenti “laiche”: la Cattedra dei Non Credenti il primo, a Milano, e il Cortile dei Gentili il secondo, urbi et orbi.»

     

    Ma a guardar bene anche il nobile Sofri alla fine incorona, pur non volendo, la Verità: «Il dogmatismo che elogia l’assolutezza è disposto a passare sopra ai casi singolari, magari coi cingoli, come nella scelta di Piergiorgio Welby e nel rifiuto al suo funerale. Martini vi si sottraeva, in quello come in tanti altri casi, che esemplificavano in carne e ossa le questioni dichiarate graziosamente “eticamente sensibili».

     

    Ecco sta in quel sottrarsi alla responsabilità umana dell’essere  il crimine dei religiosi. Il loro delitto è quello di amare qualcuno, o qualcosa che non esiste, più degli esseri umani perché in realtà essi sono incapaci di amare l’altro da sé … e allora preferiscono, comodamente, amare il nulla.

     

    Ma i nostri novelli Antonio mediatici che sulle pagine dei giornali piangono il loro martire morto, in realtà ridono dei credenti. Ridono di loro a squarciagola perché hanno coniato un’altra agiografia religiosa a uso e consumo dei che questi amanti del nulla bevono senza ritegno ubriacandosi di favole pacificanti.

     

    Il testo è liberamente ispirato all’orazione di Antonio nel Giulio Cesare di Shakespeare

    Le foto sono tratte dal film dei Taviani “Cesare deve morire” e dal film di Mankiewicz “Giulio Cesare”

     

    3 settembre 2012

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